venerdì 16 gennaio 2026

Ifigenia. CCXXVII La gita scolastica a Bagno Vignoni. Vita politica e vita privata. Fa capolino la metodologia dell’insegnamento del greco.


 

Il 30 marzo andai nel senese in gita scolastica con la mia quarta

ginnasio. Osservavo gli allievi con occhio sano, cioé senza volere

nulla per me, nemmeno che mi ascoltassero come fanno in classe.

Quando fummo entrati in un convento, un vecchio frate mi venne vicino e mi parlò sottovoce: detestava prima i confratelli, poi i Toscani in generale, e infine tutta l'umanità. Ne parlava con odio convinto.

"Haud proinde in crimine incendii quam  odio humani generis

convicti sunt"9 , ricordai .

 Appena il maledicente si fu allontanato, si

avvicinò un secondo religioso per  consigliarmi di non dare

importanza a quanto aveva detto l'altro: era chiamato "fratello  pazzo".

Una volta era pazzo chi odiava oggi odiare è abitudine talmente diffusa che viene considerata una necessità. La cortesia, il rispetto dell’avversario, lo scontro cavalleresco perfino con il nemico,  sono valori tramontati e annientati dal nichilismo vigente.

Pernottammo in un albergo isolato in mezzo alla campagna fiorita

e affumicata da un vapore caldo che emanava da una vasca

termale. Il luogo si chiama Bagno Vignoni. Sembrava una

notte afosa di estate matura. Prima di cena i ragazzini correvano

intorno alla piscina fumosa sparendo e riapparendo con lieto

rumore tra le nuvole nate dall'acqua.

Pensavo: "Sono felici di stare insieme poiché hanno qualcosa da

dire e da fare in comune: giocare, studiare, contrapporsi agli

adulti. Per noi adulti ci vorrebbe una vita politica e culturale.

Quando avranno finito il liceo, ciascuno si desocializzerà se allora, nel 1985,

non ci sarà stato un rinnovamento in Italia. Cercheranno un

partner per riprodursi, e, dopo la  laurea, intorno al 1990, un

impiego, una casa, e qualche accessorio. Ma avere qualcosa

soltanto per sé non può dare gioia. La vita apolitica, egoista invece

che impiegata per il bene comune, non è umana nel senso più nobile della parola. L'impolitico, diceva Pericle, noi lo consideriamo non tranquillo

ma inutile 10. A parer mio chi non si adopera per il bene comune è anche dannoso.

Finito il liceo Mamiani di Pesaro, quasi morivo, siccome non

sapevo adattarmi a una vita senza bellezza, generosità, eroismo, a

un vivacchiare teso soltanto alla laurea, allo stipendio e alla produzione di

figli. Da funzionario della scuola e della specie.

Sono stati i miei  auctores a salvarmi. E la bicicletta pedalata in salita, nel sole.

Se non fossi riuscito a calarmi, come un attore, nelle storie grandi e meravigliose degli scrittori maestri e accrescitori, avrei posto termine al viver mio nell’acqua del porto. L'università era un'istituzione di tedio: una caterva di nozioni prive di idee e sentimenti. Senza la meraviglia madre della filosofia.

Non avrei potuto insegnare come fanno, certi colleghi che, annoiando e annoiandosi,   si adoperano per  allevare altre persone prive di spirito critico.

Per me insegnare doveva essere interessare, ravvivare, educare. Cultura è natura potenziata.

Bravo era Carlo Izzo, il professore di letteratura inglese. Mi chiese di biennalizzare l’esame e magari restare nel suo istituto ma io volevo studiare e insegnare greco e latino. Queste erano le materie dove primeggiavo nel Mamiani di Pesaro e il talento che mi distingueva era quello di tradurre gli autori greci e latini. In tale compito primeggiavo. All’Università non c’era la prova scritta: bastava studiare a memoria le nozioni cui si riduceva il sapere degli esaminatori. Il secondo esame di greco verteva si sette tragedie di Euripide. Provai a dire che il sapere non è sapienza citando le Baccanti:"to; sofo;n  d  j ouj  sofiva" (Baccanti , vv. 395). Credevo di fare una buona impressione premettendo al colloquio  queste parole che, dissi, avevano colpito tanto la mia sfera mentale quanto quella emotiva, ma la citazione non venne riconosciuta e fu presa per una mia stravaganza inopportuna. Ottenni trenta lo stesso individuando un cretico e dicendo "lunga, breve , lunga, un cretico perfetto ".  L’inquisitore non si accorse che avevo citato le parole, gridate con tese braccia elocutorie, dal professor Mac Hugh nell'Ulisse di Joyce".

Il professor Izzo invece era bravo: dava visioni d’insieme di un testo che presentava poi  lo confrontava con altri testi, mentre altri docenti  si soffermavano per tre o quattro lezioni su poche parole, nemmeno belle né particolarmente significative. Servivano solo alle loro carriere da talpe filologiche dalla bocca piene di radici. Nemmeno traducevano: numeravano le sillabe traformando l’Odissea in un libro di conti della spesa.

Gli autori antichi dovevo  studiarmeli  da solo cercandovi la bellezza e l’accrescimento della vita per seguitare ad amarli e trasmettere questo amore agli studenti..

Non sapevo allora che a 55 anni avrei fatto un concorso e poi insegnato per dieci anni a contratto nell’Università di Bologna, con puntate in quelle di Bressanone e di Urbino. Insegnavo a insegnare greco e latino. Quindi avrei tenuto conferenze in convegni anche  prestigiosi chiamato per la  novità e l’efficacia del mio metodo.

Con il passare dei decenni diverse mode sarebbero mutate e il mio essere a[topo~  non mi avrebbe condotto in carcere o in manicomio né alla condanna a morte come quella inflitta all’essere quasi fuori luogo, quasi ovunque, di Socrate.   La mia stranezza romita, dopo essere stata spregiata e perfino criminalizzata, sarebbe stata apprezzata. Pochi giorni fa una   alumna optima della SSIS, poi ottima collega, mi ha scritto: “Penso anche all'invidia che - a volte mi hai raccontato - ha pervaso le tue giornate a scuola, perché eri bravo e hai anticipato i tempi con lo studio della letteratura comparata, venivi contattato da case editrici, convegni, università”.

La mia metodologia preparata per un convegno tenuto a Torino verrà pubblicata dalla UTET.

Allora mi ero già ritrovato del tutto.

Ma dopo il liceo, per un paio di anni  ero stato più interessato al mio dolore tragico che allo studio soltanto mnemonico e acritico dovuto a molti tra  i miei esaminatori.  

Sicché ho indagato me stesso, e ho sofferto fino a non poterne più di soffrire, fino a capire che certamente dovevo studiare la grammatica, la sintassi, la metrica  e i manuali ma  sempre   in vista della bellezza di Omero e degli altri accrescitori di vita i quali mi hanno illuminato la strada che dopo il liceo si era abbuiata. 


Per vivere umanamente in mezzo agli uomini bisogna avere uno scopo

comune con loro. Così andava nell'Atene di Pericle quando una cittadinanza colta andava spesso a teatro, così a Bologna, a Roma, a Debrecen, a Praga, a Parigi tra il 1968 e il 1972. Poi il ripetersi delle stragi fece cambiare verso alla società.

Verso le nove telefonai due volte a Ifigenia. La prima non si

sentiva niente; la seconda mi diede l'angoscia.

Dissi: "Oggi mi sei mancata tanto".

"Anche tu mi sei mancato questa mattina".

"Ho capito", feci e la salutai. Pensavo: "Ha detto – questa mattina

–. Vuol dire che non le sono mancato nel pomeriggio, quando ha

visto Gennaro". Sapevo che era stata a lezione di danza.

Uscii dall'albergo, pieno di pena dovuta ora credo alla mia pignoleria da persona non ancora guarita dalle tante ferite antiche. Sembrava di sentire i grilli e le rane cantare nella campagna fiorita. Invece era lo stridere delle

tubature e il gorgoglìo della superficie bollente. Le fanciulle

camminavano, i ragazzini si rincorrevano intorno all'acqua dal

fiato fumoso. Feci il giro di uns grande vasca anche io, più volte, cercando presagi.

L'aria di Marzo era calda e appiccicosa come quella di luglio in

una città della pianura padana o della puszta ungherese. Mi

aspettavo che i fiori durante la notte divenissero frutti maturi, poi

marci, che cadessero a terra con tutte le foglie,  quindi dalla

putredine tornasse la vita, in un volgersi vorticoso delle stagioni, in

una ridda continua, macabra, buffa e lieta nello stesso tempo.

Tornato in albergo, sentii dire che avevano sparato al guitto

divenuto presidente degli U.S.A. L'avevano solo ferito.

"Sarà stato un sicario pagato da un potentato economico e

finanziario cui la linea dell'istrione dai capelli orrendamente tinti non giova.

Se la mia compagna capisse qualcosa di politica, potremmo parlarne.

Ma quella pensa soltanto a se stessa. E io penso troppo a lei".

Andai a letto accompagnato da questi pensieri, senza conforto.

Passai male anche il secondo giorno di gita. Al risveglio osservavo la vasca

che vomitava sempre fumo rovente. Sulla superficie acquorea

sbocciavano, si gonfiavano, si rompevano, poi si riformavano,

gorgogliando, a miriadi, le bolle d'aria, come nell'anima mia i

pensieri vani. Pochi giorni prima Ifigenia  mi aveva detto:

"Abbiamo davanti una nebbia che ci oscura il mondo".

La sera, appena arrivato a Bologna, le telefonai. Disse che le ero

mancato tanto e che per sentirsi meno lontana da me era stata “a

casa nostra” dove aveva lasciato un messaggio. Corsi subito a


leggerlo. Diceva: "31/3/81. Gianni, ti amo sempre di più e non

vedo l'ora di rivederti per poterti baciare e parlare. Ti adoro, tua

Ifigenia. Se non ci sentiamo prima, ti auguro una buona notte

e sogni felici ". Ne trassi  conforto.

 

Avvertenza: il blog contiene 2 note.

 

Note

 9

Tacito, Annales, XV, 44: e vennero ritenuti colpevoli non tanto del crimine

dell'incendio quanto di odio per l'umanità. Si riferisce ai Cristiani condannati dal

regime di Nerone dopo l'incendio di Roma del 64 d. C.

10

Cfr. Tucidide, Storie,  II, 40.

 

Bologna 16 gennaio 2026 ore  16, 54 giovanni ghiselli

p. s

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