venerdì 21 febbraio 2014

La vita politica

Partiamo dall’etimologia: hJ politikhv (tevcnh) o ta; politikav concerne la povli~, la città, lo Stato, e i polivtai i cittadini.
“Tucidide impose l’idea che l’unica storia seria era la storia politica contemporanea; ed Erodoto fu tagliato fuori dalla corrente della storiografia antica. La sua storia non era contemporanea né politica”[1].
Tucidide identifica addirittura la vita del cittadino utile, la vita attiva e produttiva, con la vita politica.
Tanto che  fa dire a Pericle: "movnoi ga;r tovn te mhde;n tw'nde metevconta oujk ajpravgmona, ajll j ajcrei'on nomivzomen" (Storie, II 40, 2), siamo i soli a considerare non pacifico, ma inutile chi non partecipa alla vita politica.

Nel Protagora di Platone, il sofista racconta che gli uomini
ricevettero da Prometeo la sapienza tecnica di Efesto e Atena insieme al fuoco. L’uomo in questo modo ebbe i mezzi di sussistenza per la vita, ma non la sapienza politica che si trovava presso Zeus dove il Titano non poteva accedere.
Gli uomini, una volta provvisti della tecnica, articolarono voce e parole, scoprirono i prodotti della terra e inventarono abitazioni, vestiti, calzature, coperte. Però vivevano dispersi, privi di città ed erano prede delle fiere. Allora cercarono di riunirsi in città, ma erano associati male: commettevano ingiustizie reciproche (hjdivkoun ajllhvlou" ) in quanto non possedevano l'arte politica (a{te oujk e[conte" th;n politikh;n tevcnhn, 322b). Sicché si disperdevano di nuovo e perivano.
Allora Zeus, temendo l'annientamento della stirpe umana, mandò Ermes a portare tra gli uomini rispetto e giustizia perché costituissero gli ordini delle città e divenissero vincoli che stringono amicizia: "  JErmh'n pevmpei a[gonta eij" ajnqrwvpou" aijdw' te kai; divkhn, i{n ei\en povlewn kovsmoi te kai; desmoi; filiva~ sunagwgoiv" (322c).
La vita priva di politikh; tevcnh, di arte politica, è dunque addirittura distruttiva per la nostra specie.
Zeus ordinò per giunta a Ermes che rispetto e giustizia venissero dati e imposti a tutti gli uomini, poiché non esisterebbero le città se soltanto poche persone partecipassero di queste “tecniche”, come succede per la medicina o per altre tevcnai note solo agli specialisti. E, concluse il dio supremo, stabilisci in mio nome una legge per cui chi non vuole condividere rispetto e giustizia venga ucciso come morbo della città (wJ~ novson povlew~, 322d).

Nel pieno della democrazia ateniese tutta la vita del polivth~ era politica, e tutta la cultura era politica: la storiografia, il teatro, l’oratoria, la filosofia.
Allora anche lo spettacolo era politico.
Ora invece la pseudo cultura e la pseudopolitica sono spettacolo. Questo ha fagocitato la politica e i politici sono merely players[2].
Nell’antichità la cultura era sganciata dalla politica quando vigevano i regimi tirannici, ossia nel VI secolo al tempo del fiorire della lirica, che può essere più o meno bella, ma è pur sempre alquanto soggettiva; poi di nuovo nel terzo secolo, con la poesia alessandrina che è comunque letteratura di seconda mano, fatta di citazioni, una “vasta forma del ricordo” [3] impiegata per gli intenditori, per mostrare bravura, e per compiacere e omaggiare il despota. Infatti al polivth~ nel frattempo è subentrato il suddito.
A Roma non c’è mai stata una letteratura per il popolo poiché il clientelismo, padre della mafia di oggi, annullava, o almeno inficiava la democrazia.
La vita politica, la letteratura politica, la bellezza politica presuppongono un popolo educato, e l’artista politico ha bisogno della prospettiva di un popolo che lo ascolti. 

Nel Politico, Platone scrive che noi dobbiamo collocare l’uomo politico tra quelli dotati di scienza tw`n ejpisthmovnwn tin j hJmi`n kai; tou`ton qetevon (258b).
Il politico, diversamente dal pastore, non alleva animali, ma si occupa di uomini, ne ha cura. L’arte politica dunque è una ejpimevleia, non una trofhv, un avere cura, non un allevare (276d)
La qreptikh; tevcnh , l’arte dell’allevare, riguarda gli animali e non è arte politica (276c). Arte politica regia è ejpimevleia dev ge ajnqrwpivnh~ sumpavsh~ koinwniva~ (276b) avere cura di tutta intera la comunità degli uomini.
Dopo avere distinto la basilikhv e politikh; tevcnh dalla qreptikh; tevcnh, l’arte regia, e politica, dalla pratica dell’allevamento, bisogna procedere ad una seconda divisione: th;n ajnqrwpivnhn ejpimelhtikh;n divca diairwvmeqa tw`/ biaivw/ te kai; eJkousivw/ (276e) dobbiamo distinguere  fra costrizione violenta e libera accettazione.
Bisogna distinguere il potere regio da quello tirannico.
Chiamiamo tirannica la violenza che si esercita tw`n biaivwn, su quelli costretti, mentre è arte politica quella esercitata eJkouvsion kai; eJkousivwn, liberamente su persone consenzienti. Chi possiede questa arte e cura,  noi indichiamo come veramente re e uomo politico (276e).  
Il re dunque è quello che possiede realmente la scienza ed esercita il potere secondo le leggi; il tiranno invece non agisce secondo le leggi, e pratica una contraffazione dell’arte politica con passione e ignoranza (301c)
Tre sono le costituzioni: monarchia, potere di pochi, potere di molti.
La monarchia può essere regia o tirannica, il potere di pochi aristocratico oppure oligarchico, la democrazia è la peggiore se le altre due seguono la legge, invece la migliore se le altre due non seguono la legge. Se i governanti non hanno la scienza politica, non sono uomini politici, ma sediziosi e sovrintendenti di immagini ed essi stessi immagini e grandissimi imitatori e ciarlatani.
Chi parla è lo straniero di Elea, lo stesso del Sofista
Socrate il Giovane aggiunge che questa degenerazione della politica equivale a un dramma, dove si vede sfilare un tiaso di Centauri e di Satiri, uno spettacolo del tutto separato dall’arte politica (303d).
L’Eleate conclude dicendo che la violenza, l’ingiustizia, la ciarlataneria sono ajllovtria kai; ta; mh; fivla politikh`~ ejpisthvmh~ (303e), estranèe e non amiche della scienza politica. Le sono invece congeneri la strategia (strathgiva) la giurisprudenza ( dikastikhv) e la retorica se persuade alla giustizia. 
Platone nega che la politica, dissociata dalla giustizia sia una tevcnh. Si tratta di una contraffazione, come la cosmesi lo è della ginnastica.
Anche Don Milani pensa che la politica sia prendersi cura degli altri, il contrario del “me ne frego!” fascista.
“Poi insegnando ho imparato molte cose. Per esempio ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia”[4]
La  mancanza di vita politica è vuoto culturale, è vuoto di vita umana.

Il Socrate di Senofonte del resto sembra rifiutare la politica, almeno una certa idea di politica.
Nei Memorabili leggiamo che i detrattori del maestro gli addebitavano la mala educazione di Crizia, il più ladro e violento tra tutti gli oligarchi, e di Alcibiade, il più intemperante e tracotante di tutti i democratici. Senofonte obietta che quei due  frequentarono il maestro per diventare esperti nella parola e nell’azione. Una volta raggiunto questo scopo, lo abbandonarono.
 Socrate dava l’esempio della propria vita-bella e buona- ai discepoli e discorreva splendidamente con loro intorno sulla virtù e sulle altre qualità umane (peri; ajreth`~ kai; tw`n a[llwn ajnqrwpivnwn, I, 2, 18).
Questo ultimo termine richiama l’ Apologia di Socrate , uno dei dialoghi composti prima del primo viaggio in Sicilia (387). In questi  scritti giovanili di Platone, Socrate è meno lontano da quello di Senofonte rispetto ai dialoghi successivi.
Il Politico citato sopra, per esempio, fa parte dell’ultimo gruppo, composto dopo il secondo viaggio in Sicilia (del 367).
Nell’Apologia di Socrate dunque, l’anziano maestro si difende dalle accuse dicendo che la sua sapienza è ajnqrwpivnh sofiva (20d) sapienza umana e che fin da fanciullo ha  sentito una voce (fwnhv) che lo distoglie sempre da quello che sta per fare, e non gli permette mai di agire. Ed è proprio questa voce che gli impedisce di occuparsi di affari politici (o[ moi ejnantiou`tai ta; politika; pravttein, 20d). Qui evidentemente gli affari politici sono visti come affari sporchi. Infatti seguono un paio di esempi, di porcherie commesse una dal regime democratico l’altra da quello tirannico. Due occasioni di fare il male dalle quali Socrate rifuggì, una volta come buleuta e pritano, un’altra come maestro di Crizia.
Viene dunque rifiutata la politica quando si associa all’ingiustizia.
Quello che mi sta a cuore (mevlei) più di tutto, afferma Socrate, è non commettere giustizia ed empietà (32 d).
Socrate dunque fece politica discutendo, e dando  l’esempio della propria vita. I detrattori dicevano che pretendeva di educare i giovani alla maniera dei sofisti e che facesse denaro (kai; crhvmata pravttomai, 19e). Anche questa calunnia è confutata (oujde; tou`to ajlhqev~). I sofisti infatti si facevano pagare e insegnavano a far prevalere il torto sulla ragione, mentre Socrate conosceva solo la sapienza umana ed esortava gli ateniesi a occuparsi (ejpimelei`sqai, Apologia di Socrate, 41e) più e prima della virtù che delle ricchezze.
In conclusione la politica è cura ejpimevleia della propria anima prima, poi della povli~ e della società. Una cura che è educazione alla virtù, di cui la giustizia è parte fondamentale
 Le altre parti[5] (mevrh)  sono: ajndreiva ( coraggio), swfrosuvnh (temperanza, moderazione), oJsiovth~ (pietà, devozione), sofiva (sapienza).
Personalmente dò grande importanza  alla cultura e anche alla salute
Concludo con uno sguardo a un particolare del Gorgia, un dialogo del primo periodo.
Polo domanda a Socrate, retoricamente, se si debba considerare felice o no il ricchissimo Grande re di Persia.
Socrate risponde che non lo sa: “ouj ga;r oi\da paideiva~ o{pw~ e[cei kai; dikaiosuvnh~ (470e), infatti non so come stia a cultura e giustizia.
In questo dialogo Socrate chiama  politica l’arte relativa all’anima e la suddivide in giustizia e arte del legislatore, mentre per quanto riguarda il corpo non c’è un solo nome per la sua cura, ma due: la medicina e la ginnastica.  Ognuna di queste parti buone ha una contraffazione adulatoria corrispondente: per quanto riguarda la politica, cioè l’anima , la giustizia viene contraffatta dalla retorica, l’arte del legislatore dalla sofistica.    
Per quanto riguarda il  corpo, la medicina viene contraffatta dalla culinaria e la ginnastica dalla cosmesi. Le contraffazioni sono forme di adulazione e sono cose brutte. Dicevo che dò grande importanza all’eseercizio somatico, quasi quanta ne do a quello mentale. Senza la cultura si è infatti più rozzi del necessario[6], senza la cura del fisico si è più molli[7] del necessario.  Sono fieramente avverso al trucco in entrambi i campi.
Mi fermo dunque sulla cosmesi, la degenerazione della ginnastica: “hJ kommwtikhv, kakou`rgo~ te kai; ajpathlh; kai; ajgennh;~ kai; ajneleuvqero~, schvmasin kai; crwvmasin kai; leiovthti kai; ejsqh`sin ajpatw`sa, w{ste poiei`n ajllovtrion kavllo~ ejfelkomevnou~ tou` oijkeivou tou` dia; th`~ gumnastikh`~ ajmelei`n" (Gorgia, 465b), la cosmesi, malvagia e anche ingannevole, e ignobile e servile, inganna attraverso l’apparenza, i colori e gli unguenti e i vestiti, così da fare in modo che chi cerca di appropriarsi di una bellezza estranea trascura la propria che si ottiene con la ginnastica.
La mia ginnastica è la bicicletta ed è la corsa, la mia cosmesi è l’abbronzatura, presa esclusivamente con il sole che è l’immagine visibile dell’Idea del Bene; per quanto riguarda lo spirito lo coltivo con la lettura, con la musica, con il cinema.
Le donne benedette da Dio,  prove vere dell’esistenza di Dio,  mi curano e rafforzano tanto l’anima quanto il corpo
 
Giovanni Ghiselli

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Il primo marzo comincerò il mio corso all’Università Primo Levi di Bologna




[1] A. Momigliano, La storiografia greca, p. 143.
[2] Cfr. Shakespeare:" All the world's a stage-And all the men and women merely players" (As you like it, II, 7) 
[3] B. Snell, Il giocoso in Callimaco in La cultura greca e le origini del pensiero europeo”, pp. 371 sgg.
[4] Lettera a una professoressa, p. 14.
[5] . Cfr. Protagora e Lachete.
[6] ajgriwvteroi tou' devonto"" , Platone, Repubblica , 410d.-
[7] malakwvteroi

martedì 18 febbraio 2014

Remo Bodei, Immaginare altre vite, parte VII

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Procedo con il commento del recentissimo libro di Remo Bodei Immaginare altre vite
Realtà, progetti, desideri.
Feltrinelli, Milano, 2013

Ho inserito questo percorso in una delle lezioni che terrò per l’Università Primo Levi di Bologna tutti i sabati  dal primo marzo  al 7 aprile 2014

Il VII capitolo si intitola La vita più desiderabile (pp. 127-135).

Commento il primo paragrafo che tratta di Santi e martiri (pp. 127-130)
La religione e la filosofia suggeriscono vie diverse per arrivare alla gloria. Nelle religioni “i grandi modelli sono rappresentati, in primo luogo, dai fondatori che hanno ascoltato la voce di Dio o sono di natura divina e, in secondo luogo, da coloro che li hanno seguiti o imitati, con creativa umiltà: gli apostoli, i santi, gli asceti, i profeti, i sacerdoti, i mistici, i monaci e le monache” (p. 126).

Socrate nel Fedro di Platone attribuisce alla profetessa di Delfi e alle sacerdotesse di Dodona la facoltà di procurare all’Ellade molti e benefici, e belli, quando sono manei`sai, in stato di maniva, mentre ne procurano pochi, o nessuno, quando sono in senno (swfronu`sai, 244B). Viene poi menzionata la Sibilla che come altri hanno avuto il talento della mantica quale ispirazione divina, e predicendo molte cose  hanno indicato a molti la dritta via verso il futuro (polla; de; polloi`~ prolevgonte~ eij~ to; mevllon w[rqwsan, 244B).
Già presente in Eraclito  è la Sibilla che “con bocca folle grida parole prive di sorriso, di abbellimento e di profumo, e con la voce giunge al di là di mille anni per il dio che è in lei-dia; to;n qeovn-” (fr. 119 Diano).
Si tratta di donne ispirate e invasate dunque, possedute da una maniva che è più saggia della saggezza del mondo.    
Infatti gli antichi, coniando  i nomi, hanno chiamato manikhv la più bella delle arti che prevede il futuro. Sono stati i moderni, ajpeirokavlw~, con ignoranza del bello, che mettendoci dentro una tau, mantikh;n ejkavlesan (244c),  l’hanno chiamata mantica.
Le manie provenienti dagli dèi sono più belle dell’assennatezza umana.

Nell’Eneide abbiamo la Sibilla cumana che grida e si trasfigura.
Leggiamo i versi di Virgilio tradotti[1]  
“Si era alla soglia, quando la vergine: ‘è il momento
di interrogare il destino’, dice, ‘il dio, ecco il dio!’. E a lei che diceva tali parole/
davanti ai battenti, all'improvviso, non il volto, non il colore rimase lo stesso/
non composte le chiome: ma il petto è ansimante,
e il cuore estasiato è gonfio di sacro delirio; è più grande a vedersi
e non manda suoni mortali, poiché è ispirata dalla potenza
già molto vicina del dio-adflata est numine quando-iam propiore dei (VI, 45-51).

San Pietro nel Paradiso di Dante si trascolora[2][3] e parla con “voce da sé trasmutata”  nel pronunciare l’invettiva contro Bonifacio VIII.


“Il termine ‘santo’, che indica un individuo inserito nella dimensione del sacro, deriva dal latino sancire, prescrivere per legge, e, quindi, proclamare tale (…) Sebbene l’immagine del santo cambi nel tempo, mantiene però intatti alcuni tratti fondamentali: l’esemplarità della vita, la fede incrollabile dinanzi alle difficoltà e alle tentazioni, le privazioni, le rinunce, l’amore donato o suscitato, la capacità di convertire, i miracoli compiuti”[4].

I pagani talora attribuiscono ai loro eroi morti funzioni non dissimili a quelle assegnate ai santi dai cristiani: dalle  tombe dei grandi personaggi emana l' influsso della loro potenza.
"Dappertutto la venerazione di un eroe è collegata al luogo dov'è la sua tomba (…) le anime degli eroi si aggiravano più vicine ai viventi, nella felicità e nell'infelicità si sentiva la loro potenza"[5].
"Proust ricordava che nessun altare fu considerato dagli antichi più sacro, circondato da più profonda venerazione e superstizione quanto le tombe d’Edipo a Colono e di Oreste a Sparta”[6].
Edipo  giunto a Colono, promette di riversare collera postuma sui Tebani per il trattamento ricevuto dai figli:"il mio freddo cadavere anche dormendo sepolto sotto terra un giorno berrà il loro sangue caldo"[7], mentre la sua ombra sarà sempre propizia[8] alla terra ateniese che gli ha dato l'ultimo asilo.

“Per i cristiani, santo è chi, sull’esempio di Gesù, ha conformato la sua vita ai precetti del Vangelo, e, da un certo periodo in poi, al modello dei primi martiri o agli insegnamenti dei fondatori e dei dottori della Chiesa. L’imitatio Christi diventa l’ideale più alto, perché significa far vivere Cristo nel fedele, secondo le parole di Paolo: “Non vivo già più io, ma Cristo vive in me”[9].

Per questo ingresso del dio nel suo seguace e profeta, Paolo di Tarso è assimilabile alla Sibilla Eraclitea  (dia; to; qeovn) e a quella cumana di Virgilio (adflata est numine quando-iam propiore dei) ricordate sopra.

Torniamo a Bodei: "Tale imitazione, normalmente perseguita nello spirito, talvolta si stampa sulla carne, come nel caso di san Francesco, alter Christus, di Santa Caterina da Siena o, più recentemente (e in modo, almeno per un certo tempo controverso), di Padre Pio di Pietralcina.[10] Il cristianesimo individua nella santità due generi di gloria, tra loro compatibili: quello dell'esaltarsi, innalzandosi sopra se stessi, tipico degli "atleti di Cristo" che si affidano a Dio offrendogli la vita per testimoniare la propria fede, e quello dell'umiliarsi, svuotandosi di ogni potere e autorità sull'esempio stesso di Gesù, che si fece servo e accettò di morire nel più doloroso dei modi[11], oppure su quello di San Francesco che si fece piccolo nella sua povertà, o di una mistica francese del Seicento, che baciava i lebbrosi e leccava le piaghe più ripugnanti[12]" (p. 128).

Per gli atleti di Cristo, si può pensare all'elogio che il francescano San Bonaventura fa da San Domenico nel cielo del Sole del Paradiso di Dante chiamandolo "l'amoroso drudo/della fede cristiana, il santo atleta /benigno a' suoi ed a' nemici crudo"[13].

Bodei ricorda che "l'apologetica cristiana e la storiografia hanno molto insistito sulle persecuzioni e sui tormenti che i martiri hanno dovuto subire: si pensi solo all'Esortazione ai martiri di Tertulliano" (p. 128).

Il sangue sparso dai martiri per l'apologeta di Cartagine non era  una testimonianza sterile: "Etiam plures efficimur, quotiens metimur a vobis: semen est sanguis Christianorum! (Apologeticum.50,  13), siamo resi ancora più numerosi ogni volta che ci falciate: è  seme il sangue dei Cristiani!

Bodei ricorda la Passio Perpetuae "tra le opere umanamente più toccanti"
Si tratta di "una giovane madre ventitreenne, che non ha voluto rinnegare la propria religione e, per salvarsi, sacrificare all'imperatore Settimio Severo. E' un documento eccezionale, perché è l'unico testo autobiografico di mano femminile che ci sia stato tramandato dal mondo antico" (p. 129).
Vengono poi citati dei versi dal Peristephanon , una raccolta di inni  liturgici di Prudenzio che glorifica l'eroismo dei martiri dopo il trionfo del cristianesimo, alla fine del IV secolo. 
"Nei martiri    le energie dell'uomo sembrano crescere su se stesse, assumere tratti sovrumani di coraggio e di sopportazione del dolore…I martiri non mirano all'innalzamento di se stessi nella considerazione dei contemporanei e dei posteri (diversamente da quanto accadeva nel giovane Agostino prima della conversione), ma hanno come obiettivo la maggior gloria di Dio" (Immaginare altre vite, p. 129)
Bodei fa anche notare che "nei primi secoli della nostra era i cristiani affrontano una serie di persecuzioni discontinue da parte delle autorità imperiali romane (su 54 imperatori solo una dozzina li perseguita per una durata di 129 anni, con un numero di vittime non calcolabile, forse migliaia, mentre vi sono 120 anni di tolleranza)" (p. 130).

Un esempio di relativa tolleranza si può trarre dalla risposta di Traiano  a una lettera di Plinio il Giovane che, legato imperiale in Bitinia,  chiede lumi al princeps  su come debba comportarsi nei confronti dei cristiani denunciati. L'alto funzionario fa sapere  che sino a quel momento ha punito solo gli ostinati: "perseverantes duci iussi. Neque enim dubitabam, qualecumque esset quod faterentur, pertinaciam certe et inflexibilem obstinationem debere puniri" (X, 96, 3), ho fatto portare al supplizio gli ostinati. Infatti non avevo dubbi che, qualunque fosse la fede che professavano, si dovessero punire  la caparbietà  e l' inflessibile ostinazione.
Quando gli è giunto un libellus sine auctore,  un'accusa anonima, Plinio ha fatto indagini interrogando i denunciati: alcuni negavano di essere cristiani, altri dicevano di non esserlo più e arrivavano a bestemmiare Cristo. Del resto i loro costumi vengono descritti come innocui: " Adfirmabant autem hanc fuisse summam vel culpae suae vel erroris, quod essent soliti stato die ante lucem convenire carmenque Christo quasi deo dicere secum invicem, seque sacramento non in scelus aliquod obstringere, sed ne furta, ne latrocinia, ne adulteria committerent, ne fidem fallerent, ne depositum appellati abnegarent.  Quibus peractis morem sibi discendendi fuisse rursusque coeundi ad capiendum cibum, promiscuum tamen et innoxium " (X, 96, 7), affermavano d'altra parte che questa era stata l'essenza della loro colpa o dell'errore, il fatto che erano soliti riunirsi in un giorno stabilito prima dell'alba, e cantare tra loro, alternatamente, un inno in onore di Cristo come se fosse un dio e impegnarsi con giuramento, non a perpetrare qualche crimine, bensì a non commettere furti, rapine,  adultèri, a non tradire la parola data,  a non rifiutarsi di restituire, richiesti, una cosa avuta in consegna. Compiute tali cerimonie, avevano l'abitudine di andarsene e di riunirsi un'altra volta per prendere del cibo, comunque ordinario e innocente.
C'è da notare che il sacramentum dei cristiani esclude comportamenti esecrati anche dai tradizionalisti romani: in particolare: ne adulteria committerent, ne fidem fallerent .
Plinio veramente è meno illuminato del suo imperatore: fa inquisire et per tormenta, anche mediante tortura, due serve quae ministrae dicebantur, chiamate   diaconesse, ma non ha tovato altro che una superstizione perversa e sfrenata (Nihil aliud inveni quam superstitionem pravam, immodicam[14], X, 96, 8). Il legato conclude la lettera scrivendo con soddisfazione che si è ripreso a frequentare i templi e a vendere le carni delle vittime
Traiano risponde a Plinio (X, 98) che i cristiani non vanno puniti d’ufficio, ma puniti in caso di denunzia non anonima e di confessione senza apostasia. Nel caso che l’abiura sia resa manifesta dall’adorazione delle divinità “nostre” ossia pagane, gli apostati devono ottenere il perdono dal pentimento.
Quanto alle denunce anonime (sine auctore vero propositi libelli), queste non devono avere valore di accusa: “nam et pessimi exempli nec nostri saeculi est”, infatti è di pessimo esempio e non si confà allo spirito del nostro tempo.
 
Ma concludiamo il paragrafo Santi e martiri di Immaginare altre vite : “Per evitare di essere colpiti, diversi cristiani comprano certificati di fedeltà agli dei di Roma e all’imperatore e, se pentiti di questo atto di viltà, chiedono di essere riammessi nella comunità dei fedeli, suscitando dibattiti nelle singole Chiese[15]. D’altra parte, in quanto ciascuno è, secondo la formula di Lutero, simul peccator et iustus, anche i tiepidi nella fede, gli apostati e, a maggior ragione, i malvagi e gli empi sono nel cristianesimo invitati a partecipare a un grandioso progetto di redenzione, a credere contra spem, in spem (p. 130)

Giovanni Ghiselli
P. S.
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[1] Le traduzioni dal greco e dal latino nelle parti del mio commento (quelle scritte in carattere più piccolo) sono mie.
[2] XXVII, 19.
[3] XXVII, 38.
[4] Immaginare altre vite, p. 127
[5] E. Rohde, Psiche, p. 163 e p. 196
[6] Giovanni Macchia, L’angelo della notte, p. 166.
[7] Sofocle, Edipo a Colono , vv. 621-622
[8] v.1707
[9] R. Bodei, Immaginare altre vite, p. 128.
[10] Per Paolo, cfr. Lettera ai Galati, 2, 19-20. Su Padre Pio, si veda S. Luzzato, Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento, Einaudi, Torino 2007 e, per le premesse del tema, C. Frugoni, Francesco e l'invenzione delle stimmate, Einaudi, Torino, 2010. Un classico esempio devozionale è il quattrocentesco De imitatione Christi, tr. it. Imitazione di Cristo, Rizzoli, Milano 2009, attribuito a lungo a Thomas à Kempis, ma forse opera di Jean Gerson. Il libro ebbe una vasta influenza anche perché, oltre a dare consigli su come curare la propria interiorità, proponeva il comptemptus omnium vanitatum mundi, il disprezzo di tutte le vanità del mondo.
[11] Cfr. paolo, Lettera ai Filippesi, 2, 6.
[12] Cfr. L. du Néant, Il trionfo delle umiliazioni, Lettere, a cura di M. Bergamo, Marsilio, Venezia 1996.
[13] XII, 56-57.
[14] Echeggia l’ exitiabilis superstitio di Tacito (Annales, XV, 44 ). Torna in Svetonio che nella Neronis Vita (16) scrisse: "afflicti suppliciis Christiani, genus hominum superstitionis novae et maleficae" suppliziati i Cristiani, razza di uomini seguaci di una superstizione nuova e malefica.
[15] Tra le  innumerevoli opere si vedano almeno quelle di W. H. C. Frend, Martyrdom and Persecution in the Early Church, Basil Blackwell, Oxford 1965; R. Lane Fox, Pagans and Christians in the Mediterranean World from the Second Century AD to the Conversion of Constantine, Viking, London 1986; G. W. Bowersock, Martyrdom and Rome, Cambridge University Press, Cambridge 1995; J. Perkins, The Suffering Self. Pain and Narrative Representation in the Early Christian Era, Routledge, London-New York 1995; e J. Engberg, Impulsore Chresto. Opposition to Christianity in the Roman Empire c. 50-250 AD, Peter Lang, Frankfurt a. M. 2007. Aggiungo, per chi non lo sapesse, che l’espressione impulsore Chresto si trova nella Claudii Vita  di Svetonio in una espressione che identifica i cristiani con gli Ebrei: “Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantis Roma expulit ”(25)”, cacciò da Roma i Giudei che continuamente tumultuavano per istigazione di “Cresto”.