mercoledì 14 gennaio 2026

Ifigenia CCXVII. Il pomeriggio penoso. La sera al cinema. Lilì Marleen di Fassbinder. Prometeo, Enea e  Il male oscuro di Berto.

 

Tali pensieri andavo rimuginando verso il tramonto. A un tratto mi

venne in mente un'immagine di Ifigenia, una delle più care,

 un'icona depositata per sempre in una nicchia dell'anima.

Era una bella sera  di maggio, eravamo andati al campo sportivo Baumann. Correva sulla pista davanti a me, indossava una tuta nuova fiammante, azzurra, attillata: un ornamento che metteva in rilievo la perfezione delle sue membra slanciate, snelle e pure formose. Dopo un paio di giri, Ifigenia volse indietro il viso abbronzato e fece una piccola, mirabile smorfia con cui

voleva significarmi la sua stanchezza e chiedeva il permesso di

riposarsi; quindi sfoderò un sorriso malizioso, espressivo, da

ragazza nello stesso tempo giovane e  antica. Proserpina forse, la Kovrh rapita dal Signore dei morti.

Io volevo abbracciarla tosto, lì, sul prato interno

alla pista rossa, sicché dissi:"Fermati pure cara: sei tanto stanca: non

devi affaticarti troppo". Smise di correre subito, si portò sull'erba e

vi si posò, ansimante, stremata, ma tutta contenta di avere ottenuto

quanto voleva con il suo  fascino cui non avevo saputo resistere.

 Mi stesi accanto a lei, le accarezzai il volto, le baciai le vene sottili e pulsanti delle tempie sudate, e con le labbra raccolsi l'odoroso stillare del suo corpo fiorente, bello e profumato più di una giornata già quasi estiva, quando i muri

pietrosi, i cancelli ferrigni, le reti arrugginite, si ornano di rose

rosse, e i papaveri screziano di chiazze purpuree i flutti del grano che non è più verde né ancora biondo 22  mentre  ondeggia mosso da un vento caldo, pregno di vita.

 

Questo ricordavo il 15 marzo dopo il tramonto e, come un uccello

orbato dei figli, rimpiangevo acutamente la creatura dello spirito

mio.

"Dio, fai che mi telefoni", pregavo. "Fai che chiami lei". Io non

potevo. Però avevo una voglia tremenda di farlo. Per resistere, mi

dicevo:"obdura. Tu destinatus obdura”23,

 “Ifigenia ti ha lasciato. Deve cercarti lei. Lo farà: dove lo trova uno migliore? Tornerà, vedrai. Questa donna è la vita, è la bellezza viva, e ha bisogno di un uomo vivace, entusiasta del bello, capace di capire e sentire il valore suo? Quell'uomo sei tu. Senza di te non potrà realizzarsi, e lo sa. Se

tornerà, le farò crescere le ali 24 con le quali volerà sul mare infinito e su tutta la terra, librandosi senza fatica ".

Però non telefonava. Forse non aveva bisogno di ali, né di me.

Alle nove, non potendo resistere oltre, presi il telefono e feci il suo numero.

"Ciao Ifigenia, non sto bene senza di te".

"Ciao Gianni. Non è facile neppure per me".

" Allora vediamoci".

"Per fare che cosa?"

"Andiamo a vedere "Lilì Marlen ", proposi, "l'ultimo film diFassbinder".

Mi bastava vederla.

"Va bene, ti aspetto alle nove". Mi aveva accettato.

Cercai di farmi bello il più possibile: volevo piacerle. Contavo

sullo sguardo che, sebbene da miope con lenti a contatto, Ifigenia aveva elogiato più volte.

Quella sera infelice lo sguardo doveva essere sensuale, ma non fisso,

ossessivo o stralunato, bensì mite e vagamente allusivo; caldo ma

non pretenzioso né aggressivo; dolce ma non mellifluo bensì risoluto e cosciente. Se sbagliavo, rischiavo il penoso o il ridicolo.

Invero  c'era poco da sbandierare sicurezza, poiché Ifigenia mi aveva lasciato e io l'avevo cercata, quasi contravvenendo a un divieto, e se lei aveva

accettato, del resto soltanto un invito al cinema, poteva averlo

fatto soltanto per compassione di me disgraziato e desolato. Sapevo di rischiare il disprezzo

Andai a prenderla con grande patema: non osai toccarla, né

parlarle, né guardarla con intensità, a dispetto dei piani. Per

fortuna fu lei a incoraggiarmi dicendo che verso le cinque aveva

sentito il desiderio di telefonarmi. Ma l'aveva represso per volontà

di coerenza.

"Mi avresti reso mirabilmente felice" ribattei, confortato, e le

riferii alcuni dei pensieri pullulati dal mio cervello durante questa

lunga giornata che sta per finire. Era ora dirai, lettore, e lo dico

anche io, ché raccontarla mi è costato fatica e dolore. Ma se il racconto è dolore, anche il silenzio è dolore come dice il Prometeo di Eschilo incatenato e straziato 25. Ne ha tenuto gran conto Giuseppe Berto che lessi nell’anno della mia disperazione e mi ha aiutato molto con il suo Il male oscuro a guarire dal mio.

Entrammo dunque nel cinema dove proiettavano l'ultima opera del regista caro ad entrambi. Durante il film, che seguivo con

attenzione scarsa, a un certo momento le presi la mano sinistra.

La  ritirò subito e mi gelò dicendo:"Gianni, dobbiamo pensarci".

"A che cosa?", domandai, cercando di non mostrarmi umiliato.

"A noi", rispose. "Prima di rimetterci insieme, dobbiamo capire se

ci amiamo davvero".

"D'accordo" feci, mentre mi toccavo i baffi,"pensiamoci su".

Ci ero rimasto male assai. Io non dovevo pensarci: ero sicuro di avere bisogno di vivere altro tempo con lei per scrivere questo romanzo.

Usciti dal cinema, commentammo il film che ci era piaciuto .

E' la storia di un amore fatto fallire da una società disumana, tanto nel suo aspetto militare e tirannico, quello nazista, quanto nella faccia affarista e borghese. E' la civiltà che, priva di umanesimo, ha ucciso Pasolini, Ludwig di Baviera e tanti altri nostri eroi. Gli amanti falliti sono due

tendenziali artisti nei quali ognuno di noi riconobbe un poco di se

stesso. Però non sembrava che Ifigenia avesse intenzione di

rimettersi a fare l'amore con me.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato

Note

22

Cfr. D'Annunzio, La sera fiesolana, 25-26.

23

Catullo, Carmi,  8, 19. Tu, ostinato, tieni duro.

 

24Cfr. Teognide, Silloge,  vv.237-239.

25

Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, v. 198-199: “ajlgeina; me;n moi kai; levgein ejsti; tavde- a[lgo~ de; siga`n” e pure l’epigrafe del romanzo Il male oscuro di Giuseppe Berto: “Il racconto è dolore, ma anche il silenzio è dolore”.

Sentiamo anche che cosa dice Enea a Didone sul fatto di raccontare il dolore: “: Infandum, regina, iubes renovare dolorem () Sed si tantus amor casus cognoscere nostros/et breviter Troiae supremum audire laborem,/quamquam animus meminisse horret luctuque refugit,/incipiam” (Eneide, II, 3, 10-13), regina, mi ordini, di rinnovare un dolore indicibile…ma se tanto grande è il desiderio di conoscere la nostra caduta e di udire in breve l’estrema agonia di Troia, sebbene l’animo rabbrividisca a ricordare e rifugga dal pianto, comincerò.

Ma può accadere anche il contrario

Nella Tebaide di Stazio (45-96 d. C.) Ipsipile inizia la sua storia dolorosa affermando che raccontare le proprie pene è una consolazione per gli infelici:"dulce loqui miseris veteresque reducere questus" (V, 48), è dolce parlare per gli infelici e rievocare le pene antiche.  

 

Bologna 14 gennaio 2026 ore 16, 38 giovanni ghiselli

p. s.

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