Dopo la cena eucaristica, di ringraziamento, entrammo nella stanza della casa sulla strada di Apollo. La strada della salvezza, speravo.
“Chi è per strada, chi è per strada, chi?” ricordai [1]
Eravamo noi due sulla strada sperando nella salvezza.
Quando ci fummo lavati e distesi, ci accordammo che non si poteva continuare come s’era fatto durante la traversata marina. Dovevamo iniziare almeno una tregua con un po’ di concordia. Invocammo l’ojmovnoia pregando anche in greco.
Si era d’accordo che andare sul sacrosanto ombelico del mondo volendoci male, cercando di danneggiarci a vicenda oltre che ognuno sé stesso, sarebbe stato non un atto sacro di devozione, bensì un sacrilegium, un abominio. Quindi, per sospendere le ostilità almeno nel culmine del pellegrinaggio, ci promettemmo che per qualche ora avremmo sospeso ogni giudizio su cause, scopi, colpe, discolpe e avremmo bandito ogni discussione foriera di lite. Portammo le brande sulla terrazza che rispondeva al mare dalla parte occidentale e al santuario da quella settentrionale. Recitammo una preghiera piccola, poi quando cominciava a udirsi il verso dei grilli che trema, facemmo l’amore. Io provai un piacere non schietto dopo tante cagnare; lei non lo so.
Dopo andammo a passeggiare sotto le rupi della montagna che era illuminata da una splendida luna e biancheggiava come se fosse innevata.
Mi vennero in mente questi versi di Sofocle tradotti poco tempo prima e glieli recitai
"Chi è quello di cui la profetica rupe di Delfi disse-ha compiuto infamie su infamie con mani sporche di strage?/ E' tempo che costui più vigorosamente/ di tempestosi cavalli/ muova il piede in fuga:/ armato infatti di fuoco e di fulmini/contro di lui si avventa il figlio di Zeus,/e terribili lo accompagnano/ le Chere che non sbagliano un colpo./Ha brillato apparsa or/ora dal nevoso/Parnaso, la parola di/rintracciare dappertutto l'uomo oscuro” (Edipo re, 463-476).
Chi è quell’uomo? Mi domandai. Sono io?
E’ il vecchio attore gradasso della notte brava di Ifigenia?
E’ qualcuno? E’ nessuno?
Andammo a dormire senza che avere trovato risposta.
Durante la notte mi svegliai con l’extrasistole e l’angoscia di non rivedere la santa faccia del sole. Temevo che la mia testa fosse stata colpita a morte durante le due faticose salite e la precipitosa discesa del pomeriggio infuocato. Il cuore di tanto in tanto rallentava e sembrava prossimo a non battere più. Temevo la pena di morte per avere fatto l’amore con la donna che mi piaceva ma non stimavo, né amavo. Dormiva ignara sull’altro lato del letto nella stanza affocata dove eravamo rientrati dopo la comunione.
Potevo morire spregevolmente per avere rinnegato la mia identità di indagatore di me stesso e del vero. Mi alzai dal letto fradicio di sudore e tornai sulla terrazza da dove potevo vedere il mare di Itea, le rupi delfiche, e il cielo. Una barca illuminata dondolava nell’insenatura come un bambino sul seno della sua mamma.
La parola greca kovlpo~ significa seno di donna e golfo di mare. Rifugio e fonte di nutrimento per bambini e marinai.
Raccolsi tutte le forze residue e rivolsi queste parole a Febo: “Signore di Delfi, ti prego fammi campare ancora un poco e dammi la forza di vivere nobilmente, come devo vivere io, se non è destino che lasci la vita in questo momento. Vorrei educare ancora i miei allievi al rispetto del prossimo e all’amore della cultura come della natura. Voglio scrivere un capolavoro per insegnare alle genti il bello morale, voglio gioire di ogni giorno che mi resta da vivere come il tempo di una festa solenne celebrata da te”.
Dopo tale orazion picciola ma molto sentita ripresi a camminare e tornai nella stanza e nel letto non più tanto bagnato. L’amante dormiva. Apollo fece dormire anche me. Il nume che giustifica la vita con la bellezza aveva salvato la mia. Resistere devo, mi dissi, se voglio esistere ancora.
Avvertenza: il blog contiene una nota e il greco non traslitterato.
Bologna 26 gennaio 2026, ore 9, 53 giovanni ghiselli
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