sabato 5 settembre 2026

Ifigenia CXXX Non è possibile entrare due volte nello stesso fiume. Il Danubio sconciato. Eraclito poi Sofocle.

  

 

Il 20 agosto ci portarono a Visegrád, sul gomito del Danubio, dove il 20 agosto di cinque anni prima avevo passato uno dei pomeriggi più intensi e belli della mia vita con Päivi[1] e gli amici, ancora tutti presenti e vivi in quel tempo remoto. Allora avevo visto quel luogo le idèe  entrate nelle cose.

 

Nell’agosto del ’79 non c’era più nessuno di loro e tutto il paesaggio aveva perduto quella chiarezza epifanica da pianura della verità. La luce del sole era assente, l’aria grigia, l’acqua torbida, la riva melmosa, gli alberi vizzi. Mi mancavano le care persone cui la corrente risanatrice dell’Istro illuminato donava salute, forza e bellezza. Non c’era più Päivi incinta di me. Aspettava una bambina che non sarebbe  nata mai.

Potamw`/ ga;r oujk e[stin ejmbh`nai di;" tw`/ aujtw`/ [2].  

Allora sembrava che l’amore, la paternità, l’amicizia e la gioia riflesse senza interruzione dal mobile luccichio dell’acqua veloce, fossero doni per sempre, invece in poco tempo quella rapinosa corrente mi aveva portato via tutto: “oujde; qnhth`" oujsiva" di;" a{yasqai kata; e{xin[3], né si può toccare due volte una sostanza mortale nella medesima situazione.

Quel giorno felice, il 20 agosto del 1974, dell’amore e della gioia di vivere avevo  dunque visto soltanto alcuni frammenti trascinati dalla corrente verso il mare nero del nulla.

Quasi tutti quei presunti amici erano solo dei conoscenti occasionali, la donna creduta della mia vita era la ganza irrequieta di un’avventura mensile e la figlia un feto a perdersi nella corrente come le bottiglie vuote che cinque anni più tardi si dondolavano sull’acqua muovendo  i colli che non rivelavano nulla poiché i loro cenni affermavano, e subito dopo negavano tutto  quia fluminum  instabilis natura simul ostendit omina et rapit [4] pensai.

Il medesimo luogo osservato con animo non più giovanilmente esaltato era squallido.

Mi trovavo sulla corriera che seguendo il corso dell’Istro ci  portò in una piazza situata sotto la collina del castello di Visegrád sulla riva destra del fiume. In quell’agorà c’erano tavolie e seggiole dove sedevano degli  zingari, non dionisiaci, non musicali come quelli che suonavano il cembalo nei ristoranti di Debrecen.

Mangiavano pesce fritto avvolto in una carta gialla unta che poi lasciavano sui tavoli o gettavano in terra, incuranti della decenza. C’era anche una giostra triste, semivuota, osservata da bambini  verdi e muti, come ramarri chiusi in una teca di vetro situata in uno solaio buio e freddo, esposto a nord, mai battuto dal sole, nemmeno nel mese di giugno quando la luce dovrebbe essere altissima. Il fritto mandava odore di sugna bruciata. Il castello sopra la piazza mi fece venire in mente quello di Kafka:  sembrava un’accozzaglia di pietre prossime a sgretolarsi.

Attraversai la strada per osservare l’acqua dalla riva. Era lurida. C’era una spazzatura varia di carte, cocci, bottiglie, pezzi di ferro, e nefandezze innominabili, inverecondamente distese sulla ghìaia o affondate nel fango.

Ero forse“Pensoso di cessar dentro quell’acque/la speme e il dolor mio”?[5]

No, sicuramente no: intanto perché la speme era spenta, poi quelle acque facevano schifo.

 

Ricordi e progetti sulla riva sporca del Danubio inquinato. L’Edipo re di Sofocle.

 

Con cupa meraviglia mi chiesi come cinque anni prima avessi potuto togliermi le scarpe per camminare a piedi nudi sopra tale immondizia. Allora tutto mi sembrava bello assai e molto pulito siccome avevo incontrato una donna capace di darmi i compiti che dovevo fare in modo egregio per migliorare, ed elevarmi fino al livello di lei, l’amante psicologa che sopravvalutavo poiché aveva detto quello che volevo sentirmi dire da una persona che mi piaceva.

 Il suo viso mi appariva plasmato dall’intelligenza e dalla forza della volontà. Il suo sguardo non era melenso come quello delle oche né rabbioso come quello dei canidi affamati. La consideravo straordinaria, semidivina. Allora  non tenevo conto del fatto che la sua metà umana era soltanto povera carne mortale come la mia.

Notai una bottiglia di plastica rosa e una di vetro verde che si incrociavano simboleggiando la mia crocifissione. Vicino all’acqua camminava un vecchio iracondo, barcollante, forse ubriaco. Mi guardò minaccioso, sputò e imprecò.

Sulla riva c’erano anche stracci immondi,  unti di liquido osceno, scatole di plastica e di latta. Sull’acqua ondeggiavano dei preservativi.

Pensavo alla figlia abortita e mi vennero in mente alcuni versi di Sofocle che descrive la situazione di Tebe inquinata da un mivasma non ancora individuato, una peste che  mortifica la città  con l’epidemia che accumula cadaveri di donne uomini, bambini uccisi dal veleno dell’empietà.

Mi vennero in mente questi versi del poeta di Colono

 

La città infatti, come anche tu stesso vedi, troppo/già ondeggia e non è più capace di sollevare il capo dai gorghi del flutto insanguinato/E si consuma nei calici infruttuosi della terra,/si consuma nelle mandrie dei buoi al pascolo, e nei parti/senza figli delle donne; e intanto, il dio portatore di fuoco,/scagliatosi, si avventa sulla città, peste odiosissima,/dalla quale è vuotata la casa di Cadmo, e il nero/Ades si arricchisce di gemiti e lamenti" (Sofocle, Edipo re, vv. 22-30).

 

Eppure cinque anni prima ci eravamo seduti lì a prendere il sole, poi ci eravamo spogliati e avevamo fatto il bagno dentro quell’acqua. No, non la medesima acqua. Bucce di angurie, cartacce luride a altre porcherie innominabili, deiezioni gettate giù  da ogni parte vi galleggiavano cinque anni dopo. Alzai gli occhi. Nella luce morente del tramonto vedevo colline giallastre di vegetazione morente.

Nella primavera precedente, la prima e l’ultima in buona parte gioiosa con Ifigenia, eravamo  felici perché facevamo l’amore più e più volte stimolati non solo dalla persona amata ma anche dal progetto di promuovere una rivoluzione culturale, un cambiamento di gusti e costumi, intanto in noi stessi, poi nel nostro ambiente, quindi in un ambito sempre più in grande.

“Sarò il maestro di un popolo intero”, pensavo e speravo.

Mi chiesi che cosa era rimasto  dei progetti delle ore beate dell’amore. Già allora avevamo passato momenti belli e altri nei quali invece si preparavano trappole tese ad azzoppare l’amante per sottometterlo.

Dileguati tutti i sogni amorosi, in me  tuttavia restava  qualcosa di quanto mi avevano infuso le amanti migliori: la volontà di salvare dal precipizio del nulla i significati migliori di quelle storie e degli ambienti in cui si erano svolte. Da Elena Schejbalova di Praga, nella primavera del ’68,  a Ifigenia la primavera del’ 79, undici anni più tardi con tanti cambiamenti di tutto.

Da una quercia enorme era caduto a terra un ramo grande. Mi avvicinai per osservarlo: era marcio. “Se non fosse stato fradicio, non sarebbe caduto”, pensai. “La quercia però è rimasta in piedi, il ceppo resiste. Anche tu devi eliminare i tuoi rami bacati-mi dissi: “l’egoismo, il narcisismo, l’esibizionismo istrionico. Conserva e potenzia invece il meglio di te, l’essenziale: la volontà di imparare per educare  i ragazzi, il desiderio di scrivere per rendere migliore chi ti leggerà: milioni di lettori in tutto il mondo. Devi arrivare alla densità e intensità di significati che ammiri tanto in Sofocle.

Questi amori a tempo determinato devono servirti a creare un’opera che duri a lungo, molto a lungo. Altrimenti  non valeva la pena di prolungare certe frequentazioni. Con Ifigenia sarebbe possibile crescere ancora ? Ne vale la pena? Non credo”.

Dalle nuvole a un tratto sbucò un raggio di sole che mi fece alzare gli occhi al cielo.

Avvertenza: il blog contiene 5 note e il greco non traslitterato.

 

Bologna  5 settembre  2026ore 16, 10 giovanni ghiselli

p. s.

E’ tornato l’invasore. La liberazione che si celebra ogni anno va ripetuta e rinnovata. E’ necessaria una nuova resistenza: alla prepotenza, alla violenza, all’ignoranza, al culto del denaro.

 

Statistiche del blog

All time3006828

Today6334

Yesterday9258

This month35460

Last month307804

 

 

 

 

 

 



[1] Cfr. Tre amori a Debrecen in prestito nella biblioteca Ginzburg.

[2] Nel medesimo fiume entrare due volte infatti non è possibile  (Eraclito in Plutarco, Sulla E di Delfi, 392b)

[3] Plutarco, ibidem

[4] Cfr. Tacito, Annali, VI, 37, poché la natura instabile dei fiumi nello stesso tempo mostra i presagi e li trascina via.

[5] Leopardi, Le ricordanze, 108-109.


Euripide Ione ventunesima parte (versi 1261-1278). L’ironia tragica sulla mamma sconosciuta a Ione ma nota allo spettatore. Come il padre nell’ Edipo re.


 

Ione rimprovera un antenato di Creusa, il fiume Cefiso rappresentato con aspetto taurino di avere prodotto tra i discendenti Creusa quale e[cidnan (1262) vipera, dravkont j (1263) serpente che fissa con occhi di fuoco.

 

E’ l’imbestiamento della donna denunciato dall’uomo che ne ha paura, da Clitennestra, la bipede leonessa dell’Agamennone di Eschilo alla Pasife di Dante all’orrendo epiteto “troia” che maschio frustrato attribuisce alla donna.

 

Ione poi aggiunge la Gorgone (1265)  che stava per ucciderlo e[melle me qanei`n con le gocce velenose. Quindi ordina di catturarla e di gettarla giù dalla rupe del Parnaso da dove verrà lanciata come un disco- diskhqhvsetai (1268)  nel balzo finale.

 Le allusioni alle gare sono frequenti nella letteratura greca.

Ione considera una fortuna non essere andato ad Atene dove la matrigna avrebbe fatto una vittima dell’odiato figliastro.

 

La matrigna è mal reputata anche nell’Alcesti di Euripide dove la protagonista chiede al marito un contraccambio del sacrificio fatto per lui:

  "E sia! Ma ora tu tieni in mente la riconoscenza di questo (tw`nde cavrin).

Ti chiederò infatti un contraccambio mai pari

(infatti non c'è niente più prezioso della vita),

ma delle cose giuste, come tu stesso dirai: infatti ami

questi bambini non meno di me, se davvero hai senno.

Questi lasciali signori della mia casa

e non sposare in seconde nozze una matrigna (mhtruiavn) per i figli,

la quale, essendo una donna più cattiva di me- kakivwn ou\s j ejmou` gunhv-, per invidia (fqovnw/)

alzerà le mani sulle creture tue e mie (299-307).

 

La Commedia nuova penserà a riabilitare certe donne mal reputate come suocere e amanti illlegitime, prezzolate. Cristo arriverà a salvare un’adultera e a giustificare una peccatrice. Del resto sua mamma era una ragazza madre e scondo Celso un’adultera.

 

Torniamo a Ione che seguita ad accusare Creusa ribadendone la condanna a morte.

Arriva a proferire parole di ironia tragica:

“Né l’altare né il tempio di Apollo, dice, ti salveranno, e la pietà nei tuoi confronti preferisco riservarla a mia madre, infatti anche se il suo corpo non è qui con me, il suo nome non manca mai.- kai, ga;r eij to; sw`ma –a[pestin aujth`~ , tou[nom j oujk a[pestiv pw (1278)

 

Ricordo una canzona oggi antica:

“Mamma son tanto felice perché ritorno da te

la mia canzone ti dice che è il più bel sogno per me

mamma son tanto felice viver lontano perché

mamma solo per te la mia canzone vola mamma, sarai con me tu non sarai più sola

quanto ti voglio bene queste parole d'amore che ti sospirano il mio cuore forse non s'usano più

 

mamma ma la canzone mia più bella sei tu, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più

sento la mano tua stanca cerca i miei riccioli d'or sento e la voce ti manca la ninna nanna d'allor oggi la testa tua bianca io voglio stringer al cuor

quanto ti voglio bene queste parole d'amore che ti sospirano il mio cuore forse non s'usano più

mamma ma la canzone mia più bella sei tu, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai

più”.

 

L’amore dei figli maschi per la mamma precede e condiziona tutti gli altri e nessuno di questi lo supera.

 

Pesaro 5 settembre 2026 ore 11, 47 giovanni ghiselli

p. s.

Statistiche del blog

All time3004863

Today4369

Yesterday9258

This month33495

Last month307804