Vita in comune con Albertine
Albertine capiva di essere troppo povera perché Marcel potesse sposarla (p. 11). Il matrimonio in fondo è un contratto e la borghesia rimane spesso affaristica anche quando si dedica all’arte
Del resto “mi domandavo se il matrimonio con Albertine non mi avrebbe guastato tutta la vita, sia costringendomi ad accollarmi il compito troppo gravoso di consacrarmi a un altro essere, sia obbligandomi a vivere assente da me stesso a cagione della sua presenza continua e privandomi per sempre della gioia della solitudine” ( p.22)
Su Albertine non mi restava più nulla da apprendere; anzi “mi sembrava ogni giorno meno bella. Solo il desiderio che eccitava negli altri e la sofferenza e la volontà di disputarla che suscitava in me, la innalzavano ai miei occhi come sopra un gran pavese”” 23
La duchessa “aveva coscienza dell’ elemento rustico e quasi contadino che restava in lei e metteva una certa affettazione a mostrarlo. Ma, da parte sua, non si trattava tanto della falsa semplicità di una gran dama che reciti la parte di campagnola e dell’orgoglio di una duchessa che schernisca le signore ricche piene di disprezzo per i contadini”
Era piuttosto “ il gusto quasi artistico di una donna conscia del valore di quanto possiede e risoluta a non guastarlo con un belletto moderno”, di moda. Era abbastanza intelligente da non obliterare le proprie origini sotto una vernice mondana.
Nel 1968 abbracciai la moda dell’essere di sinistra, poi la moda passò e sopraggiunse quella orrenda della “Milano da bere” e ora c’è quella della violenza. Ebbene io, pur provenendo da un ambiente clerico fascista, sono rimasto di sinistra con il volgersi delle stagioni e delle mode perché stare dalla parte degli ultimi mi è sembrato più elegante oltre che più morale e soprattutto più congeniale a me stesso. L’avevo già intuito quando le zie mi portavano alle battiture e alle vendemmie di Montegridolfo e provavo simpatia per i mezzadri molto poveri all’epoca
Quanto a obliterare la propria natura aggiungo che non dobbiamo dimenticare l’umanesimo.
Nel liceo di Manfredonia dove tenni una conferenza anni fa, venne ad ascoltarmi un deputato di Fratelli d’Italia. Un ex allievo di quella scuola. E’ stato civile. Gli ho detto che sono opposto alla sua parte politica ma che a lui, anche come uomo di destra, dovrebbe stare a cuore il liceo classico e spingere il suo partito a sostenerlo e rilanciarlo. Ha detto che intende farlo.
“Non possiamo obliterare le nostre origini sotto una vernice mondana, un belletto moderno, di moda. Vale per me e a maggior ragione per voi della Magna Grecia”, ho aggiunto
Il modo di studiare e di lavorare creativo degli studenti e dei docenti del liceo Aldo Moro aveva infuso ottimismo in me e pure in quel deputato.
Non ho invece ricordato che la Meloni ha affermato che il vero liceo è l’istituto agrario. Ma lei non ha studiato in un liceo classico e non è magno greca quindi non sa quale gioiello sia un buon liceo classico come quello di Manfredonia. Buono era anche il Mamiani di Pesaro dove ho scoperto la mia predisposizione per il greco oltre che per il latino già amato alle medie Lucio Accio. Allora già alle medie si studiava il latino con tanto di prove scritte molto serie.
Marcel è affascinato da tutto ciò che vede nella stirpe antica.
Disse alla signora di Guermantes: “ Avevate un vestito rosso con delle scarpine rosse; eravate meravigliosa; sembravate un gran fiore di sangue, un rubino in fiamme Come si chiama quel vestito? Può portarlo una ragazza? (p. 33)
Bologna 30 gennaio 2026 giovanni ghiselli
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