Proust ci insegna che noi diventiamo davvero partecipi delle nostre esperienze non quando le facciamo ma quando ritroviamo il tempo perduto. Oggi dopo la cena infelice, dolorosa di ieri e una notte insonne, ricordando Pavese, mi sono chiesto: “val la pena esser solo, per essere sempre più solo?” (Lavorare stanca, 9)
No certo, tuttavia oggi mi sono legato alle sedia come Alfieri o piuttosto sono stato legato come Andromeda allo scoglio con poche possibilità di essere liberato.
Vi consiglio di leggere questo mito messo in ridicolo da Aristofane nelle Tesmofiriazuse. Lo farò anche io ripensando alla totale incomprensione di ieri.
Diviene sempre più grande la tentazione viziosa della solitudine quando vedo che le fatiche di un lavoratore artigianale, di un essere ancora vivente seppure per poco come mi trovo a essere, si scontrano con l’intolleranza di quanti non sopportano la diversità dalla norma. Fin da bambino il mio stato di solitario e strano ha dato fastidio a quasi a tutti. Durante la notte insonne ho pensato perfino che la rottura del femore riducendo le ore della vita all’aperto mi ha dato l’occasione di entrare più profondamente in me stesso e quindi, forse, me la sono cercata, come Edipo che si è acciecato per imparare ad ascoltare vedendo quanto ode: “fwnh`/ ga;r oJrw` ” (Sofocle, Edipo a Colono, 139). Quando tornerò a frequentare qualcuno farò bene ad ascoltare di più e parlare di meno, comunque badando a chi parlo. Dal cervello e poi dalla bocca mi escono spesso parole che sono segni di contraddizione: piacciono ad alcuni e dispiacciono molto a molti. Mi è costato sempre tanto.
Bologna 20 gennaio 2026 ore 18, 42 giovanni ghiselli
p. s.
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