Rimaniamo
dunque ancora un po’ nell’estate del 1972. Voglio ricordare un episodio
avvenuto quando il nostro connubio mensile
aveva già un paio di settimane alle spalle.
Con gli
altri Italiani e con i Francesi ero in un pullman che ci portava da Debrecen a
Eger, in gita, per così dire, scolastica.
Kaisa era
nella corriera dei Finnici. Mi mancava la sua vicinanza: non potevo intingere
nei suoi luminosi colori i pennelli con
i quali avrei dipinto la nostra storia.
Attraversata la puszta sitibonda, lungo la strada
cominciarono a farsi vedere dei colli, e in breve tutto il paesaggio mutò
rispetto alla grande pianura, priva non solo di alture ma, per vasti tratti,
anche di alberi e di case coloniche. Le colline alberate, orlate di vigneti
verdi, punteggiate dal bianco e dal rosso di piccole case, davano qualche
conforto all’occhio stanco della puszta semideserta, e quell’anno
il 1972, per giunta, secca, polverosa dopo tre settimane canicolari.
Arrivati
nei dintorni di Eger, cambiammo mezzo: salimmo su un trenino a scartamento
ridotto, del tutto simile a quello che da Ora, nella valle dell’Adige, saliva
fino a Predazzo in quella di Fiemme. Infine una corriera ci portava a Moena,
nella valle di Fassa.
Un
excursus sugli anni Cinquanta. Un antefatto: se non vi interessa potete
saltarlo. La dimensione del carattere è 14 invece del solito 16
Dal
1948 e durante tutti gli anni Cinquanta mi ci portavano due zie materne che non
avevano avuto figli:
Non
si era mai sposata per rimanere libera. Come me.
Però,
diversamente da me, la zia Rina non era incline a lasciare liberi gli
altri.
Anche
la zia Giulia non era male, ma era più chiusa in se stessa. Lei invece era
sposata e avrebbe voluto dei figli, ma non erano venuti, con suo dispiacere
grande.
Giunte
ai cinquanta anni, le due sorelle contavano su me come erede delle loro persone
e delle loro vite. In effetti non erano due donne banali: nate nei primi anni
del Novecento, avevano fatto le maestre all’estero, in Tunisia, in Bulgaria e
anche in Ungheria, nel ventennio
fascista. Dopo la caduta del regime e il loro rimpatrio,
Si
arrivava dunque a Ora nel pomeriggio. Le zie mi indicavano un nido di rondini
nel sottotetto della piccola stazione gialla tipica della vecchia monarchia
austro-ungarica. Mi facevano notare che i genitori portavano il cibo ai
pulcini. Loro due erano le mie nutrici durante quel mese estivo. E non mi
alimentavano solo con il cibo. Volevano che fossi il più bravo a scuola, che
primeggiassi sempre. Mi incoraggiavano a studiare, anche in agosto. Non ho
fatto una gran carriera istituzionale a dire il vero, ma alcune cose egregie,
mi sono riuscite molto bene. E sono grato alle zie, alle mamme vicarie. Dal loro
autoritarismo, ho imparato, ex contrario, l’indipendenza.
Ti
faccio un esempio, lettore. Risalgo al 1954, quando avevo nove anni e otto mesi. Diciotto anni prima di Kaisa.
Il
trenino dunque saliva adagio verso il passo di San Lugano. La prima stazione
era Montagna, la seconda Fontanefredde. I toponimi erano scritti anche in
tedesco. Le zie li leggevano in entrambe le lingue e ne sottolineavano il
significato letterale con la loro bella pronuncia aretina, e non senza
un’enfasi vagamente minacciosa, perché io capissi che dovevo lasciarmi
infagottare di maglie e maglioni, con i quali indosso, i miei movimenti da
bambino “poco prudente” erano meno liberi e sciolti. Non volevano che mi
sporgessi dal finestrino, e mi proibivano in particolare di toccare i rami
protesi sulla ferrovia. Dicevano che se li avessi afferrati mi avrebbero
portato via un braccio. Io cercavo di sfuggire a quelle maglie di forza, anche
perché faceva caldo: Fontanefredde o Kaltenbrunn che dire si
voglia, è situata solo 5 o
Le
zie mi avevano insegnato e imposto a
segnarmi religiosamente siccome ci tenevano molto a crescermi credente,
devoto e sottomesso.
Così
mi consentirono di non indossare la quarta “buccia”, nonostante i mille metri
fossero vicini con i loro “aliti freddi ”. La zia Rina però, perché non
credessi di potermi sottrarre alla sua volontà dispotica, mi gettava addosso
una coperta che mi lasciava muovere le braccia sì, tuttavia mi impediva di
arrampicarmi fino ai bagagli posati in alto, o di sporgermi dal finestrino
allungando il collo per gridare alle bambine che osservavano il treno fermo
nelle stazioni: “ciao, come ti chiami? Vieni a Moena anche tu?” Erano rubiconde
. In fondo erano le prime nordiche della mia vita.
A
dirla tutta, mi domandavo se quelle bambine, rosa o rosse com’erano,
fossero fatte come le Pesaresi molto più scure di pelle e capelli, o
avessero nel corpo dei binari a scartamento ridotto, come quelli del trenino
della valle di Fiemme a quanto mi avevano detto.
Per
non confondere troppo i colori, sui dodici anni mi innamorai di una
fanciulla mora mora, una bambina meridionale che sua madre, bruna come la
mia, portava a Moena a villeggiare in un appartamento sottostante a quello dove
abitavo con la zia Giulia in via Damiano Chiesa 11. Questo fu il primo
insuccesso amoroso della mia vita. Lo racconterò più avanti.
Nei
primi anni Sessanta il trenino è stato abolito e ora nella stazione antica c’è
un bar con un piccolo teatro. La zia Giulia è morta nel 1982, la zia Rina nel
1991. Tutti gli anni, per Pasqua, torno a Moena in automobile e passo per
quella stazione storica, guardo l’angolo del sottotetto dove c’era il nido
delle rondini, ricordo le mie zie che ho sempre portato vive dentro di me, e
rivolgo loro un pensiero di gratitudine grande per avermi aiutato a diventare
quello che sono, non dico un granché, ma di sicuro me stesso, non un altro
qualunque. È un rito che ripeto tutti gli anni con commozione e rimpianto. L’ho
raccontato perché lo devo alle sorelle di mia madre per quello che mi hanno
lasciato di materiale e di spirituale.
Metto
anche loro tra le donne che ho amato. Sono vissute per me, e credo che siano
contente del risultato, se possono vedermi. Devo dire un’altra sola cosa sul
conto dei nostri rapporti. Non le ho mai lasciate sole per Natale quando erano
diventate vecchie e io ero un giovanotto florido ancora negli anni e piuttosto
fornito di amanti. Una volta, quando ero andato a fare la consueta visita del
solstizio invernale a un’altra delle mie mamme vicarie, l’ex collega e
carissima amica per sempre, Antonia di Carmignano di Brenta, questa mia
educatrice, già ottantenne, mi domandò cosa avrei fatto per Natale. Risposi che
sarei andato a Pesaro per tenere compagnia alle due zie, anzi tre, siccome in
una casa vicina viveva la zia Giorgia, anche lei prodiga nei miei confronti.
“Le sorelle Materassi”, le chiamava mia madre.
“Perché?”
Mi chiese l’amica sapendo che la mia vita da scapolo libertino e gaudente era a
Bologna. “Perché sono le mie consanguinèe più vecchie e più sole” risposi. E
aggiunsi: “per Capodanno ci sarà anche mia madre e ceneremo insieme”
Allora
Antonia mi fece un augurio che si è avverato: “Lei sarà fortunato, Gianni,
perché è buono”. Anche questa amica è morta, nel 2005, e quando vado a Moena,
passo sempre per Carmignano di Brenta dove la carissima donna è sepolta e porto
alcuni fiori con tanti pensieri di gratitudine sulla sua tomba. E le mando dei
baci con le mani.
Anche
lei mi ha aiutato dandomi buoni consigli e insegnandomi a diventare un bravo
insegnante. E soprattutto una persona buona, generosa, leale.
Dopo
la morte di questa amiche sicure sono stato lasciato solo più di una volta per
Natale, per Capodanno et cetera, da parenti, amici e da amanti altrimenti
impegnate, ma non me ne sono mai dispiaciuto, anzi sono stato fiero di non
essere come coloro. Uno di questi ultimi
25 dicembre andai in treno fino ad Arezzo poi in taxi sulla tomba della mamma,
dei nonni e delle zie a Sansepolcro. Credo che lo rifarò. Sono presenze più
vive loro dentro di me che tanti conoscenti, ex amici spariti e, devo dirlo,
pure ex amanti, venute con proteso il cuore, poi dileguate senza vestigio.
Di
alcune persone, donne soprattutto, ma anche qualche uomo, invece so che non mi
abbandoneranno mai: le ho dentro di me.
A
volte chiamo per nome queste persone che mi hanno voluto bene e, rivolto al
cielo, canto ricordando una canzone di
Fabrizio de Andrè: “quando attraverserò l’ultimo vecchio ponte, a voi amici
dirò, baciandovi alla fronte, voi siete in Paradiso, là dove vengo anch’io,
perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”. Lo faccio quando sono solo e
posso anche piangere.
Fine
dell’excursus
Ma
torniamo all’estate del ’72, e a Kaisa cui pure devo qualcosa di quello che
sono. Non chissà chi ma il vero gianni: il mendicante dell’amore e della
bellezza.
Nota
1. Servilio
a Eneide IV, 825, afferma che Pisaurum si chiama così (Pisaurum
dicitur) perché là fu pesato l’oro (quod illic aurum pensatum
est) che i Galli Senoni dovettero restituire a Camillo.
Bologna 19
novembre 2025 ore 11, 12 giovanni
ghiselli
p. s.
Statistiche
del blog
All time1862102
Today177
Yesterday585
This month19439
Last month24466
Nessun commento:
Posta un commento