giovedì 15 gennaio 2026

Ifigenia CCXXI. L'ultimo viaggio da Bologna a Moena. Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw. La notte obbrobriosa.



 

La mattina di venerdì 20 marzo, verso le sette e mezzo, mentre

stavo uscendo da casa, sentìi squillare il telefono, del tutto

insolitamente così  tanto presto.

"Chi può essere a quest’ora?" mi domandai, sperando che

fosse Ifigenia. Il proposito di non amarla più e di prepararmi

alla solitudine era debole. Rimasi deluso dalla voce di mia sorella

che chiamava da Moena e ci invitava a raggiungerla lassù: c'erano

anche suo marito e un gruppo di amici.

"Venite", disse, "si starà un poco insieme".

"Io arrivo questa sera, volentieri; Ifigenia non so: oggi è molto

impegnata nella scuola di recitazione", risposi.

Non volevo raccontare le nostre tragedie al telefono.

"Aspettala", mi esortò Margherita. "Venite insieme domani

mattina:  noi rimaniamo fino a domenica sera".

"Glielo dirò", conclusi,"comunque tu e io ci vediamo".

Mia sorella non si era accorta che la ragazza non gradiva la

compagnia dei suoi amici, nemmeno la sua, anzi oramai neppure la mia.

Per strada pensavo che era meglio se a Moena andavo senza di lei:

avrebbe fatto scene odiosissime, come l'ultima notte dell’anno. Non era

capace di sciare, non sapeva o non voleva osservare, tanto meno

ascoltare; chi avremmo trovato non le piaceva; con me si accordava una volta su dieci. Non amava neppure il sole, sebbene all'abbronzatura

tenesse parecchio, secondo la solita pretesa parassitaria di avere

tutto, in cambio di niente. E in ogni caso era innamorata di un altro: che cosa voleva ancora da me? Il sangue?

Entrai in classe e assegnai il compito di latino. Mentre i ragazzi

traducevano, cercavo di stabilizzare il vacillante proposito di

terminare il rapporto. Scrissi all'Antonia che l'amore più grande,

 della mia vita era finito. Aggiunsi una frase tratta

da Leopardi "anche io davo il mio contento in custodia alla

malinconia"1.

Il buio dei mesi quasi del tutto orbi di sole era già  finito ma l’nverno del mio scontento era ancora cupo e oppressivo.

 Scrivevo  abbozzi di epigrafi sulla pietra tombale della relazione sciagurata. Non lo sapevo ma  c’erano altri due mesi e 24 giorni di agonia spesso  penosa da passare insieme.

All'inizio dell'intervallo ero incerto se telefonarle, cosa che avevo

fatto sempre, come un rito quasi dovuto, ogni volta che  uscivo di classe e andavo nella cabina telefonica di via Monte Grappa. Allora non c’erano i cellulari e passati diversi decenni non ce l’ho tuttavia. Perché sei povero, direte voi cari lettori mossi dalla compassione. In questo caso,

 voglio precisare, non è la povertà a privarmi di quello strumento,  bensì la mia ricchezza di spirito.

 Formai il numero poco convinto, tanto che

lo sbagliai. Lo rifeci con l'intenzione di dirle soltanto che la

salutavo poiché subito dopo la scuola sarei andato in montagna.

Non intendevo invitarla. Ma il telefono era occupato. Allora sentii

una voglia impaziente e nervosa della sua voce. Finalmente

rispose.

"Ciao - dissi -. Ti telefono per salutarti: subito dopo la scuola vado a

Moena. Margherita e i suoi amici mi aspettano".

Senza esitare un istante Ifigenia rilanciò: " Gianni, ti prego, tu  aspetta me fino alle sei. Ti prego, ti prego. Ho voglia di venire con te, anche di vedere Margherita. Mi sono svegliata di ottimo umore. Mi manchi".

Così mi spiazzò, mi eccitò, mi commosse. Mi vennero le lacrime

agli occhi; ebbi un'erezione immediata. Non fui capace

di mantenermi fedele al primo proposito, di tenerla in rispetto e a

distanza da me, come avrei voluto, siccome immaginavo che a

Moena e in presenza di Margherita si sarebbe comportata da

canaglia, come la sera di Bratto.

"Sì tesoro, ti aspetto, sì vieni, mi fa tanto piacere davvero", risposi.

Non che fossi acciecato al punto di non prevedere dispiaceri grossi;

il fatto è che in fondo credevo di averne bisogno, per capire

meglio e fare capire altre cose a quanti mi avrebbero letto. Forse  sei curioso, lettore, di quest'ultimo viaggio da Bologna a Moena dei due amanti

degenerati in nemici. Sicché seguiterò a raccontare cercando di rendere interessanti e significative per molti le nostre sciagure del resto screziate da qualche tocco d luce. Se smetterete di leggermi, cesserò di scrivere.

Nel pomeriggio andai a correre i 5000 metri al campo sportivo: lo

feci in un tempo buono per il mese di marzo. Allora pensai che

portandola in montagna con me, non solo facevo del bene a lei,

siccome la aiutavo a non degradarsi con quel ballerino di mezza

tacca, ma anche a me stesso, in quanto frequentandola potevo acquistare

 della consapevolezza  soffrendo di sicuro e magari godendo anche un poco.

Alle sei e mezzo dunque partimmo per la valle di Fassa. Le mie intenzioni erano buone. All'inizio eravamo  in discreta armonia.

Cantavamo  Marinella  di Fabrizio De Andrè, scambiandoci

sguardi per quanto lo consentiva la guida, e sorridendoci, come

due che si vogliono bene, o addirittura si amano. Andava così nel

novembre del '78, il primo mese del nostro rapporto, quando ci

guardavamo nelle pupille con ammirazione reciproca, con allegria,

con gioia, e osservandola io non potevo fare a meno di ringraziare il Sole,

la Mente dell'Universo di averla avviata sulla mia strada.

Appena usciti dal casello di Padova ovest, però, mi innervosii

poiché avevo dimenticato di fare benzina nell'autostrada, mentre

fuori le pompe erano già chiuse. Ifigenia intanto, accesa la

radio, aveva cercato e trovato la musica rock, e la teneva a tutto

volume. "Musa drogata"2 pensai. Né mi aiutava a rimediare la

necessaria benzina. Mi domandavo:" Che cosa è venuta a fare in

montagna con me?". Attraversammo Cittadella, passammo Bassano e imboccammo la Valsugana.

A Borgo Valsugana finalmente vidi un distributore aperto; dopo il

rifornimento mi tranquillizzai un poco. Anche perché erano cessati

quei rumori d'inferno. Mi diedi a canticchiare:

“Quando saremo fora fora de la Valsugana

A ritrovar la mama a vedere come la sta”.

Avrei continuatio almeno fino a “la mama la sta bene” ma Ifigenia mi interruppe gridando:" Ehi, vecchio signore!" e dandomi una gomitata.

"Che cosa vuoi ?", le domandai.

"Tu devi rispondere-Dei immortali!-", ordinò.

Stetti al gioco:"Dei immortali!".

"Vecchio signore, non scappare!".

Dovevo rispondere:

"Non scappare? Vecchio signore? A Giulio Cesare questo?".

Erano battute del Cesare e Cleopatra di Bernard Shaw3 . La fanciulla le

aveva provate all'Antoniano, nel pomeriggio. Per un quarto d'ora

fu divertente, ma ripetuta decine di volte la scena divenne

monotona, quindi ossessiva, noiosa e odiosa. Non la finiva più di

ripetere:"Ehi, vecchio signore!". Con voce da bimba. Smisi di

risponderle, ma continuò fino a Moena. "Mancanza di misura",

pensavo,"di educazione, di intelligenza" probabilmente è adatta a

quel ballerino utile solo ad allungare una fila4.

  Si rispondeva da sola. Con voce da uomo. Piacere depravato.

"Sfinge, tu abusi dei secoli (…)

"Sono più giovane di te, benché tu abbia ancora una voce da bimba (…) Ma che regina d'Egitto!".

Verso l'una arrivammo. Disse:"Buonanotte, vecchio signore", poi

si avviò verso  camera sua.

Mi sentivo così poco amato, così strumentalizzato, e provai tanto

risentimento che pensai:"Se non vado a letto con quella, gliela do

vinta ancora una volta. E' venuta a Moena solo per abbronzarsi e

sfruttarmi: non prova attrazione, né stima, né affetto per me.

Adesso però le faccio vedere cosa provo io per lei".

Mi involgarivo, mi mettevo a un livello più basso e triviale del

suo: Ifigenia non voleva fare sesso con me; il mio cattivo demone aveva

intenzione di esigerlo per dispetto. 

Andai in camera mia a posare il bagaglio, quindi salii la rampa di

scale che ci separava e bussai alla porta della sua stanza.

Mi aprì. Entrai. Le chiesi:"Hai voglia di dormire?"

"No", rispose pur stropicciandosi gli occhi, come faceva, a

qualsiasi ora, quando voleva dare a vedere di essere già mezza

morta di sonno.

"Bene", dissi, " neanche io. Dunque facciamo l'amore". Come

se  le fosse dovuto  farlo comunque: anche senza tenerezza,

né simpatia, poiché era quanto mi spettava in cambio dell'aiuto

per l'esame, e del fatto che l'avevo portata in montagna.

Certo, poteva dirmi che non se la sentiva e sarei tornato subito in camera mia, ma non lo fece e ne seguì un concubito squallido.

 "Ecco il peccato vero", pensai,"non è fare l'amore, come ci inculcavano i preti, ma fare sesso in questo modo che nega la gioia". Quindi cominciai a

vestirmi, senza parlare. Volevo andarmene, ma Ifigenia disse:"Gianni, resta a

dormire con me".

La guardai. Era nuda. Aveva un'aria davvero stanca, quasi

sofferente e malata. Mi diede pena. La sua dignità residua non le

consentiva di cadere in una specie di semiprostituzione senza reagire con una scena di affetto e con una simulazione di amore.

"D'accordo", risposi. Volevo contribuire a salvare la faccia, la sua e la mia,  comunque  sapevo che nella sua richiesta non c'erano sentimenti buoni per

me.

Dormii un paio di ore, poi tornai in camera mia, pieno  di

compassione e disgusto . Non doveva succedere più un obbrobrio  del genere.

Avvertenza: il blog contiene 4 note e il greco non traslitterato.

 

Note

 

1 Leopardi, Zibaldone,  27 Dic. 1820.

2Cfr. Platone, Repubblica, 607a:"

eij de; th;n hJdusmevnhn Mou'san paradevxh/ ejn

mevlesin h] e[pesin, hJdonhv soi kai; luvph ejn th'/ povlei basileuvseton ajnti;

novmou te kai;..lovgou", se invece accoglierai la Mu sa drogata nei canti o nei

poemi, il piacere e il dolore regneranno nella tua città invece della legge e del

pensiero.

 

3Atto primo, quadro secondo.

 

4Cfr. T. S. Eliot, Il canto d'amore di J. Alfred Prufrock, vv. 114-116:"No! I am

not Prince Hamlet, nor was meant to be;/am an attendant lord, one that will do/to

swell a progress, start a scene or two", no, io non sono il Principe Amleto, né ero

destinato a esserlo;/io sono un cortigiano, sono uno/ utile forse a ingrossare un

corteo, ad avviare una scena o due.


 

 

Bologna 15 gennaio giugno 2026 ore 17, 20, giovanni ghiselli

 

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