venerdì 16 gennaio 2026

Ifigenia CCXXVI. Ben venga la gioia anche solo apparente.


 

La mattina seguente ero contento, o mi accontentavo: non ricordo.

 La vidi in via Rizzoli mentre tornavo a casa da scuola.  Mi


corse incontro avvampando di gioia come ai tempi belli, o almeno

così mi sembrò.

Oggi credo che sia cosa saggia dare credito alla gioia anche solo apparente, poiché il dolore è quasi sempre concreto e reale. Tutt’al più lo puoi utilizzare a fin di bene, posto che non ti annienti.

Ci complimentammo e festeggiammo a vicenda davanti a gente stupita siccome non è facile vedere due persone contente.

Il pomeriggio andai a pedalare sui colli fioriti, dove splendeva il

sole che pareva dissolvere la nube di strazio incombente sulla mia

povera testa da mesi. La sera a letto però non raggiunsi la

sufficienza amorosa. Divenni contumace prima.  Stavo cercando una giustificazione, con aria afflitta, quando Ifigenia, accortamente, volle salvare il corso di buonumore che avevamo deciso e iniziato il giorno prima, dicendo

parole di tolleranza e comprensione inusuali per lei:"Non te la

prendere: il numero tre  non è necessario alla nostra felicità;

importante è che ci vogliamo bene. Adesso abbiamo

sofferto, capito e possiamo comprenderci a vicenda assai di più rispetto al

tempo comunque bellissimo nel quale facevamo l'amore tante

volte che era difficile tenerne il conto, e con  veemenza tale da

spezzare le gambe del letto".

Quando ebbi ascoltato queste parole buone, riebbi la grazia di Priapo.

Così, ragionando di amore, raggiunsi l’intesa triparita, la trilogia erotica.

Nei due giorni seguenti, Ifigenia seguitò a manifestarmi

un'ottima disposizione: a momenti mostrando una comprensione

equilibrata e matura dei nostri problemi e del futuro che sembrava

volere affrontare con me, a tratti prendendo quell'aspetto

fiammeggiante e gioioso che mi infondeva simpatia per la vita.

Il 28 le feci lezione su Shakespeare. C'era anche un suo compagno della

scuola di recitazione. Prendevano appunti. Dopo un paio di ore conclusi il lavoro mirato al suo esame. Il ragazzo andò via, e noi due ci

stendemmo sul letto vestiti: Ifigenia resupina, io sopra. Osservata

in quella posizione appariva molto più piccola dei suoi ventisei anni e mezzo

: sembrava la mia bambina che mi guardava piena di

ammirazione filiale, con gli occhi lucenti e umidi, i denti superiori

che sporgevano appena dal labbro un poco rialzato. Era commossa

e contenta del fatto che mi dessi tanto da fare per lei. In fondo

aveva deciso di restare con me soprattutto per avere un aiuto in


vista della temuta prova, e io glielo davo impiegando

gran parte del tempo mentre la mia gioventù si dileguava.

A un tratto disse: "Gianni, io sono molto ignorante: non studio,

non faccio, non so! Tu invece sai tante cose!"

"Anche io so poco creatura; quasi niente. Ma voglio imparare, e

non solo dai libri; anche da te, e con te, se tu vuoi". Annuì.

Quando si recuperava l'orientamento educativo e produttivo, la

ragazza tornava a essermi cara; le volevo bene, la amavo, e pensavo:

"Ecco, Ifigenia ti spinge a imparare, ad agire, con la sua bellezza;

e ti traina, con la vitalità della sua gioventù; in cambio si aspetta la

solidità mentale e morale, la disciplina, il metodo di cui ha

bisogno per non disperdere le proprie energie, per diventare il

meglio di quello che è. Perciò tu con lei non puoi essere insicuro,

incoerente e contorto, altrimenti le cose andranno male di nuovo:

ti disprezzerebbe, giustamente e ti pianterà un'altra volta, per

sempre”.

In quel momento  non volevo pensare  che il mio essere poco

chiaro e diretto dipendeva in gran parte da lei, dalla sua ambiguità, dai capricci, dagli sbalzi di umore conseguenti al conflitto tra l'opportunismo,

derivato dall'imitazione di persone mediocri e volgari, però o perciò di successo, e il suo bisogno di amore e di verità foriera della  coscienza, pur oscura e intermittente, che io non meritavo di essere usato senza stima, né

simpatia né compassione.

D'altra parte non era soltanto il mio stato emotivo a essere condizionato da lei, bensì tutto quanto facevo: oramai  Ifigenia era la sola creatura che potesse assegnarmi i compiti dei quali avevo bisogno io stesso per vivere.

 

Bologna 16 gennaio 2026 ore 11, 43 giovanni ghiselli

p. s.

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