Sul
vagoncino ungherese rimanevo discosto dalla mia amante perché pensavo che non
mi amasse abbastanza da rischiare di farsi vedere vicina a me, in atteggiamento
per lo meno amichevole, dai finnici capitati nei nostri paraggi e capaci di
denunciarla al legittimo sposo.
Così restavo discosto da lei e non la fissavo
intensamente, ma avrei gradito molto che Kaisa invece, siccome io ero libero
pensatore, ossia potevo pensarla e guardarla, mi facesse almeno dei cenni di
simpatia, di intesa, di complicità cui avrei risposto soltanto con gli occhi
che significano amore agli amanti.
Invece
Kaisa non mi degnava, e io, quando arrivammo al capolinea e scendemmo, ne avevo
il cuore straziato.
C’era
un grande prato: una bella radura verde, luminosa pur tra alberi di maestà
dodonea.
I più giovani, spensierati e vitali tra i
nostri compagni, appena fuori dal trenino si misero a correre.
I
consumati bevitori si mossero verso un chiosco guidati da Danilo inghirlandato
di pampini. Era arrivato a Debrecen qualche sera prima, a causa di contrattempi, mezzo
morto di sete.
Le
sue prime parole furono: “mi scappa da bere!”.
L’amico,
sceso dal trenino, cantava semplicemente: “e se son pallido, senza colori, non
voglio dottori, non voglio dottori! E se son pallido come una strassa, vinassa,
vinassa e fiaschi de vin!”.
Quindi,
in stile più alto: “spumeggiano ricolme le coppe del piacere!”.
Assecondavano
il signore della baldoria diversi cultori di Dioniso. Uno di loro aveva sulle
spalle la nebride, un altro impugnava il tirso delle baccanti. Chiudeva la
processione una menade ambigua in groppa a un grosso cane coperto da una pelle
di pantera. Si faceva largo gridando: “Chi è per strada? Chi è per strada chi?
Poi,
per darsi importanza aggiungeva: “e
ognuno consacri la bocca che serba religioso silenzio. io infatti celebrerò
Dioniso secondo il rito in uso, sempre”1.
Il
kwmasth;"
2 concludeva
cantando l’aria di Papageno: “sono io gran bevitore sempre allegro, eccomi
qua!”.
La
turba dei seguaci lanciava applausi e accompagnava il dionisiaco metro con
appropriate grida bacchiche.
Un
prete ortodosso, non lontano da quella schiera, si segnava cristianamente per
esorcizzare gli dèi “falsi e bugiardi” evocati da quella festività
orgiastica.
Invano,
poiché la frenesia aveva invaso il corteo e i volti accesi di quella
confraternita invasata dal dio dell'evoè assumevano l'aspetto della faccia
tremenda della Gorgone, mentre la voce di Danilo a tratti sembrava avere un
timbro sovrumano e incuteva spavento. Nec taciturnus nec prudens,
gridava: cum gravis vino sim, tamen sitio sanguinem!, benché sia pieno
di vino, ho sete di sangue. Alludeva, credo al rosso “sangue di toro di Eger”
ma non ne ero del tutto sicuro. Ebrietates continuae efferant animos 3.
I
suoi seguaci, avvicinandosi al chiosco bramato con una sete straziante,
emettevano bava secca dalle bocche inaridite e roteavano pupille distorte.
Finalmente
riuscirono a trarre sorsi lunghi da coppe, bottiglie e boccali inneggiando, raucisono cantu, a Bacco il loro
signore.
Quando
gli venne servito un bicchiere di media grandezza Danilo che, in qualità
di ierofante, conosceva i misteri, lo considerò un segno di malaugurio e gridò:
“ Che cosa è questa blasfhmiva? Devo morire
oggi stesso? Portaci subito coppe grandi come crateri pieni di grazia divina,
in modo che il cuore e la mente possano gioire più in fretta”.
Quando
gli fu portato un orcio, il sacerdote sommo lo alzò con entrambe le
mani e lo travasò nella gola assetata.
Note
1
Cfr. Euripide, Baccanti, parodo 68-72
2Cfr. Aristofane, Nuvole, 606, signore del kw'mo", baldoria, festa, Dioniso stesso. In questa
circostanza era Danilo.
3 Seneca,
Ep., 83, 26.
Bologna 19 novembre 2025 ore 11, 28, giovanni
ghiselli
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