Nel film di Pasolini Chirone, ancora Centauro bimembre e mitico dice a Giasone tredicenne: “Tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo. Non c’è niente di naturale nella natura, ragazzo mio, tientilo bene in mente…Eh sì, tutto è santo, ma la santità è insieme una maledizione. Gli dei che amano-nel tempo stesso-odiano”[1]
(v. 5)
Pasolini nel suo film usa la parola “pelle” per indicare il vello d’oro, come nella tragedia di Euripide pavgcruson devra~ (v. 5).
Nelle Argonautiche di Apollonio invece il vello d’oro è cruvseion kw`a~ (v. 4).
Pelia dice al nipote: “Esiste un segno della perennità del potere e dell’ordine, questo segno è la pelle d’oro di un caprone divino, essa si trova in una terra lontana, oltre il mare, dove nessuno è mai stato. Se tu porterai nella nostra città quella pelle d’oro io te lo restituirò, il tuo regno”[2]. Forse pelle invece di vello vuole indicare le vite umane sacrificate per il potere e dal potere.
Il potere è malvagio e pefido: quando riceve il vello d’oro Pelia dice a Giasone: “penso che oggi dovrai fare un’esperienza inaspettata: comprendere che i re non sempre sono obbligati a mantenere le loro promesse” (scena 59).
“Giasone si spoglia, e nasconde la sua pretesa e la sua incertezza dietro un sorriso di ragazzino, fiero della propria virilità. Medea lo guarda incantata, e perduta in lui. E’ un vero, completo amore ecc. In questo momento a prevalere è la virilità di Giasone. Medea ha perso la propria atonia di bestia disorientata: nell’amore trova, di colpo (umanizzandosi) un sostituto della religiosità perduta; nell’esperienza sessuale ritrova il perduto rapporto sacrale con la realtà”[3].
Nella scena 79 Giasone dice a Medea: “E’ ora che tu ti convinca infine, chiaramente, che io devo soltanto a me stesso la buona riuscita delle mie imprese. Anche se tu non vorrai riconoscere che, se hai fatto qualcosa per me, lo hai fatto solo per amore del mio corpo”[4].
Pasolini mette in grande risalto il corpo e la corporeità di Giasone.
Pasolini nel “trattamento” del suo film evidenzia gli sguardi che si scambiano Giasone e Medea senza parlare: “Egli avanza, lento, senza fretta, fin sotto l’albero: e guarda fisso Medea. La sua ironia (carezzevole) sembra volerla spogliare, e non solo materialmente: esprimendo qualcosa che a lei sfugge, e che pure ls determina”[5].
Pasolini nel suo film evidenzia la diversità tra il sapere dei Greci civilizzati e la sapienza di Medea. Un’ancella le dice: “Ma forse, se tu volessi, tu potresti ricordarti del tuo Dio…”
E Medea risponde: “…Forse hai ragione. Sono diventata un vaso pieno di un sapere non mio” [6] (scena 62 D).
Più avanti Creonte le dice: “ E’ noto a tutti in questa città che, come barbara venuta da una terra straniera, sei molto esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi: perciò non ti vogliamo tra noi”.
A queste parole Medea replica: “Invece è così povera questa mia sapienza” (scena 66).
Il culto del sole
Il sole è, come sappiamo, anche il nonno paterno di Medea ed è un personaggio, nemmeno muto, del film di Pasolini. Vediamo come ne interpreta il sorgere e il tramontare il regista nel “trattamento”: “Il sole, calando, prefigura la discesa nel Regno dei morti, e, risorgendo, prefigura la resurrezione: inoltre esso crea il ritmo temporale, e la sacralizzazione del tempo, su cui è fondato il mondo contadino, ecc. Il sole è insieme il Dio della Fecondazione e della Morte”[7].
Pasolini mostra anche la luna nel suo film (scena 96):, immediatamente di seguito al tramonto del sole “Il sole sta tramontando: il suo disco splende, molle, in fondo al dolce orizzonte lagunare, in fondo a pioppeti e vigneti. E, straordinario, dall’altra parte del cielo, sorge, azzurrino-argentea la falce sottile della luna. Il sole e la luna sono dunque congiunti, come nelle tavolette sacre, nei simboli. E’ per essi che l’uomo ha potuto crearsi il senso del tempo, coi suoi ritorni (il nascere e il tramontare; il calare e il crescere). E’ per essi che l’uomo ha potuto convincersi della resurrezione (perché ogni sole cala nel buio-nel regno dei Morti- poi rinasce. E così la luna). Tutto ciò costituisce la Scienza di Medea, che rendeva giusta e necessaria la sua presenza nel mondo. Ora essa ha smarrito questa scienza, come una bestia strappata al suo pascolo, che non si orizzonta più. Guarda il Sole, guarda la Luna” (p. 505).
Interpretazione pragmatica p. 292
La lettura pasoliniana del dramma di Euripide[8] risulta oltre tutto molto attuale in un'epoca di conflitto tra culture diverse.
In un'intervista Pasolini dichiarò di aver voluto mettere in evidenza
il contrasto tra la cultura pragmatica di Giasone e quella arcaica e ieratica di Medea:" Ho riprodotto in Medea tutti i temi dei film precedenti...Quanto alla pièce di Euripide, mi sono semplicemente limitato a qualche citazione...Medea è il confronto dell'universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l'eroe attuale (la mens momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico, ma neppure si pone ancora questioni del genere. E' il "tecnico" abulico[9], la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo...Confrontato all'altra civiltà, alla razza dello "spirito", fa scattare una tragedia spaventosa. L'intero dramma poggia su questa reciproca contrapposizione di due "culture", sull'irrudicibilità reciproca delle due civiltà...potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio[10]". Agli studenti si devono delle spiegazioni. Una si può ricavare da un altro lavoro di Pasolini, gli Scritti corsari :" L'interpretazione puramente pragmatica (senza Carità) delle azione umane deriva dunque in conclusione da questa assenza di cultura: o perlomeno da questa cultura puramente formale e pratica"[11].
Qui l'autore parla del vuoto di Carità dell'Italia degli anni Settanta. Ma riferiamolo alla Medea di Euripide. Il pragmatismo di Giasone si manifesta chiaramente quando il seduttore dichiara a Medea di avere voluto cambiare donna, prendendo la principessa di Corinto non perché odiasse la madre dei suoi figli, o perché ne volesse altri, ma per la cosa più importante: vivere bene, lui con la famiglia, o le famiglie, e senza restrizioni (wJ" , to; men; mevgiston, oijkoi''men kalw'"-kai; mh; spanizoivmeqa) sapendo con certezza che il povero ogni amico lo tiene fuori dai piedi. (vv. 559-560).
Egli insomma "dra'/ ta; sumforwvtata " (v. 876) fa quello che è più utile, come riconosce Medea, quando finge di sottomettersi beffeggiandolo. Bisogna pure chiarire che la Medea di Euripide impiega, strumentalmente, questa cultura dell'utile che la rende infelice, quando blandisce Creonte per ottenere un giorno di permanenza a Corinto onde compiere la sua terribile vendetta: credi che avrei blandito costui, chiede alla corifea, se non per guadagnarci qualcosa o per tramare? (vv. 368-369).
Si può chiamare in causa e inserire in questa categoria dell'utile anche la Poppea Sabina di Tacito: unde utilitas ostenderetur, illuc libidinem transferebat (Annales, XIII, 45), dove si presentasse l'utile, là volgeva la libidine. Si pensi a tante tra le persone che appaiono nelle trasmissioni televisive.
Per contrasto si può indicare un'altra Medea, una donna innocente e calunniata dalla spietatezza del potere, quella di Christa Wolf, una Medea che non ha ammazzato il fratello, non ha ucciso i figli[12], e non sa mentire:"Purtroppo sono sola e disperata. Perché tutto è così evidente, così facilmente divinabile. Perché non gliene importa nulla. Perché riescono a guardarmi negli occhi con faccia di bronzo mentre mentono, mentono, mentono. Non riuscire a mentire è un grave impedimento. Mi viene in mente il nostro gioco infantile, fratello, volevamo imparare a mentire. Chi di noi riusciva ad ammannire alla madre o al padre una determinata bugia in modo talmente schietto che essi ci credessero, aveva vinto. Il più delle volte venivamo mandati via tra le risate, nessuno dei due era particolarmente versato in quel gioco. Questi invece, Apsirto, sono maestri nel mentire, anche nel mentirsi. Fin dal principio mi sono meravigliata per l'ispessimento dei loro corpi. Perché non sentivo nulla, quando mettevo loro la mano sulla nuca, sul braccio, sul ventre, nessun fluire, nessuno scorrere. Nient'altro che durezza. Quanto tempo mi ci è voluto per sciogliere quella durezza, com'erano riluttanti, come si difendevano. Come si difendevano dalla compassione"[13].
La cultura ieratica e arcaica della Medea di Euripide si vede nel fatto che nonostante il tradimento di Giasone, ella continua a credere nei giuramenti e
negli déi: fa giurare Egeo sulla Terra e sul Sole, il padre di suo padre (vv. 746
747) e invoca: " w\ Zeu' Divkh te Zhno;;;" JHlivou te fw'" "(v. 764),
oh Zeus e Giustizia di Zeus e luce del Sole.
E' una delle poche battute del dramma di Euripide utilizzata, e più volte, da Pasolini nel suo film.
A proposito della diversità delle culture si può ricordare che già Franz Grillparzer nella sua Medea[14] mette in rilievo "la storia di una terribile difficoltà o impossibilità di intendersi fra civiltà diverse, un monito tragicamente attuale su come sia difficile, per uno straniero, cessare veramente di esserlo per gli altri"[15].
Federico Fellini che ha tratto un film dal Satyricon di Petronio verso la fine degli anni sessanta indica in un suo scritto la motivazione che può avere avuto per questo lavoro, un'indicazione utile per l'insegnante che deve motivare lo studente:"Potrei dire che la Roma della decadenza rassomiglia molto al nostro mondo d'oggi, con questa smania buia di godere la vita, la stessa violenza, la stessa vacanza di principi, la stessa disperazione, la stessa fatuità. Potrei dire che gli eroi del Satyricon, Encolpio e Ascilto, rassomigliano molto agli hippies, come loro ubbidiscono unicamente al proprio corpo, cercano una nuova dimensione nella droga, rifiutano i problemi. Potrei dirlo, e magari rischierei di avere ragione. Ma tutte queste spiegazioni più o meno convincenti, in fondo contano poco. L'importante è che nel fare questo film mi riscopro dentro un piacere, un fervore gioioso che temevo perduti. Mi pare di sentire che la mia voglia di fare cinema non si è esaurita"[16].
A proposito di questa connessione romanzo-cinema sentiamo ancora E. Morin:"anche il romanzo così come il cinema ci offrono ciò che è invisibile alle scienze umane. Esse occultano o dissolvono i caratteri esistenziali, soggettivi, affettivi, dell'essere umano, che vive le sue passioni, i suoi amori, i suoi odii, i suoi coinvolgimenti, i suoi deliri, le sue gioie, le sue infelicità, con fortuna, sfortuna, imbrogli, tradimenti, casi, destino, fatalità. Sono il romanzo e il cinema a farci vedere la relazione dell'essere umano con gli altri, con la società, con il mondo…E il miracolo di un grande romanzo, come di un grande film, è che immergendosi nella singolarità dei destini, localizzati nel tempo e nello spazio, rivela l'universalità della condizione umana.
Così, il ritratto di un uomo di mondo, nel ristretto perimetro del quartiere Saint-Germain, diviene, nel romanzo À la recherche du temps perdu, un microcosmo della profondità della condizione umana…La complessità delle relazioni del soggetto con gli altri, le instabilità dell' "io" sono state mostrate con forza da Dostoevskij"[17].
Attraverso questi autori, sui quali torneremo più volte, l'adolescente acquista strumenti per scandagliare le profondità della sua anima:"Scuola della scoperta di sé, in cui l'adolescente può riconoscere la sua vita soggettiva attraverso quella dei personaggi di romanzi o di film…E' spesso caratteristico di queste opere…ciò che con parole straordinarie Eraclito dice della Pizia di Delfi:"Non afferma, non nasconde, ma suggerisce". Com'è bello favorire tali scoperte!"[18].
Se si fa questa citazione, anche in un ginnasio, è possibile ed è meglio usare direttamente il testo greco:"oJ a[nax, ou| to; mantei'ovn ejsti to; ejn Delfoi'" , ou[te levgei ou[te kruvptei ajlla; shmaivnei", il signore di cui c'è l'oracolo a Delfi, non dice e non nasconde ma significa. Partendo da questo shmaivnei eracliteo si può aprire un discorso sulla "dimensione infinita della significazione"[19] con riguardo agli innumerevoli echi e ai rinvii che un testo può suscitare. Del resto, per quanto riguarda la scoperta di sé, c'è un altro frammento di Eraclito più calzante:" ejdizhsavmhn ejmewutovn" (126 D.), ho indagato me stesso.
Nel film di Pasolini appare prima il centauro, quale educatore di Giasone bambino, poi lo stesso attore appare come “un uomo, un semplice uomo, che ha perso le sue forme favolose. Questo fatale approdo alla razionalità e al realismo, implica una svolta rispetto all’educazione data dal Centauro bimembre al giovane Giasone che comincia a razionalizzare e a sconsacrare quindi, tutto ciò che aveva dato prima come ontologico e sacro”[20].
Ancora Pasolini: “La parte “negativa” del razionalismo del Centauro è compiuta: gli dei sono fole, i culti follie, ecc. E’ solo la civiltà agricola che li ha inventati ecc. Adesso occorre sostituire qualcosa alla metafisica; questo qualcosa è il successo terreno. Il successo si ottiene attraverso lo scetticismo e la tecnica.
Il Centauro ha subìto una ulteriore trasformazione in tecnico: le sue case sono diventate una officina, in cui ai suoi ordini lavorano gli operai. Sono pronte le armi. Giasone, prima di tutto, dovrà riconquistare il suo posto di Re, che gli spetta di diritto: è la sua prima conquista mondana”[21].
Il mitico Centauro, una volta desacralizzato, è assimilabile a Prometeo, il Titano che rivendica l’invenzione delle tecniche: “ tutte le tecniche ai mortali derivano da Prometeo” (v. 507).
Le tecniche tendono a uno scopo pratico e non allargano la conoscenza del mondo: la tecnica “funziona” ma non svela la verità, come nota Galimberti[22].
Lo stesso Prometeo di Eschilo denuncia il limite teoretico delle tecniche: ammette di avere tolto agli uomini la capacità di prevedere il destino (v. 248) e riconosce di avere infuso in loro cieche speranze (v. 250).
i Calcoli di Giasone.
I calcoli sbagliati di Giasone vengono rilevati dal secondo Chirone (quello non bimembre) che dalla scena 11 sostituisce il Centauro del quale dice: “Esso non parla, naturalmente, perché la sua logica è così diversa dalla nostra, che non si potrebbe intendere…Ma posso parlare io, per lui. E’ sotto il suo segno che tu-al di fuori dei tuoi calcoli e della tua interpretazione-in realtà ami Medea”.
Giasone ribatte: “Io amo Medea?
E Chirone: “Sì. E inoltre hai pietà di lei, e comprendi la sua…catastrofe spirituale, il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto…la poverina ha avuto una conversione alla rovescia, e non si è più ripresa…[23]”
Questo è discutibile a parer mio.
.
Medea vive un conflitto interiore lancinante: ella infatti continua ad amare i suoi bambini. Tuttavia d’altra parte “deve” ucciderli. Pasolini nel suo film mette in evidenza il lato buono della madre mostrando Medea mentre si prende cura dei figli lavandoli amorevolmente.
Pasolini nel trattamento del suo film assegna alla Callas un “sorriso che è come una piaga che le taglia a metà il volto”
katovptrw/ (1161): Pasolini nel suo film mostra il volto della ragazza fidanzata di Giasone riflesso da uno specchio che lo deforma dopo che ha preso i doni letali mandati da Medea: “Si fissa. Si siede. Si guarda a lungo. Poi i suoi occhi si perdono altrove, nel vuoto. Qualcosa di orribile sta succedendo. Ha il pallore della nevrosi-della ragazza che ha fatto della vita un nodo atroce di colpe e di doveri, a cui non sa far fronte. Uno sgomento infantile, invincibile le appanna gli occhi, la segna con precoci occhiaie”[24].
Pasolini evidenzia il conflitto interiore di Medea mostrando la madre che lava e culla i figli con amore prima di ucciderli: “Ora Medea prende il bambino più piccolo in braccio, e si siede su una sedia, dal lungo schienale basso: il bambino è quasi disteso sopra di lei, come un uomo nell’atto di fare l’amore. Medea lo culla. Per terra, accanto alla sedia, si vede brillare un coltello…Con lo stesso ritmo pacato e quasi soave, Medea prepara così anche il secondo figlio ad andare a letto; lo sveste, prende bianchi lini, lo lava nella tinozza…I gesti, i lievi rumori della madre che prepara il figlio ad andare a dormire, hanno una lievità e un mistero quasi religiosi: la religione della vita di ogni giorno, quando qualche Dio, anche terribile, la benedice. Ora la madre riveste lentamente, come una cerimonia, il figlio più grande di un candido lino, e, come ha fatto col fratellino più piccolo, se lo prende sul grembo, si distende sulla lunga, massiccia sede di legno; ed egli sta sopra di lei, come un uomo che fa l’amore, innocente e affettuoso”[25].
Nell'ultima scena (97) del film di Pasolini Giasone, di fronte alla catastrofe finale dice alla madre dei loro figli assassinati: "Che cosa hai fatto, che cosa hai fatto? Ora, non soffri anche tu come me?"
E Medea risponde: "Pur che tu non rida, io voglio soffrire"[26].
La fine del mito viene messa in rilievo da Pasolini nella dodicesima scena del film dove si vede un Chirone, non più Centauro e non più mitico, bensì in figura di uomo razionale.
Egli parla a Giasone, oramai adulto, e gli dice che dovrà andare in cerca del vello d’oro, in un paese antico, dove il mito è ancora vivo: " per l'uomo antico i miti ed i rituali sono esperienze concrete, che lo comprendono anche nel suo esistere corporale e quotidiano". Il giovane allievo dovrà andare a prendere il vello d'oro “in un paese lontano al di là del mare. Qui farai esperienze di un mondo che è ben lontano dall’uso della nostra ragione, la sua vita è molto realistica come vedrai perché solo chi è mitico è realistico e solo chi è realistico è mitico”[27].
"Il mio parere preciso, su questo punto, è che è realista solo chi crede nel mito, e viceversa. Il "mitico" non è che l'altra faccia del realismo"[28].
Nel film di Pasolini “Medea, sul carro da corsa, uccide Apsirto, ne fa a pezzi il corpo, e getta a uno a uno (per prima la testa) i pezzi smembrati nella polvere”[29].
Nell’atroce film Medea di Lars von Trier (Danimarca, 1988), il secondo bambino ucciso, il più grande, dice alla madre: “io so quello che deve succedere”. La Necessità.
Quindi rincorre il fratello più piccolo che cerca di fuggire, aiuta Medea a impiccarlo, poi si impicca da solo, con l’aiuto dalla mamma che lo tira verso il basso mentre lo abbraccia, e geme come se avesse un orgasmo.
Infine si inginocchia davanti al bambino impiccato.
Il letto è la vita: “La mia vita è vuota come questo letto” dice una desolata Medea.
Giasone: lo Stato è una nave e Creonte il suo capitano. Io sono il nocchiero.
Medea: “E’ meglio sanguinare dietro lo scudo che partorire i figli dell’uomo” (cfr. v. 251)
“Nella Medea di Euripide si sottolinea l’infelicità della condizione femminile: nel matrimonio tutti i vantaggi sono per l’uomo, e Medea proclama che “è cento volte meglio imbracciare lo scudo che partorire una volta sola”. E’ tutta una rivendicazione, è anche un problema di emancipazione della donna. In questo mi pare che Euripide ribalti Eschilo, che vedeva come generatore solo il padre mentre Euripide sottolinea ed esalta il ruolo- e la difficoltà, la sofferenza, il valore- della madre”[30].
Nella Medea di Euripide leggiamo tre versi: “Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli/ in casa, mentre loro combattono con la lancia,/ pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo/ preferirei stare che partorire una volta sola- wJ~ tri;~ par j ajspivda- sth`nai qevloim j a]n ma`llon h] tekei`n a{pax-. (vv. 248- 251).
Cfr. Ennio (239-169 a. C.) il quale fa dire alla sua Medea exul :"nam ter sub armis malim vitam cernere/quam semel parere, infatti preferirei decidere la vita sotto le armi tre volte che partorire una volta sola
Giasone: “Se solo gli uomini potessero avere i figli senza l’aiuto delle donne!”
Sentiamo Giasone in questa tragedia :"Crh'n ga;r a[lloqevn poqen brotou;"-pai'da" teknou'sqai, qh'lu d j oujk ei\nai gevno": -cou{tw" a]n oujk h\n oujde;n ajnqrwvpoi" kakovn" (Medea, vv. 573-575), bisognerebbe in effetti che gli uomini da qualche altro luogo/generassero i figli e che la razza delle femmine non esistesse:/e così non esisterebbe nessun male per gli uomini.
Medea bacia il ginocchio del bambino piccolo che si è fatto male
Giasone dopo averla baciata la schiaffeggia e le grida puttana!
Medea gli risponde: “hai pagato con il tuo corpo!”.
La corona nuziale, regalo di Medea alla sposa, graffia e fa morire anche un cavallo.
Conclusione del film
Medea cammina in un deserto ventoso, sabbioso e nebbioso.
Muoiono la ragazza corinzia e suo padre Creonte.
Medea sale sulla nave di Egeo. Si toglie la cuffia e le si sciolgono al vento i capelli rossi. Il vento scuote l’erba e i capelli di Medea.
Giasone si abbatte come fulminato e rimane steso con la spada in mano.
Bologna 5 novembre 2026 ore 18, 19 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] P. P. Pasolini, Dialoghi definitivi di “Medea”, scena 7. In op. cit., p. 544 e p. 545.
[2] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, Dialoghi definitivi di “Medea”, scena 20., p. 546.
[3] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 507.
[4] Op. cit., p. 557
[5] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 497.
[6] Op. cit., p. 552.
[7] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 483.
trattamento
[8] Per quello di Sofocle cfr. il mio Edipo re, Loffredo, Napoli, 1998.
[9] Questo aggettivo si addice piuttosto, come vedremo, al Giasone delle Argonautiche di Apollonio Rodio.
[10]J. Duflot, Pier Paolo Pasolini. Il sogno del centauro, Roma 1983, in Naldini, Pasolini, una vita , Einaudi, Torino 1989.
[11] P.P. Pasolini, Scritti corsari, p. 49.
[12] Si legge nella Periegesi della Grecia (II, 3, 6) di Pausania Periegeta ( ca. 100-180 d. C.) la versione secondo la quale i figli di Medea, Mermero e Fere, sarebbero stati linciati dai Corinzi poiché avevano portato a Glauce, figlia del re Creonte e nuova moglie di Giasone, i doni della madre che avevano causato il suicidio della principessa greca.
[13] C. Wolf, Medea, p. 106.
[14] Che compone e conclude la trilogia Il vello d'oro con L'ospite e Gli argonauti del 1821.
[15]C. Magris in Euripide, Grillparzer, Alvaro, Medea Variazioni sul mito a cura di M. G. Ciani, p. 17.
[16] F. Fellini, Fare un film , p. 105.
[17] La testa ben fatta, p. 41.
[18] E. Morin, La testa ben fatta, p. 47.
[19] F. Frasnedi, op. cit., p. 29.
[20] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 483.
[21] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 484.
[22] U. Galimberti, L’ospite inquietante. Il nichilismo e i giovani, p. 21. Si veda a questo proposito U. Galimberti, Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano, 1999.
[23] Op. cit., pp. 550-551.
[24] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 534
[25] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 537.
[26] Op. cit., p. 559.
[27] P. P. Pasolini, Medea in Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, p. 545-
[28] Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, p. 1463.
[29] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, “visioni della Medea” di P. P. Pasolini (trattamento), p. 501.
[30] Da un’intervista a Claudio Magris compresa in Madri, a cura del Centro Studi La permanenza del Classico, pp. 225-226.
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