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CCXLIII L'esame. L’ imbarazzo dopo la recita. La necessaria ritirata.
L’esame si svolse all'incirca come la prova della sera prima. La differenza stava nel pubblico più numeroso e in una riduzione del testo. Ifigenia recitò discretamente. Meglio di tutto le riuscì la scena sul Danubio. Alla fine i giovani attori furono applauditi a lungo dal pubblico in piedi, del resto composto in massima parte da amici, parenti e amanti di questa o di quello. La mia donna guardava gli osannatori. Era in calzamaglia poiché la rappresentazione si era chiusa con gli svolazzi dello Zeppelin naticoso incarnato da lei, callipigia scultorea eppure donna di carne in movimento. Io ero in prima fila, ma fui ignorato. Quando gli applausi terminarono, Ifigenia si mosse verso il gruppo dei suoi amici che erano da un'altra parte. Rimasi al mio posto: non volevo avvicinarmi importunamente. Speravo fosse lei a cercarmi con lo sguardo e a venire da me: non ero nascosto. Avevo anche sperato che, finita la commedia, si sarebbe cambiata, o avrebbe messo qualcosa sopra la tuta trasparente; invece si era accostata al pubblico con il seno in evidenza. Questo mi dava fastidio: non era più per esigenza scenica che andava mostrando il petto con tutte e due le poppe1, da donna sfacciata qual era. Era vanità, esibizionismo, mancanza di rispetto per il suo uomo se lo ero ancora. Io la penso così, forse da retrogrado. Anche quelle che mostrano seni e chiappe sulle spiagge non mi sono simpatiche. Nemmeno eccitanti sono. Una donna fine non lo fa, ed è più attraente. Mostra magari le cosce, fin quasi alle mutande, le adorabili mutande delle donne belle e fini. Gli amici gridavano:"brava, brava!!!" come si fa con le prime donne dell’Opera. La volevano tutti, qua e là, come Figaro. Lei sorrideva allungando il collo, giuliva. Soffrivo parecchio. Finalmente si accorse di me e venne a salutarmi. Ma non era contenta che fossi presente nel momento e nel luogo del suo primo trionfo. Oramai non le servivo più, ero di troppo. "Brava", dissi. "Grazie. Dov'eri?" "Qua, dove sono ora". "Ti sono piaciuta?" "Molto". Ci fu un momento di silenzio. "Ora che cosa farai?" "Non lo so", rispose imbarazzata, volgendosi verso gli altri attori. "Credo che i miei compagni vogliano festeggiare in qualche maniera". "Ho capito" borbottai. Avevo capito che io non ci entravo. Ifigenia non aggiunse parola: mi stava davanti silenziosa e sempre più imbarazzata. Dopo qualche secondo la salutai: "Bene. Allora ciao. Sei stata brava. Continua così". "Ciao, grazie". Mi mossi verso l'uscita sperando che mi chiamasse, mi facesse tornare indietro per dirmi almeno:"Ci vediamo domani". Invece mi lasciò andare via come se fossi stato uno spettatore qualunque, o un ammiratore di nessuna importanza, anzi piuttosto importuno. Uscii da quell'ambiente che mi soffocava. Entrai nella bianca Volkswagen, la scoprii nella notte d'estate precoce, ventosa, calda e profumata. Tornai a casa. Speravo che mi telefonasse. Invece niente. Mi spogliai e mi stesi sul grande letto dei nostri tripudi. Il dolore mi ringhiava nel petto: lo accarezzavo, lo scrutavo, cercavo di ammansirlo perché non mi dilaniasse quale maledetta iena o sciacallo esecrato, insomma un canide del tipo più abominato. Pensavo:" E' andata come avevo previsto. Appena si è sentita un'attrice, si è sbarazzata di me. Tornerà nel luogo depresso da dove l'avevo estratta per elevarla al mio linguaggio, alla mia logica, al mio stile. Questa sera si sente una diva, poveraccia! E' solo un’ordinaria commediante. Rozza di anima, di comportamento, di tutto! Sebbene mi abbia scimmiottato per quasi tre anni, è rimasta quello che era: fatta sguazzare nella confusione. Ricordo una volta che mi telefonò da via Rizzoli e andai a prenderla. Era con altre due o tre della sua razza mentale: facevano chiasso sul marciapiede. Io l' ho tirata fuori di lì. Ora ci torna". Ero steso sopra il lenzuolo, in mutande; stavo per piangere, ma non volli lasciarmi andare così. Non era ancora giunto il momento della catastrofe. Decisi di alzarmi, rivestirmi e tornare nel suo covo per porle delle domande, farla parlare, ascoltarla. Anche se non fosse stata sincera, qualche cosa mi avrebbe insegnato.
Not 1 Cfr. Dante, Purgatorio, XXIII, vv. 100-102:"nel qual sarà in pergamo interdetto/alle sfacciate donne fiorentine/l'andar mostrando con le poppe il petto".
Ifigenia CCXLIV La festa funerea, poi la giovane viva nel letto.
Arrivai al teatro che era circa l'una. Gli aspiranti attori erano scesi in uno stanzone sotterraneo: festeggiavano il compimento del lavoro annuale e aspettavano i voti: avevano l'aria di attendere una promozione generale. Parlavano, o ridevano, mangiavano e bevevano vino. Vicino alle pareti c'erano lunghi tavoli coperti di bottiglie e vassoi con frammenti di pasta fritta. I giovani stavano in piedi nel mezzo della sala con frittelle e bicchieri in mano. Su piccole pozze multicolori sparse dovunque, galleggiavano pezzi di fritto unto che irradiava minuscoli arcobaleni. Lasciavano segni dai colori confusi: erano enigmi difficili da risolvere . Appena mi ebbe notato, Ifigenia mi corse incontro e fece: "Ciao amore, stavo per telefonarti". "Per dirmi che cosa?" "Che mi mancavi tanto. Sono contenta che tu sia tornato". Si era ricordata che ci sarebbe stato un altro esame e che potevo esserle utile per superarlo. "Meno male", pensai, e tirai un sospiro di sollievo, ma senza darlo a vedere. Sempre che nel frattempo non avesse trovato un altro aiuto più sostanzioso rispetto a quello artigianale che potevo darle con le mie parole, aggiunsi tra me. Poi dissi:"Sono venuto per domandarti se ti serve un passaggio fino a casa, o se hai bisogno di me in altro modo". "In ogni modo io ho bisogno di te, gianni, amore. Stai qua mentre attendo il voto", rispose, e mi baciò. Aveva capito di essere stata troppo dura, troppo precipitosa rispetto al compimento, vicino ma non immediato della nostra vicenda e delle parti che vi recitava: amante, Musa e parassita. Parlammo della sua prova. Confessò che il il ragazzo portavoce e mimo di Alfred, durante la scena del bacio, le aveva messo la lingua dentro la bocca. La cosa mi spiacque ma non glielo dissi. Né le parlai dello strazio di poco prima. Aspettava il verdetto della commissione e ne aveva paura. Arrivò verso le tre: era stata promossa con ventitré trentesimi. Nell’ Università ai miei tempi non era un bel voto. Dopo, andammo a casa mia e facemmo l'amore assai bene. Ricordai che nel maggio precedente, quando pure ne ero disamorato, la sera odorosa che la vidi recitare la parte di Nora in Casa di bambola, provai un'attrazione forte , rinnovata, tanto palese che a letto, disse:"Questa sera mi ami molto, quanto una volta; però adesso mi tratti come una pari tua. Ne sono felice. Vedrai che non ti deluderò". Forse, vedendola sul palcoscenico, mi eccitava il pensiero che gli altri uomini presenti in sala l'avevano desiderata, ma lei faceva l'amore solo con me. Le dissi: “una gioia profonda mi prende vedendoti viva”1 Nota 1 “E’ accaduto in silenzio. Una gioia profonda prende il buio davanti alla giovane viva”, Pavese, Poesie, Paternità, vv. 14-15.
Bologna 20 gennaio 2025 ore 16, 28 giovanni ghiselli p. s. Statistiche del blog All time1907957 Today468 Yesterday1014 This month12073
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Già docente di latino e greco nei Licei Rambaldi di Imola, Minghetti e Galvani di Bologna, docente a contratto nelle università di Bologna, Bolzano-Bressanone e Urbino. Collaboratore di vari quotidiani tra cui "la Repubblica" e "il Fatto quotidiano", autore di traduzioni e commenti di classici (Edipo re, Antigone di Sofocle; Medea, Baccanti di Euripide; Omero, Storiografi greci, Satyricon) per diversi editori (Loffredo, Cappelli, Canova)
martedì 20 gennaio 2026
Ifigenia CCXLIII e CCXLIV. L’esame, la mia ritirata angosciosa, il rientro nella festa lunerea. La giovane viva nel letto.
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