lunedì 26 gennaio 2026

Viaggio in Grecia agosto 1981 XIII La pedalata contro vento. Il bagno nell’acqua del golfo.


Nel pomeriggio partimmo da Delfi scendendo a Itea, poi seguitammo  ripercorrendo all’incontrario la via dell’andata. Ma il metodo era necessario cambiarlo siccome la direzione del vento non era mutata, sicché, diventato malevolo, soffiava con forza contro la nostra fatica. Per pedalare contro le folate furenti che spingono indietro non bastano gambe robuste e polmoni  capaci: testa ci vuole, cuore e tenacia.

E’ come fare centro con donne che lì per lì non ti gradiscono. Devi  convincerle  a trovarti gradevole prima, poi lepido, poi geniale e meraviglioso. Non è facile ma nemmeno impossibile. Con Kaisa funzionai bene assai presto, con Päivi subito, appena mi presentai; Elena invece, la migliore dell’intero mazzo, la suprema, l’Augusta,  quando la avvicinai la sera della conoscenza mi concesse solo un ballo degnandomi di pochi sguardi e non volle  replicare neanche una volta il breve giro di pista. La salutai, temevo per sempre, dicendole “Addio, se tu ti contenti”.

Ma non  rinunciai: ero tornato in buona forma dopo lo sconciamente subito in caserma, avevo recuperato le doti ereditate in particolare dal nonno materno, fannullone sì, ma pure ottimo ciclista e donnaiolo e io dovevo essere all’altezza delle qualità ricevute da lui, rivestire di vita  benvissuta la sagoma tratta da lui.

Sicché non desistetti e due giorni più tardi riuscìi a farmi ascoltare dicendo quanto avevo capito che poteva piacere a una donna bella e fine e dopo un altro paio di uscite la giovane donna, la domina mia, il mio gioiello, disse che stava imparando ad amarmi. Ma questo l’ho già raccontato[1].

Ora però torniamo alla pedalata sul golfo ventoso.

Pedalando contro vento dunque bisogna trovare la posizione raccolta da opporre agli sbuffi incostanti, e il ritmo regolare, continuo da mantenere cambiando il rapporto con il variare dei soffi e delle pendenze stradali.

La bicicletta è una scuola di vita. Cercavo di chiarirlo a Ifigenia la quale però era refrattaria a imparare siccome obbediva a tutti gli impulsi fuorvianti: si lasciava deviare dalla linea diritta dietro di me che cercavo di tutelarla dal vento, e talora, se le spinte regressive aumentavano, le assecondava fermandosi. Poi riprendeva a pedalare scomposta disperdendo energie come Iò la ragazza di Eschilo, trasformata in  mucca pazza e assillata da un tafàno assetato di sangue.

Ifigenia imprecava anche contro di me che l’avevo portata in tanta tribolazione, quindi oscillava, sbandava, sbuffava. Oppure annunciava visione quasi fosse una santa in estasi o una menade invasata: al termine di ogni strada sterrata e scoscesa che portava sulla riva sassosa, l’allucinata  vedeva un inesistente traghetto diretto verso un  villaggio dipinto dalla sua mente sull’altra costa del golfo. Voleva imboccare la ripida via che scendeva a precipizio sul mare per porre termine alla sua enorme fatica.  Dovevo contraddirla aspramente o dissuaderla con dolci parole sprecando fiato che mi serviva anche per darle qualche spinta in avanti quando  la strada si impennava repente.

Pensavo: “pedala come affronta la vita. Con il vento a favore procede bene, abbastanza spedita; con i soffi contrari perde forza e coraggio, si ferma o scivola indietro.

Adesso ha bisogno di buoni successi, altrimenti regredisce e si guasta del tutto”.

Provavo del risentimento per quella debolezza che non si lasciava aiutare.

Ma quando ottenne una sosta per un bagno che fece in mutande, e uscì dall’abbraccio marino con le forme perfette stillanti acqua salata, “Me beato”-gridai-per il regalo che mi hai fatto del tuo tempo migliore, un dono venuto da te creatura celeste, a rischiararmi la vita, un munus che presto diventerà il compito di illuminare la strada del bene a quanti potrò educare parlando e scrivendo. Io sono pronto e contento!”.

Quindi mi denudai quanto lei: mi sembrava cosa bella buona e giusta rispondere a quella epifania della venustà esponendo la mia buona tenuta somatica perché l’ammirazione diventasse reciproca.

Ti domando lettore: era matta lei sola?

Tutti e due cercavamo occasioni per fare delle scene. Questa era la nostra intesa, la chiave che apriva le porte del sesso, magari perfino quelle dell’amore e dell’arte

In questo eravamo geniali entrambi.

Avvertenza: il blog contiene una nota.

 

Bologna 26 gennaio 2026 ore 10, 26  giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Cfr. il mio romanzo “Tre amori a Debrecen” in prestito nella libreria Ginzburg di Bologna.


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