giovedì 12 luglio 2018

Seneca, "Lettere a Lucilio". II parte da 73 a 114. 12. FINE

Giovanni Battista Tiepolo
Mecenate presenta le arti liberali all'imperatore Augusto


114 la decadenza dello stile è effetto della decadenza dei costumi.
C’è un proverbio dei Greci: talis hominibus fuit oratio qualis vita, il modo di esprimersi corrisponde alla vita. Lo stile della persona è uno.
L’anima e l’ingegno hanno lo stesso colore e dopo tutto anche l’anima e il corpo. non vides, si animus elanguit, trahi membra et pigre moveri pedes? (3), se l’anima è svigorita si trascinano le membra e i piedi si muovono lentamente. Si ille effeminatus est, in ipso incessu apparere mollitiam? Si ille acer est et ferox, concitari gradum? Se è energico e fiero il passo si affretta. Si furit, turbatum esse corporis motum nec ire sed ferri?
Mecenate ebbe uno stile molle (oratio soluta) come la sua persona snervata (et ipse discinctus)
Le sue parole sono ricercate (insignita verba) tam quam cultus, quam comitatus, quam domus, quam uxor, tanto quanto il suo tenore di vita, il seguito, la casa, la meglie
Videbis itaque eloquentiam ebrii hominis, involutam stile oscuro, et errantem, divagante, et licentiae plenam, pieno di eccessi.
Seneca fa esempi di questo stile affettato e bizzarro: quid turpius “amne silvisque ripa comantibus?” (5) che cosa è più brutto di quella riva con il fiume dalle selve con i capelli lunghi? (como-are)
Oppure feminae cinno crispat arriccia il volto con l’ammiccare a una donna et labris columbatur e con le labbra fa il verso del colombo incipitque suspirans, e comincia sospirando, ut cervice lassa fanantur nemoris tyranni, come infuriano i signori del bosco con il collo spossato.
Il correlativo vestiario di questi versi stava nel fatto che Mecenate camminava sempre nell’Urbe solutis tunicis con la tunica sciolta e adempiva persino le funzioni dell’imperatore assente discinctus slacciato.
Cfr. la sui neglegentia di Petronio in Tacito.
Così Petronio elegantiae arbiter , maestro di buon gusto alla corte di Nerone, viene descritto da Tacito: “habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu. Ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius in speciem simplicitatis accipiebantur" (Annales , XVI, 18), ed era considerato non un dissoluto o un dissipatore, come i più tra quelli che sperperano le proprie fortune, ma uomo dalla voluttà raffinata. Le sue parole e i suoi atti quanto più erano liberi e manifestavano una certa noncuranza di sé, tanto più piacevolmente erano presi come segno di semplicità.

 Oppure in tribunale in rostris, sul palco degli oratori, Mecenate in omni publico coetu sic apparuerit ut pallio velaretur caput exclusis utrimque auribus con il mantello che gli copriva il capo escluse le orecchie, come lo schiavo fuggitivo di un ricco nelle commedie
Girava accompagnato da due eunuchi peraltro più virili di lui spadones duo magis tamen viri quam ipse (spavdwn da spavw, strappo).
Uno che ebbe una sola moglie, Terenzia uxorem milliens duxit, la sposò mille volte dopo altrettanti dissidi.

Nel De providentia Seneca scrive che Mecenate era amoribus anxius agitato per la passione amorosa e deplorava i quotidiani rifiuti di una moglie capricciosa morosae uxoris cotidiana repudia deflens , ed era pure voluptatibus marcidus (3, 10)

 Dunque mores novi et pravi et singulares, strani perversi e singolari come i verba tam inprobe structa, messi insieme così male, tam neglegenter abiecta, buttate giù con tanta negligenza, tam contra consuetudinem omnium posita, disposte senza rispetto per l’uso comune.
Mecenate non fu un sanguinario ma mostrò la sua potenza nella dissolutezza. Dunque appāret mollem fuisse non mitem (7), è chiaro che fu un rammollito non un mite. Si leggono verba transversa, espressioni contorte, sensus miri, pensieri che vogliono suscitare meraviglia, magni quidem saepe sed enervati elevati ma fiacchi. La nimia felicitas, la fortuna troppo favorevole gli aveva sconvolto la testa (8). Tale difetto di un uomo, talora diventa vitium temporis, quello di un’età.
La prosperità (felicitas) diffonde la mollezza (luxuria).
Ne segue un cultus corporum diligentior, una eccessiva accuratezza nel tenere il corpo, poi le supellettili più raffinate, poi la casa con marmi e fregi dorati e allo splendore dei soffitti corrisponda quello dei pavimenti ut lacunaribus pavimentorum respondeat nitor (114, 9).

Cfr. Non splendeat toga, ne sordeat quidem (Ep. 5, 4)

Quindi ad cenas lautitia transfertur, la sontuosità passa alle mense, dove la commendatio il titolo di raccomandazione, il fare bella figura ex novitate et soliti ordinis commutatione captatur, si ricava dalla novità dei cibi e dal cambiamento dell’ordine consueto in modo che i piatti di chiusura si servono per primi (9)
Si diffonde questa moda di fastidire quae ex more sunt di sdegnare quello che è conforme al costume prendere solita pro sordidis come spregevoli, così etiam in oratione quod novum est quaerit uno ricerca la novità o il disusato et modo antiqua verba atque exoleta revocat ripristina e ora richiama in vita parole invecchiate e cadute in disuso, modo fingit et ignota ac deflectit, ne forma delle nuove e le volge a significati sconosciuti pro cultu habetur, si considera raffinatezza audax translatio et frequens, metafore ardite e frequenti.
Si ricorre a veri e propri trucchi: sunt qui sensus praecīdant et hōc gratiam sperent, si sententia pependerit, c’è chi tronca le frasi a metà e spera di riuscire gradito se il pensiero rimane sospeso et audienti suspicionem sui fecerat, e mette l’ascoltatore in condizione di incertezza. Altri prolungano i periodi all’infinito. Dove oratio corrupta placet, ibi mores quoque a recto descivisse non erit dubium (11), non ci sarà dubbio che i costumi hanno abbandonato la retta via.
Come la sontuosità dei banchetti e delle vesti ( quomodo conviviorum luxuria, quomodo vestium), sono i sintomi di una città malata aegrae civitatis indicia sunt, sic orationis licentia ostendit animos quoque a quibus verba exeunt procidisse di cui le parole sono espressioni sono caduti.
.Il parlare male, fa male all'anima. Lo afferma Socrate nel Fedone: "euj ga;r i[sqia[riste Krivtwn, to; mh; kalw'" levgein ouj movnon eij" aujto; tou'to plhmmelev"[1], ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei' tai'" yucai'"" (115 e), sappi bene…ottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime

E tale stile guasto viene accolto non tantum a corona sordidiore non solo da un uditorio piuttosto rozzo seda ab hac turba cultiore da una calca di gente più educata che però è diversa per la toga, non per il modo di giudicare. Non vengono lodati solo i discorsi pieni di difetti (vitiosa) ma i difetti stessi (vitia), infatti vitia virtutibus immixta sunt, i vizi sono legati alle virtù al punto che se le tirano dietro (12) Il costume della città muta frequentemente e fa mutare lo stile
Molti ricavano le parole da generazioni passate e parlano la lingua delle 12 tavole. I Gracchi, l’oratore Crasso (140-91) e Curione (console nel 76) per costoro sono nimis culti et recentes (13). Sicchè tornano al console (307 e 296) Appio Claudio cieco e al pontefice massimo Coruncanio (III sec).
Altri invece nihil nisi tritum et usitatum volunt e in sordes incidunt, cadono nella volgarità. Utrumque diverso genere corruptum est: alter se plus iusto colit, alter plus iusto neglegit; ille et crura, hic ne alas quidem vellit (14) uno si strappa i peli anche dalle gambe, l’altro nemmeno dalle ascelle.

Sentiamo Ovidio: i denti siano senza tartaro (careant rubigine dentes, Ars, I, 513), i piedi abbiano calzari della loro misura[2], il taglio di barba e capelli sia buono, le unghie siano ben limate e senza sporcizia (Et nihil emineant et sint sine sordibus ungues, 517), non ci siano peli nella cavità delle narici, non ci siano cattivi odori nel fiato né addosso alla persona. "Cetera lascivae faciant concede puellae/et si quis male vir quaerit habere virum " (521-522), il resto lascia che lo facciano le donne lascive e chi, uomo presunto, desidera possedere un uomo.

Passiamo alla disposizione delle parole, ad compositionem transeamus (15). I pensieri sono difettosi si in vanum exeunt et sine effectu nihil amplius quam sonant (16) se escono vuoti e non producono altro effetto che il suono
Quando Sallustio (86-35) era nel suo vigore, Sallustio vigente anputatae sententiae et verba ante expectatum cadentia et obscura brevitas fuere pro cultu (17) pensieri tronchi e parole inattese espressioni brevi e oscure passarono per eleganti.
 Se l’animo è sano e vigoroso, oratio quoque robusta, fortis, virilis est: si ille procubuit et cetera ruinam sequuntur. Rex noster est animus (114, 23)
Animus noster modo rex est, modo tyrannus: è re quando mira alla virtù, e non comanda al corpo nulla di ignobile, invece è tiranno se è impotens, cupidus, delicatus, sfrenato, avido, corrotto.
Nulla ti gioverà ad temperantiam omnium rerum, alla moderazione in tutto quam frequens cogitatio brevis aevi et huius incerti; respice ad mortem. Vale


FINE



[1] Aggettivo formato da plhvn e mevlo~, contro il tono, contro il metro.
[2] Nec vagus in laxa pes tibi pelle natet " (v. 514), Mentre l' a[groiko" del IV dei Caratteri di Teofrasto è un tipo capace di portare la scarpa più larga del piede:" a[groiko" toiou'tov" ti" oiJ'o" meivzw tou' podo;" ta; uJpodhvmata forei'n.

martedì 10 luglio 2018

Seneca, "Lettere a Lucilio". II parte da 73 a 114. 11


110 Vanità di tutti gli splendori materiali
Ovidio ait de plebe deos (Met., I, 595) ciascuno di loro assegnati a uno di noi. Sono gli dèi istantanei della religionre romana.
Giove dice a Io che è assistita da un dio che regge lo scettro del cielo cui può affidarsi sicura, tuta (594), non come a un de plebe deo. Ma quella fuggiva.
Gli Stoici assegnarono a ogni uomo un Genium e a ogni donna una Iunonem. Ma la sventura più grande che si può malaugurare contro un uomo è ut se habeat iratum (2), di essere in contrasto con se stesso.
I nostri turbamenti sono assimilabili a quelli denunciati da Lucrezio a proposito della religio.
Nam veluti pueri trepidant atque omnia caecis
In tenebris metuunt, ita nos in luce timemus (De rerum natura, II, 55-56).
Lucrezio del resto si può correggere: non timemus in luce: omnia nobis fecimus tenebras (7). Cfr. Leopardi, La ginestra e il Vangelo di Giovanni.
Nihil videmus, nec quid noceat nec quid expediat. Dunque bisogna acquistare lucidità e tornare nella luce, cercare le cause dei mali e dei beni.
Cfr. il mito della caverna nella Repubblica di Platone
Bisogna distinguere il necessarium dal supervacuum.
Necessaria tibi ubīque occurrent, ti correranno incontro, supervacua et semper et toto animo quaerenda sunt (11)
Non magnam rem facis quod vivere sine regio apparatu potes, quod non desideras milliarios apros cinghiali di mille libbre nec linguas phoenicopterorum et alia portenta luxuriae. Vis ciborum voluptatem contemnere? Exitum specta, osserva dove vanno a finire.
Cun subierint ventrem, una atque eadem foeditas occupabit (13), una volta che saranno entrati nel ventre, si impadronirà di loro un solo e ripugnante lordume
Quid sibi vult ista pecuniae pompa? Sfoggio di denaro
Contempsi divitias non quia supervacuae sed quia pusillae sunt, roba dappoco. La ricchezza esibita pompa est, è uno sfoggio. Ostenduntur istae res, non possidentur, et dum placent, transeunt. Disce parvo esse contentus. Habemus aquam, habemus polentam. Nihil desideres oportet si vis Iovem provocare nihil desiderantem, sfidare Giove che nulla desidera.
Cfr. l’Eracle di Euripide.
Haec nobis Attalus dixit, natura omnibus dixit

111 Il sofista e il vero filosofo
Quid vocentur latine sophismata quaesisti a me, come si chiamano
Cicero usus est cavillationes, sottigliezze. Chi se ne è dedicato quaestiunculas quidem vafras nectit, intreccia certo delle questioncelle sottili, ceterum ad vitam nihil proficit: neque fortior fit neque temperantior neque elatior (2) né più nobile. Chi invece coltiva la filosofia come rimedio del suo spirito, ingens fit animo, plenus fiduciae, inexsuperabilis et maior adeunti, per chi gli va vicino. Il filosofo è verus, rebus non artificiis il vero filosofo è tale per le sue azioni, non per le sue teorie. Non exsurgit in plantas eorum more qui mendacio staturam adiuvant, longioresque quam sunt videri volunt, contentus est magnitudine sua. Si trova in alto quo manus fortuna non porrigit dove la fortuna non arriva. Le cavillationes sono piccolezze: ludit istis animus, non proficit, et philosoiphiam a fastigio suo deducit in planum. Bisogna invece imparare a governarla bene la vita.

112 E’ difficile estirpare i vizi inveterati
Hic de quo scribis et mandas e raccomandi non habet vires: indulsit vitiis, si è abbandonato ai vizi. Simul et emarcuit et induruit , si è infiacchito e indurito nello stesso tempo. Homines vitia sua et amant simul et oderunt.

113 Se le virtù siano esseri animati. Inutilità di tali dispute
An iustitia, Fortitudo, prudentia, ceteraeque virtutes animalia sint.
La iustitia è habitus animi et quaedam vis, è una qualità e una certa facoltà dell’anima. Dunque le virtù sono aspetti dell’anima come le teste dell’Idra non erano esseri animati ma le teste di un essere animato. La giustizia è l’anima che si comporta in una certa maniera animus quodam modo se habens. Iustitia pars est animi; non est ergo animal (15)
Videor mihi in re confessa perdere operam, mi sembra di perdere tempo in una verità ammessa da tutti
Noi siamo tutti diversi: mirabile divini artifĭcis ingenium est, quod in tanta copia rerum numquam in idem incidit, non è mai caduto nella ripetizione. Mi smascello dalle risate dissilio risu se penso che il solecismo è un essere animato o il barbarismo o il sillogismo.
Haec disputamus attractis superciliis, fronte rugosa? (26) con le sopracciglia aggrottate e la fronte corrugata?
 O tristes ineptiae! Ridiculae sunt. Trattiamo piuttosto qualche argomento che ci sia utile.
Nessun essere animato è felice senza la fortezza che è munimentum humanae imbecillitatis inexpugnabile (27) una fortificazione inespugnabile dell’umana debolezza e chi se ne è circondato in hac obsidione vitae perdūrat ; utitur enim suis viribus, suis telis.
Posidonio scrive: non est quod umquam fortunae armis putes esse te tutum: tuis pugna. Contra ipsam fortuna non armat; itaque contra hostes instructi, contra ipsam inermes sunt ” (28). La fortuna non ti arma contro se stessa.
Alexander vastabat fugabatque tutti i popoli dell’Oriente fino all’Oceano, sed ipse modo occiso amico, modo amisso (Clito, Efestione) iacebat in tenebris alias scelus, alias desiderium suum maerens, ora deplorando il delitto ora la mancanza dell’amico, victor tot regum atque populorum irae tristitiaeque succumbens; id enim egerat ut omnia potius haberet in potestate quam adfectus (29).
Imperare sibi maximum imperium est (30)
Hoc ante omnia sibi quisque persuadeat: me iustum esse gratis oportet (31)
Non vis esse iustus sine gloria? At mehercules saepe iustus esse debebis cum infamia, et tunc, si sapis, mala opinio bene parta delectet. Vale, se sei saggio ti piaccia una cattiva reputazione prodotta facendo del bene.



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