venerdì 30 gennaio 2026

Viaggio in Grecia dell’aprile 1982. Terza parte. Il Museo dell’Acropoli. I giorni delle memorie.


 

Entro nel museo dell’Acropoli di Atene. Vedo animali feroci duellanti a scannarsi. Mi fanno pensare a persone dalla natura e dalla misura lontane da quella umana. Le ho vista ovunque: per strada, a scuola, sulla spiaggia, in pianura e sui monti. Uomini e donne ineducabili: ce l’ho messa tutta ma le mie fatiche umanamente spese per tali Calibani sono andate  perdute.

Procedo e noto alcune fanciulle dai sorrisi sbarrati. Mi sembrano senza pensiero queste Kovrai, quindi carenti di vita interiore. La sembianza umana nelle figure del sesto secolo ha  forme statiche e rigide.

Tali le mie prime amanti che non stimolavo, non aiutavo a pensare siccome non ne ero davvero capace nemmeno io. Sono stato prima un ignorante poi  un saputello mezz’orbo di mente, petulante e pretenzioso.

Helena mi ha redento dicendomi: “io non sono materia”. Non era giovane come la gelataia di Lubiana, né quanto l’universitaria di Praga, né studiosa come Päivi, né colta come Kaisa, ed era incinta di un altro, eppure è stata la migliore di tutte. Una ragazza madre libera e mai menzognera con me.

Il suo nome greco è rimasto legato alla sfera del sacro.

 

Poi vedo un’Atena che tiene un serpente in mano e minaccia un nemico pazzo e smisurato. Questa donna bella e scomposta mi fa venire in mente certe mie consanguinee, talora furenti e incapaci di contenere l’ira in forme ordinate. Ho cercato di educare anche loro, educatrici e pure educande. Pertanto le ho amate molto: mamma, nonna e zie.

Mi sono lasciato formare osservandole e imparando quanto mi era davvero congeniale, e altresì rifiutando quanto non dovevo prendere  siccome non mi  si addiceva. Da bambini osserviamo gli adulti in casa, li giudichiamo e scegliamo di imitarli in quello che ci piace e convince in quanto ci è connaturato. Dalle zie Rina e Giulia, maestre fasciste all’estero, ho preso l’amore per la scuola anche straniera, dalla mamma l’autonomia consentita  e la capacità di vivere in solitudine, dalla nonna Margherita ho ricevuto il soccorso  della grande benevolenza con la quale mi incoraggiava. Le piacevo perché assomigliavo a suo marito Carlino Martelli e pure a suo babbo Guglielmo Scattolari. Voleva lasciarmi tutti i suoi poderi ma non potè farlo perché aveva sei figli. Della terra che è mi è arrivata grazie alla mamma e alle zie, non ho venduto una zolla per gratitudine a loro. Ho preferisco vivere da povero piuttosto che vendere al palazzinaro di Tavullia.

 Il nonno era povero più di me, eppure mi ha lasciato beni preziosi:  l’amore per la bicicletta e l’adorazione del sole.

 

Procedo. L’immagine più ordinata e altamente umana di questo museo è un’Atena pensosa del quinto secolo. Ha un volto spirituale, un corpo coperto da un peplo che lo lascia immaginare ben fatto. Tiene la faccia china sulla mano sinistra che stringe una lunga lancia appoggiata a un angolo formato dal suolo e da un corto pilastro. La destra è posata sul fianco. In testa ha un elmo sormontato da un cimiero. Mi appare forte, riflessiva e sicura di sé.

Come Päivi appena la vidi il 19 luglio del 1974. Gli artisti raffigurano sempre le nostre vite, quelle di tutti. Ho iniziato da bambino riconoscendo le mie pene negli affanni di Leopardi e ho continuato così, con ogni autore che scrivendo scrive anche di me. Anche nel cinema ho riconosciuto personaggi di uno stampo simile al mio.

Nella Parthenope di Sorrentino ho rivisto le mie compagne migliori e me stesso. Donne libere contente che le amassi senza volere sposarle. Per carità!

Questa Atena è bella senza esibizione, è forte ma non grossolana, è pensante ma tutt’altro che indebolita dal pensiero inutile e inefficace.

“Amiamo il bello con semplicità e la cultura senza mollezza”, ricordai.

 Quando a Päivi  dissi,  per attirarla con una lusinga: “ti trovo, interessante, speciale”, ella mi rispose da grande signora: “Proprio me?”.

La amai. Eravamo nel luglio del 1974 il giorno del suo ventiquattresimo compleanno. Io mi avvicinavo ai trenta, età della svolta.

Cominciavo a sapere quello che volevo: diventare il professore di liceo più bravo di Bologna 11 anni dopo avere concluso il liceo Terenzio Mamiani di Pesaro dove ero stato lo studente più bravo. La studiosa Kaisa, poi Päivi mi avevano ripetuto questa lezione che avevo ricevuto  fin da bambino dalle zie maestre. Ma circondata da un alone sacro è rimasta soltanto Helena. Non mi ha mai mentito né ferito.

“Ifigenia  un giorno mentiva, un altro feriva,  poi magari leniva, il terzo mi colpiva di nuovo per spalmare un’altra volta il suo balsamo, ma oramai  ferite e  unguenti, dolori e felicità, menzogne e verità  dopo essersi avvicendati per anni  si sono unificati nella grande inarrestabile ruota del destino”,   ho pensato.

 

Esco soddisfatto dal Museo dell’Acropoli.

 

Bologna  30 gennaio 2026 ore 17, giovanni ghiselli

p. s.

Sono le cinque della sera, e non è buio, anzi, se il cielo  non fosse nuvolo so si vedrebbe tramontare il sole dal mio studio. Tra un paio di giorni sarà l’anniversario di quell’inizio di febbraio del 1964 quando, non ancora ventenne,  mi recavo a lezione di letteratura inglese per via Zamboni. Camminavo verso l’occidente che si imporporava dietro a due studentesse, e sentìi che una diceva all’altra: “giornate lunghe!”. Lo notai con stupore  poiché negli anni precedenti non me ne ero mai accorto tanto presto. Questo segno vocale di un destino benigno, di una vita migliore,  mi commosse profondamente . Sicché entrai in un portone e ne piansi di gioia.

Ogni anno passando di lì lo ricordo. Ogni giorno per me è quello della memoria di fatti politici e anche personali. Anche i genocidi ricordo ma pure questi sono tanti dalla distruzione di Troia con il bambino Astianatte buttato giù dalle mura fino a oggi. 

 

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