domenica 25 gennaio 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 VIII. L’offerta respinta. Farfalle e lucciole. La bellezza abbagliante.


Sicché decisi di parlare senza maschera e senza ironia, per fare la pace.

Andai nel bagno per mettermi le lenti a contatto quasi fossero un abbigliamento elegante. Comunque costituivano uno dei momenti della mia cosmesi dopo la bicicletta, le corse a piedi, l’abbronzatura, la doccia  e la frugalità .

 Quindi tornai a sedermi sulla cuccia della cabina, chiusi il quaderno che avevo lasciato aperto  e dissi: “Il nostro rapporto è fallito, Ifigenia, c’è poco da fare. Ma non è una tragedia: non c’è stato un bambino e dopo questo pellegrinaggio possiamo smettere di frequentarci, se vuoi”.

“Come potrei non volerlo ?”, fece, rispondendo con una domanda polemica.

Il gioco di scacchi ricominciava ma non desistetti dalla volontà di fare chiarezza.

“Il fatto più grave cui è difficile trovare rimedio è che in noi due,  c’è della stanchezza. Abbiamo nell’anima qualche cosa di tetro, di malato, che ci sottrae energie, ci ha tolto del tutto ogni letizia dal petto, expulit ex omni pectore laetitias[1].

 

Stavo ricominciando a citare, a recitare anche io. Era più forte di noi, zingari teatrali di formazione classica. Lei più dionisiaca, io incline piuttosto all’apollineo. La tragedia greca  conteneva entrambi questi aspetto con accenti diversi nei tre autori: Sofocle il più apollineo; Eschilo ha dato spazio anche a personaggi della mitologia inferiore, direi predionisiaci, latori di caos poi cosmizzato da Atena e da Apollo nelle Eumenidi, come nel frontone occidentale del maestro di Olimpia.

Dioniso è l’oriente barbarico che giunto in Grecia diviene arte quale musica.

Le Baccanti di Euripide hanno indicato la possibilità di conciliare l’apollineo con il dionisiaco.

Non potevamo arrivare a una sincrasia pure noi, almeno durante il viaggio nell’Ellade?. Volevo provarci.

Sicché ripresi a parlare

“Tu mi hai lasciato, almeno quale donna fedele; io ho sbagliato credendo superstiziosamente che alla mia fedeltà conseguisse la tua. Ora non siamo più tenuti a limitare la nostra libertà amorosa.

 La causa del nervosismo e dello squilibro che ci ha fatto cadere nell’insensatezza volgarità della gelosia possessiva è stato il nostro “fidanzamento”, falso, assurdo e ridicolo.

 Chiarisco questo per dirti che non c’è più ragione di litigare: io non voglio toglierti niente né tu puoi farlo con me e nemmeno lo vuoi. Dunque ora usciamo da questa angusta cabina dove stiamo spargendo il buonumore che avemmo quando si decise di fare questa esperienza insieme”.

“Mi pare di essere chiusa in  una gabbia”

“Ricordati però che la settimana scorsa ci siamo cercati a vicenda e quando ci siamo trovati abbiamo detto: “mi manchi” con voci reciproche.

Dunque non è vero che il nostro discidium o divortium ci renda felici. Io senza te non lo sono mai stato.

Tu non abitavi nella periferia delle mie gioie, anzi con te ho visto tutti i termini della beatitudine mia[2].  

Né d’altra parte lo stare insieme ci piace, come si vede benissimo. Secondo me c’è qualche cosa di malato in entrambi, e il morbo non dipende dal nostro rapporto, bensì lo contagia. Che cosa può essere?

Pensiamoci, Ifigenia, parliamone senza questionare”

“ Va bene, ci penserò, ma non voglio parlarne con te”

“Per quale ragione vuoi pensare da sola a un problema, un ostacolo alla felicità mia e tua?”

“Perché non mi fido di te: tu non hai più l’autorevolezza per darmi consigli”.

“Ho capito”, conclusi.

Non potevo dialogare con una persona che mi rifiutava. Uscìi dalla stretta cabina pensando: “Ci rivedremo  a Patrasso o sull’ombelico del mondo”.

Salìi sul ponte. Navigavamo già tra i sacri monti dell’Ellade. Cercavo di non pensare più a niente. Presto però mi raggiunse colei e sedette vicina, cupa e senza guardarmi tuttavia. Nemmeno quei monti tutti pieni di dèi guardava. Il ponte di poppa era  pieno di gente seduta o distesa a prendere il sole già alto nel cielo. Ifigenia guardava se la guardavano, oppure fissava lo sguardo sulla propria ombra. A un tratto interruppe il silenzio e osservò che il luccichìo del sole sul mare sembrava una danza di farfalle gialle su un prato pieno di luce.  

Imitava  il mio metodo inteso a trovare le somiglianze. Forse voleva riprendere il dialogo.

Ma la feci aspettare.

Pensai che più spesso traeva impressioni dalle notti lunari.

Mi vennero in mente alcuni suoi strilli isterici, quasi raccapriccianti, quando vedeva spuntare dai monti su tacita selva la luna, a Moena, o dalla distesa marina di Pesaro.  Amava le lucciole che vedeva da bambina nel suo paesello abruzzese.

Le lucciole piacevano anche a me quando ero bambino: le vedevo negli orti pesaresi, ma a Bologna non le avevo mai viste. Pensai a Pasolini. Un maestro che mi mancava.

“Per fortuna le farfalle volano ancora” mi dissi.

 

Ifigenia si alzò. Camminava leggera in mezzo a un carnaio di corpi distesi sul sordido ponte della nave ferrigna. Sembrava una grande farfalla discesa nell’orribile barca del demonio Caronte per portare ai dannati l’estrema visione della bellezza terrena.

“Se si avvicina troppo alle perdute genti destinate all’inferno-pensai-questa falena rischia di bruciarsi le ali, di precipitare nel lago gelato , tra le ombre dolenti dai visi cagnazzi, dannati che gemono e battono i denti crepitanti in nota di cicogna[3]”.

 Intanto però la sua bellezza mi abbagliava.

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

Note

3 Catullo, 76, 22.

 

4 Queste due espressioni iperboliche e ricercate risentono la prima del Giulio Cesare di Shakespeare (II, 1, 285-286), la seconda della Vita nuova di Dante (I, 1). Tale è manierismo, anche un po’ Kitsch direte voi. Non posso negarlo.

 

5 cfr. Dante, Inferno, XXXII, 36 e Ovidio, Metamortfosi, VI, 97. Questo lo è ancora di più.

 

Bologna , 25 gennaio  2025 ore 18, 08 giovanni ghiselli

p. s.

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