giovedì 16 giugno 2016

"Il tramonto di Padre Polemos" di Massimo Cacciari


Senza la guerra
Massimo Cacciari Il tramonto di Padre Polemos.
Lucio Caracciolo L’eredità geopolitica della Grande guerra.
Ernessto Galli della Loggia La coscienza europea e le guerre del Novecento.
Elisabetta Rasy Uomini e donne: metamorfosi della guerra nello specchio della letteratura.
Il Mulino, Bologna, 2016

Sto leggendo con interesse Il tramonto di Padre Polemos di Massimo Cacciari.
Voglio trasmettere ai lettori del mio blog almeno parte dell’incremento conoscitivo che ne ricavo
La prima parte del saggio si fonda sulla profonda conoscenza di Eraclito posseduta dall’autore che ritiene necessario “ritornare a pensare i termini fondamentali del problema” (p. 87).
Infatti senza fondamento si cade nell’abisso e oggi nessun Sovrano o legislatore sembra in grado di definire la guerra “in qualche forma giuridico-politica”.
Cacciari dunque trae fuori  dal suo “eterno passato” la parola iniziale di un frammento di Eraclito (DK53) che cito per intero e traduco:
povlemo" pavntwn me;n pathvr ejsti, pavntwn de; basileuv", kai; tou;" me;n qeou;" e[deixe tou;" de; ajnqrwvpou", tou;" men douvlou" ejpoivhse tou;" de ejleuqevrou", il conflitto è padre di tutte le cose, di tutte è sovrano, e  alcuni ha rivelato dèi, altri uomini, alcuni ha reso schiavi, altri invece liberi.

  Vediamo ora la traduzione e il  commento alle parole di Eraclito del filosofo veneziano che associa a questo frammento il DK 80
“Polemos (il Colli non lo traduce; Diano: il conflitto; Marcovich :guerra) è padre di tutte le cose, di tutte è re, e gli uni édeixe (valore gnomico: ha mostrato e sempre mostra) dèi, e gli altri uomini, gli uni epoíese (come prima èdeixe: ha fatto e fa) schiavi gli altri liberi” (Eraclito, DK53)
Frammento da leggersi insieme a DK 80, che giustamente, a mio avviso, Diano colloca di seguito a quello appena citato: “è necessario (chré) sapere che Polemos è xynón, e che díken (è) érin (o  éris è díke) e tutte le cose ginómena secondo éris e chreón , necessità”.

Riporto il frammento in caratteri greci e lo traduco per chi non conoscesse la lingua di Eraclito: “eijdevnai de; crh; to;n povlemon ejovnta xunovn, kai; divkhn e[rin, kai; ginovmena pavnta kat j e[rin kai; crewvn”, è necessario sapere che il conflitto è comune a tutti, e giustizia (è) contesa, e che tutto accade secondo contesa e necessità.

Ora torniamo a  Cacciari
“Polemos non “sostituisce” Zeus, ma stabilisce un Principio a tutti gli essenti comune, un Principio cui tutti per necessità obbediscono, anche se non lo sanno, quel Principio che parla nel Logos stesso di Eraclito” (p. 88).

Per quanto riguarda la parola xunovn, mi viene in mente che il poeta di elegie guerresche Tirteo  (seconda metà del VII secolo a. C.) la associa all’aggettivo sostantivato ejsqlovn (bene)
 Traduco alcuni versi (15-20) del fr. 9D
“Questo è un bene comune (xuno;n d j ejsqlovn) per la città e per il popolo intero:/
quell'uomo che a gambe divaricate resista in prima fila
senza tregua, e della turpe fuga si è del tutto scordato
offrendo la vita e l'animo coraggioso,
e incoraggi con parole l'uomo vicino standogli accanto;
questo è il prode in guerra”.
Nei Sette a Tebe di Eschilo c’è l’identificazione di xunovn senza altro con il bene comune: Eteocle il difensore di Tebe dagli assalitori argivi prega gli dèi di salvare la città, di non lasciarla asservire dai nemici, quindi conclude: “xuna; d’ ejlpivzw levgein” (v. 76), spero di parlare per il bene comune.

Torniamo a Cacciari: “Tale Principio è pater, cioè potens, solo esso ha patria potestas effettiva. La sua potenza, cioè, non si manifesta distruggendo, ma ponendo: essa costituisce gli uni come dèi, gli altri come uomini; essa rende gli uni schiavi, gli altri liberi. Il Principio è padre poiché genera (ma in senso infinitamente superiore al semplice genitor); da esso sorgono e divengono (ginómena) tutti gli essenti nel loro differire, dalla sua unità i molti nel loro opporsi. Il Principio-Polemos genera distinguendo, ovvero tutti accomuna proprio nel costituirli come differenti (…) allora díke e éris debbono formare un’opposizione inscindibile, tutto deve accadere secondo il “ritmo” formate da entrambe” (p. 89).

Tale ritmo di contrari che in un altro frammento di Eraclito (8 DK) concorrono a formare una bellissima armonia, è indicato da Archiloco (fr. 67 a D.) quale giro della ruota sulla quale circola la vita degli uomini. Eraclito ha esteso tale rJusmov"  dal microcosmo psicologico all’eterno macrocosmo.
Leggiamo le parole del poeta di Paro (VII sec. a. C.)  
“animo, animo sconvolto da affanni senza rimedio
sorgi e difenditi dai malevoli, contrapponendo
il petto di fronte, piantandoti vicino agli agguati dei nemici
con sicurezza: e quando vinci, non gloriartene davanti a tutti,
 e, vinto, non gemere buttandoti a terra in casa.
 Ma nelle gioie gioisci e nei dolori affliggiti
non troppo: riconosci quale ritmo governa gli uomini. (mh; livhn: givgnwske d j oi|o~ rJusmo;~ ajnqrwvpou~ e[cei).

“Polemos pone gli opposti e tra gli opposti deve esservi contesa , éris; questa  contesa è giusta, ovvero è necessario sia affinché ogni essente si manifesti secondo la propria identità, secondo se stesso”.
“Diventa quello che sei”[1] è uno dei vertici del pensiero educativo di Pindaro (VI-V sec.). Forse questo è il compito più alto e difficile per ciascuno di noi.
“Dike e Eris sono contenuti insieme (cum) nell’abito dello Xynón che è Polemos” (p. 89).
 Si può pensare all’Eris buona di Esiodo[2].
“La guerra individua, fa emergere il carattere-demone[3] di un individuo contra l’altro, entrambi nel loro opporsi manifestano questo comune: il porsi, cioè, di ciascuno come se stesso nella differenza dall’altro. Eris, dissidio e contesa, è la forza che fa apparire gli essenti nella loro specifica individualità, dissidenti l’un l’altro, e tuttavia comuni proprio in tale contendere”  (p. 90).

E’ il principium individuationis, l’apollineo che, come nella tragedia greca, si associa al dionisiaco, magari dopo un’aspra lotta.
Nelle Baccanti di Euripide, Tiresia prevede l’epifania di Dioniso sulle rupi che sovrastano il santuario di Apollo.

 “Un giorno lo vedrai anche sulle rupi Delfiche                                                      
saltare con le fiaccole sull’altopiano a due cime
agitando e scagliando il bacchico ramo,
grande per l’Ellade. Via Penteo, da’ retta a me:
non presumere che il potere abbia potenza sugli uomini,
e non credere, se tu hai un’opinione, ma è un’opinione malata,
di capire qualcosa; invece accogli il dio nella nostra terra
e fai libagioni e baccheggia e incoronati la testa (vv. 306-313).
   
“Costituendoli tutti, facendoli tutti sorgere-apparire, Polemos li pone necessariamente anche in op-posizione. L’opporsi è il tratto costitutivo dell’apparire degli essenti; Dike così “dètta”, questo ordine cosmico impone, secondo necessità.  L’ordine degli essenti, che si pongono-oppongono come giorno e notte, inverno e estate, guerra e pace, sazietà e fame, uomini e dèi, servi e liberi, manifesta il Logos di Polemos, che agli uomini axýnetoi (DK1), incapaci di intendero lo Xynón,, il Comune, continua a risonare estraneo. Tutti gli essenti che, esistendo, di necessità si oppongono, stanno nel concatenarsi di  tale Comune, e cioè nella Armonia, ovvero nella Connessione”.

Sull’Armonia cito un altro frammento di Eraclito
to; antivxoun sumfevron kai; ejk tw`n diaferovntwn kallivsthn aJrmonian” (8DK) l’opposto conviene e dai discordi bellissima armonia. 
“Dissidio armonico-armonizzato, come appunto quello delle diverse corde della lira, o del nome dell’arco (biós) che significa morte e vita.


giovanni ghiselli




[1] gevnoio oi|o~ ejssiv" Pitica II  v. 72.
[2] Nelle Opere e  giorni  Esiodo distingue due diversi tipi di  [Eri": quella cattiva che fa crescere la guerra malvagia e la lotta (v. 14) e l'altra che, generata prima della sorella dalla Notte, Zeus pose alle radici della terra (v. 19), cioè alla base del progresso umano, e questa suole svegliare al lavoro anche l'ozioso. Allora il vasaio gareggia con il vasaio, l'artigiano con l'artigiano, il mendico con il mendico e l'aedo con l'aedo (vv. 24-26).
[3] Cfr. h\qo" ajnqrwvpw/ daivmwn  (119DK)

mercoledì 15 giugno 2016

l"'Elettra" di Sofocle rappresentata male a Siracusa. Appendice

Pasolini per il cinema. Mondadori, I Meridiani, Milano 2001

Perché quella di Edipo è una storia, pp. 1055-1059. (anno 1967)
“Anch’io, come Moravia e Bertolucci, sono un borghese, anzi un piccolo-borghese, una merda, convinto che la sua puzza sia non solo profumo, ma l’unico possibile profumo del mondo. Anch’io sono dotato quindi delle connotazioni dell’estetismo e dell’uomorismo, le connotazioni tipiche dell’intellettuale piccolo-borghese” p.1055
p.1056 La Sfinge è stata dissacrata in una sorta di “comicità sorridente” attraverso gli occhi di Angelo che la guardava.  “Noi nasciamo da Cervantes e dall’Ariosto (e dal Manzoni)”. Eppure “La tragicità c’è a dispetto di tutto, perché la ragione più profonda sia dell’estetismo che dell’umorismo, è il terrore della morte”. p. 1057 Quando “Edipo va a perdersi nel covo verde di pioppi e acque dove è stato allattato… più che Freud è l’ Edipo a Colono a suggerire una simile idea… Quanto a Freud è inserito nel film come potrebbe inserirlo un dilettante…Freud trionfa invece nell’episodio della Sfinge”
Interviste e dibattiti sul cinema  “Cahiers du Cinéma”, n. 195, settembre 1967.

Edipo re pp. 2918-2930
p.2918 Pasolini dice di essere “più vicino al mito edipico - l’amore del figlio per la madre, l’odio per il padre”
p.2919 Edipo è stato girato in Marocco, con difficoltà di regia e finanziarie. Ha scritto prima il soggetto di Teorema “un film dove l’incesto è moltiplicato per cinque, e si trova mescolato all’idea di Dio, perché la persona con la quale i cinque membri della famiglia commettono incesto è proprio Dio: questi temi del divino e dell’incesto, che si trovano al centro di Teorema, hanno dato vita a Edipo, che si è imposto alla mia immaginazione, e al quale ho dato priorità”
“Lo stimolo era lo svolgimento marxista-freudiano del tema di Edipo”.
Il film si colloca su quattro piani
“La prima parte è quella dei ricordi d’infanzia… p.2920 poi c’è la parte fantasmagorica, che chiamo allucinatoria e che mi sembra la migliore. E’ totalmente inventata…non ho voluto ricostruire nulla dal punto di vista archeologico o filologico…ho inventato tutto: per me, è la parte più “ispirata” del film. Poi viene la terza parte, che non è né più né meno che l’Edipo di Sofocle…volevo fare quello che Godard nella Chinoise chiama “terzo movimento” del film”.
La quarta parte è la sublimazione “qui mi sono servito di elementi presi dall’ Edipo a Colono. p.2921 “Come sceneggiatore (e questo forse è un mio difetto) non conosco mai esitazioni. Come regista, quando giro, e soprattutto in fase di montaggio, ho inquietudini senza fine, ma, come sceneggiatore, mai…si tratta in effetti di voracità più che di ispirazione”
In rapporto a Sofocle “ho operato delle riduzioni, ma non dei cambiamenti significativi… nel finale ho eliminato l’intrusione delle figlie… le figlie non corrispondono al mio Edipo, neanche Antigone. Si tratta di un’esclusione, in rapporto al testo, piuttosto che di una modifica”

La Sfinge 
La Sfinge non parla nel testo di Sofocle “Se ne parla soltanto”
p.2921 Pasolini ha fatto “della Sfinge l’inconscio di Edipo: Edipo può fare l’amore con sua madre soltanto a condizione di respingere la Sfinge nell’abisso, cioè nel proprio inconscio”
In Romania ha scoperto canti popolari che ha sostituito al Coro do Sofocle… sono dei veri canti, popolari, realistici, di un popolo che si curva sotto un fardello: un’epidemia di peste o un regime tirannico; sono, ripeto, p.2923 una forma di equivalenza del Coro che, evidentemente, non potevo utilizzare tale e quale nel film.
Ha scelto Franco Citti. “Certi critici mi rimproverano di non avere fatto di Edipo un eroe intellettuale: ma è proprio questo che volevo, e che Franco non poteva essere. Perché un intellettuale, per sua natura, sa già, invece Edipo non conosce la verità, e la scopre solo poco a poco… E’ la storia di un uomo destinato all’azione, a fare delle cose, non a conoscerle e capirle. Ho quindi scelto un innocente, un uomo semplice”.
p.2924 Edipo dunque “è un uomo semplice destinato ad agire e non a comprendere… Giocasta è completamente diversa: è un mistero puro….In Giocasta ho rappresentato mia madre, proiettata nel mito, e una madre non muta: come una medusa, forse cambia, ma non evolve mai. Da qui l’aspetto di fantasma che lei ha notato”.
“Avevo bisogno di realizzare, all’interno del film, una sorta di desacralizzazione quasi umoristica…per evitare il ridicolo”
Gli attori sono serviti a questo scopo: “è per questo che ho scelto Ninetto nel ruolo di messaggero. E’ lui che guarda la Sfinge, e il suo sguardo basta a desacralizzarla: senza il suo sguardo, la Sfinge sarebbe stata, sia estetizzante, sia semplicemente velleitaria. Lo stesso vale per Carmelo Bene: dà vita a un Creonte ambiguo, con un sovrappiù quasi comico”. p.2925
Per Tiresia P. avrebbe voluto Orson Welles ma non è stato possibile. Lo fa Julian Beck “più irrazionale, poetico, profetico nel senso più misterioso della parola. Ha fatto cadere il moralismo del personaggio a vantaggio del suo profetismo”.
Il film è ambiguo: “un miscuglio inestricabile di abbandono totale alla forza del mito , e nello stesso tempo una grande resistenza contro di esso”
p.2928 La parte moderna è mostrata come un sogno “con gli obiettivi deformanti”
La parte antica invece della voce esterna che rivela i pensieri dei personaggi, ha dei sottotitoli “procedimento del cinema muto”.
I costumi sono arbitrari e preistorici. Certi costumi “arrivano direttamente dall’Africa nera. Questo perché la preistoria, praticamente, è stata la stessa dappertutto”
p.2929 “ho potuto girare in Marocco una scena prevista in studio: l’incontro del vecchio servo che doveva ammazzare Edipo bambino. La campagna marocchina ha salvato la scena”
In studio si è arbitrari e inventivi.
P. ha interpretato il ruolo del Gran Sacerdote del Prologo
Perché "questa frase è la prima del testo di Sofocle così comincia la tragedia), e mi piaceva introdurre io stesso, in qualità di autore, Sofocle all’interno del film” p.2930
Il sentimento della morte è più forte nella parte moderna che in quella antica “perché la parte antica è un’angoscia vitale, non un’angoscia di morte. Anche quando si vede la peste, non è la morte che si vede, ma il suo aspetto orribile ed esteriore. La tragedia affronta i temi della vita mentre le immagini dell’infanzia sono già tutte impregnate della morte, con la quale il film finisce realmente”