sabato 10 gennaio 2026

Ifigenia CXCVIII. Il giorno radioso. La brutta telefonata. La ragazza onnivora, grande quanto una montagna.


 

Il giorno seguente, il cielo si mantenne sereno, sicché mi abbronzai e

divenni più bello. Quando il dio tramontò, alle cinque e tre quarti,

gli chiesi la forza di amare per sempre la mia compagna e la vita.

Ma quella sera stessa ci fu una telefonata tragica. La chiamai alla

solita ora dalla cabina dell’albergo. Mi sentivo in ottima forma: snellissimo e molto abbronzato. Avevo anche studiato per un paio di ore.  Ero

contento. La solitudine di Moena era quasi finita: la sera seguente la Musa, la Grazia quale me la fingevo nel pensiero, sarebbe arrivata alla stazione di Trento. Sarei andato aprenderla con la bianca Volkswagen. La sua presenza radiosa avrebbe disperso la poca malinconia residua, come il sole, in una

mattina di marzo, a mano a mano che si alza nel cielo, dirada le

brume, scalda la terra, e celebra feste di luce.

Feci il numero. Rispose Ifigenia.

"Ciao amore, sono gianni. Allora tesoro, ci vediamo domani? Mi

manchi tanto".

"Anche tu mi manchi", ripeté. Senza il “tanto”, però. Prima scalfittura, non ancora una trafittura. Hai la sensibilità di una ragazza penserai tu lettore.

Sì: ecco perché mi piacciono le donne giovani: sono simile a loro.

 

 Subito dopo, come se avesse deciso di darmi l'angoscia, oppure fosse costretta da un demone avverso alla prosecuzione del nostro rapporto, un

fato contrario ai desideri consapevoli di tutti e due, un destino conscio magari

di scopi più alti, aggiunse:"Tra poco arriva da Cesena l’amica Grazia con un’altra che non conosco. Ci troveremo  a casa di Bianca Maria.

“Sì quella che se ne frega della decenza”, pensai ricordando una canzone dell’aedo di Genova.

“Parleremo fino a tardi. Domani sarò a pranzo da loro", continuò bastonandomi ancora.

Sentii una stretta nel petto, mi irrigidii, e con voce turbata feci:

"Significa che non vieni più qui a Moena?"

"No gianni, non voglio dire questo", rispose allarmata, avendo

compreso o ricordato che non mi faceva bene sentire nominare

tali sirene, da sempre  maligne nei miei confronti.

"Allora che cosa vuoi dire? Perché cominci una telefonata che io

avevo iniziato pieno di ottima disposizione, parlandomi delle tue

sodali di cui a me, bene che vada, non importa un fico ?

Sarebbe come se io, tutto contento, ti avessi detto: “Oggi ho

incontrato lo scemo del paese che mi ha proposto di ubriacarmi e

gozzovigliare con lui".

 

Ifigenia cercò di rimediare l'errore con parole dolciastre e

compassionevoli che provocarono la crescita della mia ira.

"Dai, non fare così; non rovinare tutto! Io ho molta voglia di

vederti, di stare con te, di darti tantissimi baci! Hai capito tesoro?"

"Sì ho sentito e ho capito che lasci a malincuore quelle tue

meravigliose socie, e che quando sarai qua, mi rinfaccerai

l'eroica rinuncia al piacere di andare in discoteca con loro, come

hai fatto la notte di Capodanno tra i monti di Bratto. Questa volta

però pensaci bene: se devi venire quassù a

rimpiangere Bologna, resta dove sei!

Ti richiamo tra un'ora per domandarti se davvero vuoi venire da

me, o preferisci restare dove ti trovi".

A questo punto Ifigenia si offese a sua volta e passò al

contrattacco.

"Ho capito-disse-, ci penso. E tu telefona pure. Ma non qui a casa

mia, perché adesso esco. Vado dalle mie sodali e socie come le chiami tu. Se vuoi ti do il numero".

"D'accordo, dammelo. Ti richiamo più tardi". Guardai l'orologio:

erano le otto e mezzo. "Verso le dieci".

Ci salutammo con rancore. Uscii per cercare conforto nel cielo

stellato. Ma sembrava gremito di faci maligne, accese da Dite o un altro tenutario dell’inferno. Avevo di nuovo l'inferno nel cuore.

"Possibile che quella enorme, eterna cretina non sappia dire una

parola senza darmi l'angoscia? Anche oggi che ero riuscito ad

armonizzare discretamente gli scombinati pezzi dell'anima mia, la

disgraziata ha voluto spezzare e confondere tutto di nuovo".

Ancora una volta facevo la camminata notturna dagli ultimi alberi del bosco

orientale, ai primi della grande foresta che sale sul Latemar

orlando e coprendo di nero le pareti dell’angusta valle di

Fassa.

Rabbrividivo al gorgogliare dell'Avisio che scorre in mezzo al

paese; mi spaventava il fruscio leggero di un'ala, come il cupo

ululato delle cagne rabbiose nelle tenebre cieche. Sentivo il

desiderio di tornare in albergo, di non fare alcuna telefonata alla

donna che aveva guastato il mio delicato accordo con me stesso e

con lei.

“Ma sì, che vada pure a ballare nelle discoteche con quelle

 della sua levatura mentale, con i tangheri più stupidi e insignificanti; si

immerga di nuovo nel pantano dal quale cercavo di elevarla due anni

e mezzo fa, quando  era stanca di quella vita balorda e mi aveva chiesto una mano per uscirne”.

Invece ci stavo cadendo dentro anche io.

Senza di lei  avrei potuto trovare l'accordo con la santa natura, cercare

una donna di grande formato, una persona dai sentimenti simili ai miei, speravo. Un’altra signora augusta che mi avrebbe ispirato la poesia quale affettività del pensiero. Se volevo davvero diventare l’aedo di Debrecen come aveva preconizzato Fulvio, o il pesarese Omero, dovevo liberarmi da quella incantatrice negativa, novella  Circe che cercava sempre più spesso  di trasformarmi in un maiale.

 Intanto avevo comunque l'amore della lettura che niente e

nessuno avrebbe potuto portarmi via, e conservavo il ricordo incoraggiante delle donne belle e fini che mi avevano amato.

Però, a pensarci bene, una volta che mi fossi trovato  nella aridità

di un deserto affettivo, forse avrei perduto la forza di leggere i libri,

o per lo meno la capacità di impararli; la natura, quando non

nutrivo sentimenti amorosi mi sembrava avariata; tutte le donne

del mondo non mi interessavano quanto quella ragazza che, se

non altro di aspetto, era tanto radiosa da illuminare anche me.

Era stato l'amore di Ifigenia, la sorridente supplentina svelatasi completamente davanti ai mie occhi incantati, a rendermi variopinta la terra, interessante e non coatto lo studio, prezioso il tempo, pulite le

stelle. Ma poi il disincanto era scoppiato tra noi come un ordigno.

Bisognava disinnescarlo.

Mi aggrappai con tutte le forze a tanti pensieri cercando di tornare nello

stato di grazia della notte precedente: volevo

debellare l'angoscia che contaminava le luci del cielo.

Ma quell’amgoscia era la mia stessa persona e forse il mivasma ero poprio io.

Mi dissi:"Oggi c'è stato un sole meraviglioso: la vita è prossima a

sbocciare e fiorire dovunque; tu sei in ottima forma; se la tua

compagna gradisce per qualche giorno la compagnia di quelle scicche pettegole disordinate, a te cosa toglie? Che te ne importa?

Ifigenia ama te, non può amare che te. Un altro uomo della

tua, della sua levatura, poiché è inutile cercare di negarlo,

nemmeno lei è una persona comune, non lo trova da nessuna parte.

Avanti gianni, non temere le cagne inquiete, né i singhiozzi

dell'acqua, né i fruscii dei cespugli, né i bisbigli dell'aria; a te non

possono fare del male: tu sei forte e fortunato; a te non

predicono cattiva ventura. Se  fossi debole, sventurato e cattivo, se

non ti spingesse un demone buono, non avresti ottenuto l'amore di

quella giovane splendidissima donna, né delle altre. Non sputare nel

piatto dove hai mangiato con tanto gusto! Ora cammina fino alla

malga Panna,  di lì telefona alla tua necessaria compagna e dille che

venga, che l'aspetti, che l'ami, che hai fatto male a dubitare.

Chiedile scusa". Avevo usato il mio corrosivo pensiero critico contro me stesso.

Così proseguii e giunsi sul limitare del bosco, avendo schivato

ancora una volta le rabide cagne in agguato nel buio dei loro covi per fortuna sbarrati.

Chiesi venti gettoni e un caffé all'enorme ragazza addetta alla

mescita della Malga Panna. Mi domandò come potessi bere quel

liquido amaro senza addolcirlo. "Perché mi piace assai signorina, e

non voglio alterarne il sapore", risposi, e pensai che pure la mia

compagna, se mi piaceva davvero, dovevo sorbirla com'era.

Poi aggiunsi:"Provi anche lei. Dopo un paio di volte si accorgerà

che senza zucchero è buono". Da quando la vidi la prima volta, ho

sperato di educare quella fanciulla  grossa assai, una femmina  enorme grande quanto una montagna[1] , come quella dei Lestrigoni, antropofagi voraci non meno dei Ciclopi.  Poteva perfino afferrarmi e imbandire un pasto con le mie povere  carni se trovava la dispensa vuota. Pensai che poteva avere mangiato perfino i gatti che tempo prima avevo visto lì nella Malga.

Non se ne vedeva più nemmeno uno.  Cercavo di  indurla a dimagrire. Mi fece un sorriso mesto e scosse la testa. Non so se volesse negare la gradevolezza del caffé amaro, o mettere in dubbio che sarebbe diventata più umana e carina bevendolo senza addolcirlo.

Chiesi di telefonare. Rispose Ifigenia. Dissi:"Ciao, sono

gianni, come stai? Se vieni qua volentieri, mi fai piacere".

"Sei sicuro?  te lo chiedo perché tu lì in mezzo ai monti diventi

strano, e uso un eufemismo ".

"Sì è vero, impazzisco,  ma devi capire: qui passo tutto il tempo da solo, e a

lungo andare sto male. Venendo, mi porterai un grande conforto".

"Va bene. Arrivo domani sera alla stazione di Trento alle nove e

diciotto. Parto dopo una lezione di Gimondi all'Antoniano", disse,

poi tacque. Allora io, ostentando entusiasmo, feci:" Ho tanta

voglia di vederti, averti vicina, abbracciarti!". Speravo che

rispondesse:"Anche io". Invece disse: "D'accordo: alle 21 e 18.

Ciao".

 

Bologna 10 gennaio 2026 ore 11, 39 giovanni ghiselli

p. s

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[1] Cfr. Odissea, X,, 113.


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