La profetessa congeda Ione dicendogli che lo ha cresciuto per il dio
Lo spinge a cercare la madre e di scoprire se è stata una ragazza di Delfi a esporlo nel santuario o se era una greca di altra regione. Da questa sacerdotessa che abbraccia Ione come una madre il ragazzo ha avuto tutto e pure da Apollo che ha partecipato al destino o]~ metevsce th`~ tuvch~ (1368)
Ione risponde con le lacrime agli occhi pensando che la madre che lo ha partorito numfai`a numfeqeuqei`~ (1371) dopo connubio segreto lo ha venduto di nascosto senza nemmeno porgergli il seno kai; masto;n oujk uJpevscen (1172)
L’amore negato dalla madre è difficilmente recuperabile attraverso altre donne per tutta la vita. Non ci si fiderà più di nessuna.
Il ragazzo si lamenta della propria vita : senza un nome ho vissuto da domestico in questo tempio.
Il dio è stato buono ma il destino pesante. Sono stato privato del nutrimento della carissima madre. -ajpesterevqhn filtavth~ mhtro;~ trofh`~ (1377).
Non credo che lagnarsi aiuti. La reazione buona è quella che trovai sui 23 anni: non sono stato allattato come quasi tutti gli altri ma sono diventato più forte di tanti che hanno potuto succhiare il seno materno.
Il parto e l’allattamento sono argomenti piuttosto frequenti in Euripide e pure in Eschilo. Meno in Sofocle dove il legame che conta di più è quello del sangue.
Ione comunque compatisce la madre che l’ha partorito hJ tekou`sa (1378) poi ha perduto la gioia del bambino. Quindi il ragazzo auspica di non essere riconosciuto quale figlio di una schiava dal cestino che la Pizia gli ha dato sicché vuole lasciarlo nel tempio. Però poi ci ripensa: non può andare contro la volontà di Apollo che ha salvato per lui ta; mhtro;~ suvmbola (1387) i segni di riconoscimento della madre.
Questi non si scordano mai: per me sono stati i capelli neri, gli occhi azzurri e le gambe tornite che mi hanno fatto venire in mente la mamma in altre donne e mi hanno attirato verso di loro.
Dunque Ione dice a se stesso. “devo aprire la cesta e farmi coraggio kai; tolmhtevon (1387.
Questo aggettivo verbale è usato anche da Medea in procinto di uccidere i propri figli: “ tolmhtevon tavd ' , v. 1051, con un significato più forte “bisogna osare questo”.
Né il ragazzo che fu abbandonato in fasce dalla madre né Medea tradita da Giasone possono scavalvare il destino. Lo ha fatto Egisto a quanto racconta Omero nell’Odissea (I, 35: “uJpe;r moron”) e mal gliene incolse. Nella tragedia non si può. Ione dunque dice a se stesso; “ta; ga;r peprwmevn j oujc uJperbaivhn pot j a[n” 1388. il destino non potrei scavalcarlo mai. Un bel verso da non dimenticare. Quindi il ragazzo si accinge ad aprire la cesta.
Bologna 4 novembre 2026 ore 17, 10 giovanni ghiselli
p. s.
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