sabato 24 gennaio 2026

Grecia 1981 Capitolo III. Ancona. Il traghetto. Il monte Conero. Il cazzotto nell’occhio per fortuna schivato.


 

La osservavo pensando accorate parole:

“Bella sei bella, sei l’idea stessa della bellezza venuta qui sulla terra a dare spettacolo. Di questa tua luminosa venustà corporea vorrei salvare almeno una scintilla dalla rovinosa caduta nell’abisso buio posto al termine della processione macabra che ogni giorno avvicina noi mortali  condannati a morte all’esecuzione della sentenza irrevocabile, assegnata secondo l’ordine del tempo.

Sei bella, ma non sei più l’ Ifigenia che conobbi meravigliosamente quasi tre anni or sono. Piuttosto ti sei rivelata una creatura con la bellezza contaminata da un egoismo incapace di frenare brame brutte, deleterie e meschine.

In un primo tempo con i piaceri del corpo e dello spirito mi hai elevato l’anima fino alla pianura  della Verità dove splende la luce del Bene, ma dopo qualche mese, mi hai trascinato in burroni scoscesi. Oramai abbiamo poco da dirci: io voglio imparare dell’altro, tu vuoi drammatizzarti da sola. Faresti bene a indagare te stessa prima delle tue recite. Dovresti cercare di salvarti dai buchi neri del tuo carattere che tendono a risucchiare la parte migliore di te lasciandoti dentro soltanto l’inferno. Io voglio scrivere, ma prima dovrò studiare, osservare imparare, capire.”

 

Intanto eravamo giunti al porto di Ancona. Mangiammo un frutto dell’autunno incipiente e, sempre senza parlare, entrammo nel traghetto greco.

Ifigenia si calò quattro anni quando le fu chiesta l’età dal  marittimo che controllava i biglietti per assegnarci la cabina. Non l’aveva fatto apposta, credo, ma con un lapsus comunque non casuale. Era fuorisciuto  il suo desiderio latente di cancellare anni di perdite. E si era evidenziata la sua paura di un avanzare nel tempo che ci divora facendo arretrare lo splendore corporeo, il più delle volte senza  la compensazione  alcuna.  Mi sentìi in colpa pensando che non avevo fatto abbastanza per aiutare la sua crescita umana quando  nei primi otto mesi traevo vantaggi non piccoli dalla fresca vitalità di quel giovane corpo di cui mi beavo succhiandone gli umori più saporiti.

Ero stato un avido buco nero anche io con lei.

Subito dopo l’imbarco andammo nella cabina, a dormire ognuno nella sua cuccia. Un paio di ore più tardi, ci alzammo e salimmo sul ponte. La nave costeggiava le pendici del monte Conero che mi sembrava una balena piaggiata, morente o già morta.

Ci eravamo seduti a poppa per prendere il sole.

Osservavo la scia bianca della nave sul mare. Mi vennero in mente le “umide vie” e “il mare canuto” di Omero che aveva anticipato alla lettera quanto vedevo. Da studente rimasi  sensibilizzato all’umano e alla natura dall’Odissea la cui lettura intera preparata parola per parola era stata l’impresa richiesta dal primo esame di greco.

“Ecco un’umida via canuta” pensavo, ma non potevo dirlo a lei per non farla infuriare come era accaduto pochi giorni prima con una tale che se la prese con me credendo che nel dire quelle parole riferite al mare un poco mosso io alludessi copertamente alle sue  braccia  muscolose sudate e ai primi capelli già bianchi della sua testa balzana.

“Darò  un pugno nel grugno da porco, nel ceffo da cane a ghiselli il maligno cacciatore di femmine giovani” gridò quella megera e sferrò un colpo. Per fortuna riuscìi a schivare il cazzotto che in verità mirava a un occhio come quello di  Ipponatte a Bupalo.

 

 Dopo la meravigliosa parentesi dei primi anni Settanta, quelli delle tre finlandesi intelligenti, colte, belle e fini, e dei cari  amici incontrati a Debrecen, era tornato il costume dell’antipatia tra gli umani, soprattutto tra quelli di sesso diverso. Si preparava il trionfo dei due massimi “diritti civili”: aborto generalizzato  e omosessualità  esibita quali segni di libertà e supremazia. L’eterosessualità intanto si caricava di altre colpe dopo quelle attribuitegli da preti scellerati per secoli. Si aggiungevano quelli di tutti i frustrati sessuali.

Ripetei solo tra me la metafora omerica pensando che l’artista legge il libro dell’Universo e sa riconoscere la parentela dell’intera natura con se stessa, l’affinità di tutte le cose tra loro.

Nemmeno questo potevo dire all’ Erinni che mi tiravo dietro e con la sua furia mi faceva scontare tutti i  peccati che già allora non erano pochi.

“Giovanni peccator sono stato nel talamo” mi dissi.

Non feci nulla per incoraggiare, Päivi a mettere al mondo la nostra bambina con l’aiuto del padre che temevo di non saper fare. Oggi però quando vedo un padre con una figlia carina, affettuosa piango di nostalgia per l’occasione perduta.

Era destino che educassi i figli di altri evidentemente come si vede in un paio di film di Clint Eastwood, un vecchio assai bravo.

Quando nomino il mio santo protettore, il battezzatore e precursore del Cristo,  figlio di una ragazza che, pur senza la presenza di un padre, non abortì, lo distinguo da me stesso chiamandolo sempre “l’onesto Giovanni”.

 

Bologna 24 gennaio   2026 ore 11, 35 giovanni ghiselli

p. s

Amen dico vobis: Non surrexit inter natos mulierum maior Ioanne Baptista(N. T. Matteo, 11, 11)

 

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