sabato 17 gennaio 2026

Ifigenia CCXXIX Superstizione1 meteorologica. L’italiano come il greco antico è un aggregato di lingue 1 bis.


 

Il 4 aprile temevo la pioggia. Due anni prima, la ragazza mi

aveva insegnato la credenza popolare che se piove quel giorno poi

il tempo rimane cattivo per almeno due mesi: si infradicia tutta la primavera e una parte dell'estate. Nel 1979 piovve.

La sera verso il tramonto il cielo si oscurò a occidente; allora promisi all’amata che con la mia forza mentale avrei tenuto in rispetto la canaglia ringhiante delle nuvole nere almeno fino a mezzanotte e un minuto. Ma alle dieci la giovane donna telefonò dicendo che suo marito sapeva tutto di noi;

allora la mente, terrorizzata dalla prospettiva di un legame contrario alla natura mia, e presoffrendo i due anni venturi, crollò: le nubi dilagarono,

si squarciarono, e su Bologna imperversò un diluvio notturno.

 

Il 4 aprile del 1980 eravamo  a Padova, ospiti di Stefania che

faceva una delle sue scene: beveva, piangeva, rideva, gridava, accusava, sgomitava. Una gran confusione. Piovve a dirotto. L'aria fu irritata dal tuono e da una convulsione di venti selvaggi. Balenavano le spire infuocate

dei fulmini, e i turbini facevano girare la polvere2 .

 In effetti le primavere seguenti furono mézze come le “persiche” della poesia Nella belletta del vate abruzzese.

 

Seconda parte: un aggregato di lingue

Questo  4 aprile del 1981  cui la nostra storia è arrivata,   Ifigenia era a Verona, in gita con la sua scuola di recitazione. Il cielo si oscurò ma non piovve. "Presagio di estate felice", pensai.

Il 6 arrivò una cartolina. C'era scritta una banalità che mi fece

piacere:"Mi manchi tanto, ci vediamo  tra poche ore. Ifigenia”

 Prima di partire era passata da casa mia, senza trovarmi, poiché ero

a Pesaro. Le avevo lasciato un biglietto:" Cara cocca, scusa se

vado via così inopinatato, ma la zia Giorgia, come

Geronimo, è pazza di nuovo3 . Ieri ho pensato ogni bene di te.

Se ne hai voglia, allenati con la bicicletta: così, presto ci

andremo insieme. Ciao amore. gianni.

 

Al ritorno avevo trovato un messaggio suo:"Caro amore mio, ti

ringrazio di tutto, della tua ospitalità e del resto. Mi dispiace

moltissimo non vederti questa sera. Comunque domani, se è una

bella giornata, andiamo in bici, oppure ci troviamo dai

Greci. Oggi mi sei mancato molto, molto, ma con tranquillità.

Sono tanto felice di amarti così, e voglio darti il meglio di me

stessa. Ti adoro tesoro. Ciao Ifigenia ".

Da queste parole sembra che ci amassimo, che ci volessimo bene,

che ne fossimo sicuri. Invece nella  mia testa girava una gran confusione.

Anche il mio animo aggregava stati diversi.  Ricordavo di nuovo la tempesta che subissa Prometeo : “  O santità della madre terra, o cielo che volgi in giro il bene comune della luce, vedi che, a torto o a ragione, io soffro4".

 

L'otto aprile dovevo tornare a scuola di pomeriggio, per un

collegio dei docenti. Ci stavo andando di malavoglia:

senza allievi mi sentivo fuori posto in quel tetro edificio. Ero del tutto diverso, ontologicamente diverso, dal preside e dai suoi seguaci che lasciavano le impronte seguite da molti tra gli altri.

In via Nazario Sauro però mi venne incontro Ifigenia con un sorriso vivo nel

piccolo volto abbronzato che spiccava su una camicia di colore

bianchissimo e molto aderente al seno grande e bello. Tornava

dalla palestra di danza, ma non pensava al ballerino Gennaro, anzi,

aveva anticipato l'uscita per passare davanti all’ edificio scolastico nel

tempo probabile in cui dovevo entrarci io. Voleva vedermi.

Voleva piacermi. Oh sì mi piaceva assai la ragazza, e mi fece

piacere. “Che bea che xè” dicono i maschi veneti di tali capolavori offerti da giovani femmine umane.  I siciliani invece: bedda fimmina.

Oppure: “s’é un fiòr”, ma questo piuttosto a Trieste.

L’Italiano è davvero “un aggregato di lingue”[1].

Ifigenia era un fiore in pericolo come il nostro amore, come la vita mia che  ormai sfioriva per giunta. Mi venne in mente il carme  11 di  Catullo con il fiore reciso dall’aratro che passa oltre:"nec meum respectet, ut ante, amorem/qui illius culpa cecidit velut prati/ultimi flos , praetereunte postquam/tactus aratro est " (vv. 21-24) , e non si volti a guardare, come prima, il mio amore, che per colpa di quella è caduto come il fiore del ciglio del prato, dopo che è stato reciso dall'aratro che passa oltre.

Ma questo sarebbe accaduto a suo tempo, nel  momento giusto. Ci volevano ancora un paio di mesi. In ogni modo Ifigenia aveva dato un significato a quella mia uscita pomeridiana altrimenti insensata. La sera nel letto, per riconoscenza, le raccontai una fiaba:

"C'era una volta un re innamorato della propria figliola".

"E la regina?", domandò .

"Morta", risposi senza esitare.

Ifigenia era nuda, distesa sul lenzuolo scoperto, e mi fissava

con gli occhi spalancati. Lanciò un gridolino di contentezza

battendo le mani. Cara ragazza, figliola, monella5 .

Avvertenza; il blog contiene 5 note.

 

Note

1 Nulla res multitudinem efficacius regit quam superstitio: alioqui impotens, saeva, mutabilis, ubi vana religione capta est, melius vatibus quam ducibus suis paret "(Curzio Rufo,Historiae Alexandri Magni , IV, 10), nessuna cosa meglio della superstizione governa la moltitudine: altrimenti sfrenata, crudele, volubile, quando è afferrata da una vana religione, obbedisce più facilmente agli indovini che ai suoi capi.   

 

[1 bis] Cfr. Leopardi su la lingua italiana: “piuttosto un aggregato di lingue che una lingua, laddove la francese è unica”, ha maggiore facoltà rispetto alle altre “di adattarsi alle forme straniere…Queste considerazioni rispetto alla detta facoltà della nostra lingua, si accrescono quando si tratta della lingua latina, o della greca. Perché alle forme di queste lingue, la nostra si adatta anche identicamente, più che qualunque altra lingua del mondo: e non è maraviglia, avendo lo stesso genio, ed essendosi sempre conservata figlia vera di dette lingue, non solo per ragioni di genealogia e di fatto, ma per vera e reale somiglianza e affinità di natura e di carattere” (Zibaldone, 964 e 965).

 

2

Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, v. 1083-1085.

3

Cfr. Hieronymo’s mad again, T. S. Eliot, La terra desolata, v. 431, che in nota

rimanda a T. Kyd, Spanish tragedy.

4

Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, vv. 1091-1093.

5

Cfr. T. Mann, La montagna incantata, trad. it. Dall'Oglio, Milano,1930, p.217

II vol.

 

 

Bologna 17 gennaio 17, 51 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time1905601

Today357

Yesterday552

This month9717

Last month19699

 



 




Nessun commento:

Posta un commento