Non sappiamo dove vadano a cadere le nostre parole dette a chi non conosciamo. E’ come gettarle in un abisso dove la persona cui le abbiamo rivolte attribuisce un senso che questa trae dalla propria sostanza, educazione, esperienza, un senso molto diverso da quello che abbiamo messo nelle parole nostre. E’ più facile essere frainteso parlando a un umano, non in greco o in latino ma nella lingua madre comune, che vezzeggiando un micio o un cagnolino il quale per lo meno non scambia la benevolenza per malevolenza. Dicendo la verità, non solo le mie ma anche quelle di Omero, di Sofocle, Platone, o di Dostoevskij e Leopardi, Nietzsche, perfino di Cristo, mi sono attirato non solo simpatie ma pure odî, calunnie e dispiaceri soprattutto da gente che non ha mai letto una pagina di questi autori. Attribuivano a me le parole di questi sommi autori, giudicate nefande da tali ignoranti.
Ecco perché oggi c’è tanto animalismo in giro, ben più diffuso dell’umanesimo. A me i cani, soprattutto se grossi e rumorosi non piacciono, ma ultimamente sono più incline a osservare con simpatia un gattino o un bambino neonato, un uccellino, che un adulto il quale, fissato sul telefonino, minaccia di arrotarmi con la bicicletta o di travolgermi con il monopattino se non mi scanso rapidamente. Va bene se non tira fuori un coltello. Ma non credo di attirare tali sicarii perché giro vestito da povero, trito e parco come sono, e non ho mai posseduto né usato un telefonino.
Bologna 26 gennaio 2026 ore 11, 44 giovanni ghiselli.
p. s.
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La mia tabella di marcia ultimamente: almeno 200 lettori a mezzogiorno, almeno 431 a mezzanotte. E’ la media giornaliera dal gennaio del 2013 e vorrei che crescesse, che per lo meno non calasse. Questo mi placa. Sono pazzo? Dimmelo tu, lettore.
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