giovedì 5 febbraio 2026

Viaggio in Grecia settima parte. Da Nauplion a Corinto. “Montagne che varcai!”


Altri monti da varcare sempre con attenzione a non esagerare con la fatica per non danneggiare la salute.

 Il ciclista supremo, Tadej Pogačar che ha vinto il  Giro, il Tour e ogni altra gara tranne la Milano-Sanremo, ha detto. “Il ciclismo è gioia. La cosa più importante non è vincere, ma la salute. Non c’è motivo di spingere il corpo più in là”. Più in là infatti c’è la morte.

Ciclista sublime, ragazzo  dalla potenza inarrivabile e dalle parole sante.

Insomma badavo alla salute prima che alla velocità.

Mi difendo ogni giorno dalle ingiurie del tempo: l’avido cormorano che ci divora.

Finalmente giungemmo a Corinto, la città dai due mari. Mi è cara perché ci sono passato tante volte in situazioni diverse e confrontarle fa parte del metodo comparativo che impiego anche nello studiare, nel tenere lezioni, nello scrivere, nel vivere insomma. Ho bisogno di comparare. Amori,  amanti,amicizie, perfino una lite con cagnara ho subito da una invasata e infatuata  in questa cittadina beneficamente calda, assolata, simpatica.

Questa volta abbiamo dormito al quinto piano di un albergo decente onde la vista del mare e dei monti non era tronca. Un conforto per lo spirito.

 Nonostante i due mari. Corinto non è città turistica. Quella sera si giocava la finale del campionato di calcio europeo. Vinse la Spagna sull’Inghilterra tra le grida di giubilo dei Corinzi di fronte al televisore. Pure noi due preferivamo la Spagna non solo perché giocava meglio ma anche per la  simpatia verso  le terre e le  genti mediterranèe solari e abbronzate. Da Gibilterra alla Palestina e Israele. Terre dalle ragazze belle: more more e rigogliose.

Salutato il compagno di viaggio dopo la partita, feci una passeggiata fino al mare e ricordai la prima volta che giunsi a Corinto da solo nel 1978. Ero diretto a Epidauro e non trovai da dormire in un hotel sul canale. Passai la notte su una seggiola dell’atrio punzecchiato continuamente dalle zanzare e ripartìi all’aurora non senza angoscia. Questa volta mi domandai come potevo avercela fatta dopo una notte del genere a percorrere la strada che sale fino all’antico teatro annidato tra i monti.

Avevo persino forato e mi impiastricciai fino ai capelli con il masticione rosso per riprendere la strada in salita. Quando arrivai a Epidauro mi domandarono come mi fossi ferito. Avevo battuto la testa? Io stesso mi domandavo come mai non ero morto. Ora so che non era destino.

Ero giovane allora e non pensavo abbastanza al destino: non vedevo ancora la serie di cause che lo costituiva. In compenso ce la mettevo tutta quando pedalavo, e la fatica piuttosto che farmi spavento mi stimolava, mi affinava, mi rendeva orgoglioso.

“Ogni cosa a suo tempo” mi dissi ancora una volta. Quindi conclusi: “Ora è tempo di andare a dormire. Questa volta, grazie a Dio, hai una stanza bella, grande, panoramica e tutta per te”.

 Nel frattempo si muoveva la luna nel cielo dove brillavano gli astri, scivolavano adagio  le luci delle barche sul mare. Ero diventato vecchio ma non rimbecillito e  cattivo.

 

Bologna 4 febbraio 2026 ore 8, 53. giovanni ghiselli

p. s.

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