domenica 11 gennaio 2026

Ifigenia CLXII. Il diritto del più forte vigente da sempre è naturale, non giusto.


Chiusa la porta a chiave, pensai che le cose tra noi stavano andando secondo un legge naturale: il diritto in una coppia di amanti è equo,  uguale per entrambi finché le forze sono pari, ma quando uno diventa  più forte dell’altro  prende tutto il potere e il più debole debole cede o se ne va.

Il mio potere era scosso e infranto e i miei diritti erano ormai cessati.

Mi venne in mente quanto dice il personaggio Trasimaco nella Repubblica di Platone: “:"fhmi; ga;r ejgw; ei\nai to; divkaion oujk a[llo ti h] to; tou' kreivttono" suvmferon" (338c), affermo che il giusto non è altro che l'utile di chi è più forte. Tale diritto se è naturale non è giusto eppure è vigente nella nostra presunta democrazia come nelle tirannidi.

Pensavo che questa legge di natura, contraria al benessere di gran parte dell’umanità, quindi all’etica, è quella ancora vigente non ostanti i Cristo, i Marx, i don Milani vari. A me non piaceva, tuttavia dovevo tenerne conto e risalire la china fino diventare forte non meno di lei. Potevo farcela. Mi dissi: “Quella si aspetta da me che io abbassi la testa ma il suo è un calcolo sbagliato: io devo  adoperarmi contro tale pretesa e con la mia reazione imprevedibile superiore al suo conteggiare meschino la spiazzerò e le impedirò di prevalere”.

La mattina appena sveglio, sentii un gran desiderio di vederla: agognavo una rivincita.

Apparve, attorialmente, nella sala da pranzo dove

l'aspettavo da alcuni minuti. Dopo la colazione salimmo all'Alpe

di Lusia. La ragazza sedette su una panchina di ferro, davanti al

rifugio Le Cune nell'aria ghiaccia ma luminosa, per abbronzarsi; io

feci alcune discese fino a mezzogiorno, quindi tornai da lei.

Il vento soffiava sempre sbuffi gelati. Stare lì fermi era una pena.

D'altra parte, siccome il sole era alto, ci rimordeva perderlo,

rinunciando a non poco colore e  dando retta al desiderio di entrare nel rifugio scaldato dai termosifoni roventi. Preferimmo rimanere a patire nel freddo arrabbiato ma pieno di luce. Parlammo poco: dovevano essere assiderate pure le nostre  lingue. Le cattiverie che avevamo da dirci le tenemmo in serbo per la sera. Ricordo soltanto una mia osservazione che a lei piacque. A un certo momento soffrivamo l'aria raggelante al punto

che pregavamo le nuvole di nasconderci il sole e darci l'autorizzazione a entrare nel rifugio senza rimorso. Ma quelle, pur assediandolo, non arrivavano a coprirlo, e il dio  continuava a irradiare luce senza calore  nel luogo dove eravamo seduti noi mezzi intirizziti. La vanità della cosmesi era più forte della sofferenza inflitta dal freddo.

Dissi:"Questo sole, come il nostro amore è algido, scontato e

noioso siccome c'è da tanto tempo e sembra che non voglia

sparire. Ma se dovesse eclissarsi o tramontare, ci lascerebbe sotto

un povero cielo senza colori , in un buio infernale privo di vita. Se

non ci fosse lui, a stare alle altre stelle sarebbe sempre notte 14 e noi saremmo morti di freddo”.

Ifigenia trovò interessante questa mia osservazione. Disse che ci

avrebbe pensato sopra.

La sera andammo alla malga Panna. Sedemmo vicino al focolare e

alle fiamme che si contorcevano nel caminetto, e si riflettevano

 sulle pentole di rame appese alle pareti, come sulle bottiglie, i bicchieri e i piatti dei tavoli, sui nostri occhi arrossati, immillandosi in un luccicore febbrile. Ci fronteggiavamo.

Un anno più tardi Ifigenia avrebbe ricordato la sera del sette

marzo 1981 come quella del nostro sbudellarci davanti al fuoco

diabolicamente bizzarro.

 

Nota

14

Cfr. Eraclito, fr.44 Diano.

 

 

Bologna  11 gennaio  2026 ore 10, 26 giovanni ghiselli

p. s.

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