Unum bonum est, quod beatae vitae causa et firmamentum est, sibi fidere (3). Uno solo è il bene che è la causa e il sostegno della vita felice: avere fiducia in se stesso.
Labor bonum non est, la fatica, l’affaccendarsi non è un bene, quid ergo est bonum? Laboris contemptio (4), che cosa è il bene allora? Il disprezzo dell’affaccendarsi.
Quid ergo est bonum? Rerum scientia. Quid malum est? Rerum imperitia (31, 6), che cosa è dunque il bene? La conoscenza della realtà. Che cosa è il male? L’ignoranza della realtà
Parem autem te deo pecunia non faciet: deus nihil habet. Pratexta non faciet: deus nudus est (31, 10), Il denaro non ti renderà simile a dio: dio non possiede niente. Nemmeno la toga orlata di porpora ti renderà tale: dio è nudo
Cfr. l’Eracle di Euripide
Infatti il dio se è veramente dio, non ha bisogno
di nulla: queste sono povere favole di aedi. (vv. 1345-1346)
Sono parole attribuite a Eracle
Cfr. Seneca Ep. 110, 19: “ita est: nihil deideres oportet si vis Iovem provocare nihil desiderantem”,è così: non devi sentire la mancanza di nessuna cosa se vuoi reggere il confronto con Giove che non sente mncanza di niente.
Contro i miti che attribuiscono vizi agli dèi
Pindaro nega veridicità alla favola tràdita secondo la quale Pelope sarebbe stato mangiato dagli dèi cui il padre Tantalo lo aveva imbandito:
“ Poiché tu eri sparito, né alla madre ti/portarono gli uomini sebbene ti cercassero molto,/ subito uno dei vicini invidiosi spargeva di nascosto la diceria/che ti avevano tagliato membro a membro con il coltello/nel culmine bollente dell'acqua sul fuoco,/e al momento dell'ultima portata sulle mense si / spartirono le tue carni e le divorarono./Per me è inconcepibile chiamare/ghiotto uno dei beati: me ne tengo lontano;/una perdita tocca spesso ai malèdici. ( Olimpica I, vv. 45-54)
aa
Nell'Olimpica IX Pindaro scrive:"diffamare gli dei è odiosa sapienza (ejpei; tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), con un ossimoro che denuncia la critica filosofica dei miti, una lapidaria affermazione di ultratradizionalismo che sarà ripresa dall'Euripide postfilosofico o antifilosofico delle Baccanti :"Il sapere non è sapienza"(v.395), canta il coro delle menadi, quindi si augura di "tenere il cuore e la mente lontani dagli uomini straordinari, per accettare quello che il popolo più semplice pensa e crede"(vv. 427-432). Ebbene il tradizionalismo aristocratico e religioso di Pindaro è più vicino alle credenze popolari che aal sapere intellettualistico degli "uomini straordinari". Del resto la sapienza non è a portata di tutti ma è "scoscesa"(Olimpica IX, 108).
Dio non ha bisogno di niente
L’ idea della divinità che non ha bisogno di niente si ritrova nel De rerum natura di Lucrezio: “ Omnis enim per se divum natura necessest/immortali aevo summa cum pace fruatur/semota ab nostris rebus seiunctaque longe./nam privata dolore omni, privata periclis,/ipsa suis pollens opibus, nihil indiga nostri,/nec bene promeritis capitur nec tangitur ira” (II, 646-651), infatti ogni natura divina per sé deve fruire di un’età immortale con pace suprema, lontana dalle nostre vicende e di gran lunga distinta. Infatti preservata da ogni dolore, preservata dai pericoli, potente da sola delle sue forze, per niente bisognosa di noi, non viene accattivata dai nostri servizi buoni e non è toccata dall’ira.
Un biasimo per la povertà e la trascuratezza fisica veniva rivolto a Socrate da Antifonte sofista il quale accusava il filosofo di essere maestro di miseria, ma egli ribatteva che "non avere bisogno di niente è divino, di pochissimo è assai vicino al divino”[1]
Antifonte disse a Socrate che la sua filosofia non portava alla felicità poiché lui faceva una vita che nemmeno uno schiavo potrebbe sopportare:
mangi e bevi la roba più ordinaria, porti un mantello che non solo è ordinario ma è il medesimo per l’estate e per l’inverno, e vivi costantemente senza scarpe e senza tunica. Per giunta non prendi denaro che porta gioia a chi lo acquista.
Dunque considera di essere un maestro di infelicità: nomivze kakodaimoniva" didavskalo" ei\nai (Senofonte, Memorabili, I, 6, 3)
Socrate risponde che non accettando denaro non è costretto a frequentare nessuno.
I miei cibi sono ordinari ma li condisco con l’appetito, condito a sua volta con il movimento.
Io che vivo esercitandomi anche fisicamente sono in grado di sopportate il caldo il freddo, la fame meglio di te. Non c’è niente di meglio che evitare la schiavitù del ventre e della lascivia cercando i veri benefici. Io voglio diventare migliore e acquistare amici migliori.
“Tu credi Antifonte che la felicità sia lussuria e lusso (trufhv, polutevleia), ejgw; de; nomivzw to; me;n mhdeno;" devesqai qei'on ei\nai, io penso che è divino non avere bisogno di niente, siccome il divino è il meglio, essergli vicino significa essere vicino al meglio (I, 6, 10).
Torniamo all’Epistola 31 di Seneca
Il bene è animus rectus, bonus, magnus.
Bisogna chiamare un tale uomo deum in corpore humano hospitantem (hospitor sono accolto come ospite) un dio inquilino in un corpo umano (11)
Quid est enim eques romanus aut libertinus aut servus? Nomina ex ambitione aut iniuria nata (31, 11), che cosa è un cavaliere romano o un liberto o uno schiavo? Sono nomi sorti dall’ambizione o dall’ingiustizia.
Bologna 22 gennaio 2026
p. s.
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