domenica 18 gennaio 2026

Ifigenia CCXXXIII Viaggio dalla Baviera a Moena. L’era della completa peccaminosità.


 

Sulla via del ritorno, attraversando l'Austria, manifestai il mio

stato d'animo alla compagna muta come un baule. Quel suo viso

da commediante, capace di trasformarsi ad ogni sobbalzo, era

immoto. Allora la provocai: le chiesi perché fosse venuta in

Baviera e continuasse a stare con me, se non muoveva un dito per

aiutarmi quando mi vedeva stanco o preoccupato.

Rispose:"Vengo con te siccome mi porti a vedere bei posti. Sul

lago poi, una volta tanto, abbiamo dormito e mangiato in un locale

come si deve". Quindi aggiunse:"E anche perché tu sei un uomo di

raro valore".

"Che io sia un uomo di qualche valore, può essere, ma ancora non

l'ho dimostrato. Per ora dunque tu mi  segui in quanto ti porto

lontano da casa, e quando va bene ti invito a mangiare, perfino a dormire, in

locali decenti", ribattei.

Quindi pensai:"Appena trova uno più capace e desideroso di

spendere soldi per  lei, di farla beata di svaghi costosi, questa mi pianta. E io che ho ancora bisogno di una donna siffatta perscrivere chissà quale capolavoro!".

Ifigenia, con calma e tristezza, replicò:"Se mi stimassi, tu non

mi umilieresti con tali rinfacciamenti! Che cosa vuoi sentirti dire?

Che sei un genio? Che scriverai parole trascendenti? Lo farai, quando e se, ne avrai sentita la necessità; intanto però non tormentarti, e soprattutto non danneggiare me: io ho tutta la vita davanti". Detta questa formula, tacque.

"Cosa vuoi che sia tutta la vita!", pensai. “E’ solo il sogno di un'ombra”.

Sentivo che non mi amava, né mi voleva bene, né poteva aiutarmi,

siccome non credeva più in me. Fermai la Volkswagen e scesi.

Tirava vento."Io un vecchio. Una testa intronata tra spazi

ventosi" 1 , mi dissi. Nessuno invero avrebbe potuto aiutarmi se mi arrendevo

all'angoscia. Reagii. Rientrai nell'automobile. Mi rassegnai a

quella donna. Finché c'era. Bastava non lasciarsi distruggere:

presto se ne sarebbe andata per la sua strada.

Sarebbe stato il segno che dovevo cominciare a scrivere. La pena

andò via. Sì, avrei scritto qualcosa di grande e meraviglioso contro

il piacere immorale. Che Ifigenia mi amasse non era destino

né era il mio scopo. Avrei vissuto fino in fondo quel fallimento

amoroso poiché era emblematico dei rapporti umani  corrotti, addolorati  e inferociti dall’egoismo e dall’ignoranza, nell’era della totale peccaminosità.

Alle dieci di sera eravamo al Brennero. Il cielo era tutto stellato:

pensammo che il giorno seguente avremmo potuto abbronzarci sulle

nevi del Lusia; perciò ci dirigemmo a Moena. Arrivammo verso la

mezzanotte. Prendemmo la stanza dove avevamo litigato e fatto

l'amore in giugno. Anche questa volta ci fu uno scontro duro,

sebbene non dichiarato. Un cozzo mentale. Ci spogliammo ed

entrammo nel letto. Dopo un poco dissi:"Sei sempre bellissima.

Mi piaci ancora parecchio". Speravo che rispondesse per lo

meno:"Anche tu non sei male".

 Osservandomi nei folti specchi di Linderhof non mi ero convinto del tutto di non essere ingrassato e imbruttito. La nemica non replicò. Allora ripetei le medesime parole con voce più alta. E lei:"Buonanotte. Adesso voglio

dormire. Ho tanto sonno, tesoro".

"Maledetta-pensai-. Dormi e vai in malora. Presto ne troverò una

non peggiore 2 di te .

 

Alcuni mesi più tardi Ifigenia  disse che aveva odiato e sofferto

anche lei durante quello scontro assurdo, causato dalla miseria

mentale e morale di entrambi. La ragazza aveva creduto che avessi

voluto significarle:"tu mi piaci ancora, nonostante la tua età non

sia più tanto verde".

La mattina seguente il sole c'era, ma l'aria non ne veniva scaldata abbastanza perché Ifigenia male attrezzata potesse salire sui

monti dove l'abbronzatura è comunque incrementata

dall'altitudine. Restammo nel fondovalle con mio disappunto e

malumore: mi dava fastidio fare una rinuncia qualsiasi per quella

parassita e sanguisuga. Mi sembrava una figura buia, oscurata dalla stupidità. Non solo la sua del resto, come vedi, lettore.

 

Note

1Cfr. T. S. Eliot, Gerontion, 15-16:"I an hold man,/ A dull head among windy

spaces".

2C'è il ricordo del tovpo" letterario antieroico dello scudo abbandonato. Il

prototipo, che io sappia, è Archiloco. Dopo avere confessato di averlo lasciato

presso un cespuglio, il poeta di Paro esclama:" ejrrevtw: ejxau'ti" kthvsomai ouj

kakivona", vada in malora, al posto suo me ne procurerò un altro, non peggiore.

 

Bologna,  18  gennaio 2026 ore 11, 56 giovanni ghiselli.

p. s.

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