martedì 20 gennaio 2026

Ifigenia CCXLV Il tranello della gravidanza richiesta.


La mattina seguente dormimmo a lungo. Il pomeriggio andammo

a Marina di Ravenna.  Durante il viaggio le svelai la mia pena

dell’ultima settimana  nella quale  mi ero  sentito  trascurato, e la

sofferenza della sera prima per il fatto che, finita la commedia,

non si era rivestita subito e mi aveva negletto.

Del bacio concesso al collega, il cui pensiero, pur non straziandomi, mi dava fastidio, non feci parola, poiché in fondo poteva essere giustificato come esigenza scenica.

Rispose che il mio desiderio di non vederla girare in mezzo al

pubblico con quella calzamaglia trasparente poteva essere

legittimo, ma la preparazione, la recita stessa, e l’immediato

opo recita, l’avevano impegnata tanto che  nemmeno se glielo avessi chiesto avrebbe potuto stare con me più di così.

 Su questo punto fui io a darle ragione, sicché ci trovammo d’accordo.

 Arrivati sulla spiaggia, ci venne voglia di fare l’amore subito, in un luogo qualunque, purché un poco riparato dagli sguardi altrui. Insomma come ai bei tempi. Ma erano solo gli ultimi guizzi di una fiamma lontana2 e morente .

 

Ci chiudemmo in un capanno. Mi venne in mente un’espressione carica di amore e odio dei Fratelli Karamazov :”Prima mi facevano languire soltanto le flessuosità del suo corpo infernale, ma adesso tutta la sua anima l’ho trasfusa nella mia, e grazie a lei anch’io sono diventato un uomo!”3

 Per un poco di tempo sperai ancora una volta che i nostri orgasmi si

sarebbero elevati fino all'intesa spirituale, alla trasfusione delle anime. Quando uscimmo di lì, stremati per la scomoda posizione e l'aria pesante nella quale ci eravamo scambiati un piacere affannoso, mi domandò:

" gianni, perché non facciamo un bambino?"

"Quando?"

"Subito".

"Perché subito?"

"Perché io ne ho bisogno subito".

"Possibile?"

"Sì, adesso mi sento molto infelice".

"Non mi sembra un motivo buono. Aspettiamo di essere più

soddisfatti, o almeno più equilibrati. Potremo farlo allora. Tu ieri

sei stata brava; presto reciterai davvero, a teatro, o al cinema, e ti

sentirai realizzata; io ricomincerò a scrivere. Se ci andrà bene,

saremo contenti di noi e metteremo al mondo un figlio per

renderlo partecipe dell nostro benessere”.

Dissi queste parole pieno di sincero ottimismo, siccome mi

inorgogliva il pensiero che Ifigenia volesse un bambino da me.

Ancora l'amavo nonostante tutti i sillogismi implacabili della mia

povera mente spietata. L’amore del resto non è riducibile a dei sillogismi, soprattutto se son difettivi in quanto prodotti da teste alterate dal dolore.

Sentita la mia risposta negativa, Ifigenia si mise a piangere e continuò a lungo.

Quando fu sazia di lacrime, disse:" Non so tu, gianni, ma io sono

molto  disgraziata. Lasciami, se devo rendere tale anche te".

"No-risposi-finché tu vorrai stare con me, e non mi mancherai di

rispetto, non ti lascerò, poiché ti amo, e sono convinto che la

nostra unione darà altri frutti buoni. Ma da che cosa dipende

questo tuo accesso di dolore?"

Non seppe o non volle rispondermi.

Poco dopo, il suo umore migliorò. Siccome pensavo troppo a me

stesso, credetti che avesse dei sensi di colpa nei miei confronti,

forse per avere fornicato. Magari  era pure rimasta incinta di un altro e voleva attribuirmi il bambino. Questo in effetti non si poteva escludere.

Mi sarebbe capitato più di una volta in seguito. Ma non sono cascato mai in tale tranello.

Oppure piangeva poiché temeva, o aveva capito, di non avere talento. Non sapeva fingere bene, neanche con me.

Tornammo a casa al tramonto. La serata era bella.

 Bastava una sua gentilezza, un moto d'affetto anche sporadico nei miei confronti, per rallegrami.

Lei invece era triste.

Rimasto solo, pensai al mio dolore della sera prima, al suo del

pomeriggio, alla nube che oscurava da quasi due anni il cielo del

nostro rapporto.

Eppure c'era una volta una ragazza che faceva brillare le lugubri,

lunghe sere di novembre e dicembre con una luce  vivida

quanto quella del sole, quando entrava come una giovane  dea nel mio

talamo, togliendosi gli stivali ancora innevati. Che cosa ci

era successo? Quando mi fossi messo a raccontare la nostra storia, avrei dovuto scolpire immagini splendidissime con l'aurea,

solida  felicità amorosa delle prime stagioni, e pure estrarre figure significative dall’ oscurità lugubre degli ultimi tempi.

 

Note

 

2Cfr. Foscolo, Notizia intorno a Didimo Chierico:"Dissi che teneva chiuse le sue

passioni; e quel poco che ne traspariva, pareva calore di fiamma lontana".

 

3Trad. it. Bietti, Milano, 1968,  parte quarta, capitolo quarto, p.709

 

Bologna 20 gennaio 2026 ore 20, 24 giovanni ghiselli

p.s.

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