giovedì 15 gennaio 2026

Ifigenia CCXXII. La ragazza sta peggio.



La mattina, verso le nove, andai a chiamare Ifigenia che era

già pronta; quindi scendemmo insieme nella sala della colazione.

Avevo voluto evitarle l'imbarazzo di salutare da sola Margherita e

i suoi amici. Questi stavano finendo di nutrirsi; come ci videro

entrare, si alzarono in piedi, ci applaudirono e fecero dei gran

complimenti. In effetti la ragazza era bella assai e imbelliva anche

me. Poco dopo le dieci, salimmo sulla pista del Lusia. Ifigenia si era

procurata sci e scarponi, ma non volle provarli; "forse domani",

disse. Cosa era to; katevcon[1] ciò che la tratteneva? La paura di fare una figuraccia o perfino di farsi male.

Quando furono le undici anzi, accusò un forte male di stomaco e

volle rientrare in albergo per stendersi nel letto. Sarebbe tornata

più tardi. Sciando, pensavo a lei che mi aveva accompagnato per

soffrire e farmi soffrire: non sciava, non parlava, non osservava il

paesaggio, aborriva il gruppo di mia sorella, nemmeno del sole e

dell'abbronzatura si curava. Era venuta sulle Dolomiti per

chiudersi in una stanza e  lamentarsi. “Meglio contentarsi che lamentarsi”[2] ricordai. Fulvio mi fece passare questo vizio quando lo conobbi nel 1966 minacciando di bastonarmi se non la smettevo. Aveva in mano un bastone. Mi parve uno scettro regale e diedi retta. Mai una minaccia fu tanto benefica per me: mi tolse il vizio di essere querulo cioè debole e noioso.

Ifigenia dunque era un peso gravoso nella mia vacanza moenese.

Mi venne in mente un compagno di scuola di quinta ginnasio, Maurizio, che nella gita scolastica del 1960,  proprio a Moena,  durante  una colazione, chiese un panino. Siccome non glielo portarono, si lagnava:"Boia di un Giuda, ho fatto spendere quindici mila lire a mio padre per non mangiare un panino?

Sa ’sti quattre! Do’ i’ ho i sold?  E tu Ghiselli, perché mi hai detto che questi posti dove ci affamano sono bellissimi? Era meglio se restavo a casina mia, e quei bei baiocchi me li tenevo in saccoccia, boia miseria!".

 Vecchio, compagno di scuola, tutto istinto.

Mi venne in mente per converso l’icona sacra di Marisa e la gita scolastica delle nostre due terze medie a Venezia nel 1958. Era sempre sorridente e mite, una fanciulla dalla bellezza benigna e vestita di umiltà. Tanto che brava com’era non ha voluto fare carriera. Fu e rimane un modello di persona amabile.

 Invece Ifigenia come quel  Sessi quindicenne  era tutto istinto, nemmeno  benevola era nei miei confronti, ed era meglio se non veniva a Moena. Rimuginavo fastidiosi pensieri e ricordi letterari mescolati e temperati con buffonate e solecismi della mia adolescenza pesarese.

Alle tre cercai di telefonarle. Una voce rispose che la signorina

non era in albergo. "Cosa?", pensai,"è uscita?".

Cominciavo a sentire il morso vipereo della gelosia, quando la vidi

apparire con la faccia pallida, immersa nel bavero rialzato del

montone nuovo, quasi bianco anche lui. Era più attraente del

solito. Come Päivi quando mi accolse all’aeroporto di Helsinki e già covava la morte della bambina concepita con me.

Donne in fuga da me. Meno male penso oggi. Se non fossero fuggite sarebbe andata peggio.

"Stai meglio?", le domandai. La madre mia quando le davo fastidio invece chiedeva: stai peggio?”. Intendeva mentalmente. “Sì, giannetto è pazzo di nuovo”, rispondevo.

"No, sto ancora male. Sono tornata perché in camera da sola avevo

paura. Ti aspettavo, ma tu non arrivavi mai. Non hai nemmeno

telefonato. Speravo tanto che lo facessi".

Contraccambiai la cortesia.

"Infatti, lo stavo facendo poco fa, tesoro. Mi hanno detto che eri uscita. Non ti ho chiamata prima  perché pensavo che stessi dormendo. Davvero non ti è passato il male?"

"No, gianni, sto molto peggio di prima. Non ho abbastanza più corpo per soddisfarti".

"Moena, o cara, noi lasceremo,/ la vita uniti trascorreremo:/de'

corsi affanni compenso avrai,/la tua salute rifiorirà "6,

canticchiai quasi senza ironia. Traviata era lei pure dopo tutto.

Si vedeva che non stava bene, il pallore tendeva al verde, ma la sua venustà era inattaccabile, integrale era: anche se mutava colore non cambiava sostanza.

"Cosa pensi che sia, cocca?", le domandai. Mi venne in mente

Helena , e la sera di un luglio lontano, eravamo nel 1971, quando alla

stessa domanda rispose:"ho male al ventre: potrei essere incinta,

ma potrebbe anche essere un cancro" 7.

Quando mi chiedeva aiuto Helena suscitava il mio istinto paterno nonostante fossimo coetanei.

"Non lo so", fece Ifigenia,"sento dolori forti sotto lo stomaco,

a destra. Forse è il fegato. "Bellina", pensai."Le tue vene tremano

senza tregua, come cespugli di rose" 8.

"Ti accompagno in albergo,  poi rimango là con te-dissi-ho sciato

Anche troppo".

 

Avvertenza: il blog contiene 3 note e il greco non traslitterato.

 

Note

6

Cfr. La traviata, F. M. Piave-G. Verdi, III,6.

7

Cfr G. Ghiselli, Tre amori a Debrecen. Non compratelo: potete trovarlo in prestito nella libreria Ginzburg di Bologna.

8

Cfr. József Attila, Ode, 4.

Bologna  15 gennaio 2026 ore 17, 46  giovanni ghiselli

 

p. s.

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