giovedì 5 settembre 2013

Eros e Paideia

Al teatro di Epidauro con alcuni miei ex studenti,
oggi quarantenni: un'amicizia nata a scuola,
che prosegue nei nostri viaggi in bici


Ho insegnato dal 1975 al 2010 nei licei classici di Bologna e mi sento in dovere, quasi in obbligo di intervenire sul caso di professore di Saluzzo tenuto agli arresti domiciliari per avere avuto rapporti sessuali con due allieve.
Entro subito in medias res e, invece di spargere fumo o soffriggere aria già fritta come stanno facendo molti che sull’argomento biascicano luoghi comuni, cercherò di chiarire le idee, prima di tutto le mie, sull’argomento.
Dunque ad eventum festīno, mi affretto ad anticipare la conclusione che è: non è elegante, non è erotico, non è lecito fare sesso con persone sulle quali si esercita del potere. Non quello di una promozione, e nemmeno quello dei soldi. Chiunque vada a letto con una donna o con un uomo pagando la prestazione in termini di denaro o di carriera, non è una persona erotica ma un individuo che mercifica il sesso. Se l’oggetto sessuale poi è una o un minorenne, la circostanza è parecchio aggravante. Se è un minorenne affidato all’educazione di un maggiorenne che se ne approfitta per soddisfare le sue voglie, l’aggravante, giuridica e morale, è doppia. Su questo siamo d’accordo più o meno tutti.
Non mi si venga però a dire che il docente non debba avere niente di bello, non debba possedere alcuna forma di fascino, o, se ce l’ha, che debba tenerlo nascosto, che non debba fare niente per piacere al discente, che nell’insegnare non possa mettere il meglio di se stesso, che debba insomma celare il suo carisma sotto uno straccio unto e bisunto, con una maschera inespressiva, con parole insignificanti. Ma siamo matti? La bellezza, la simpatia sprigionate da un uomo o da una donna sarebbero cose cattive, di cui vergognarsi? Si vergognino e si nascondano quelli che non sanno nemmeno che cosa è la kalokajgaqiva.
I maestri, i professori, con i genitori contribuiscono a costruire i nostri modelli, o contromodelli, fondanti per tutta la vita, e devono dare esempi. Questi, se sono efficaci, colpiscono la sfera emotiva che, toccata, sprigiona energia. Credo che tante esistenze di ragazzi che si sono ammazzati o sono naufragati nella droga, nell’alcol, nella bulimia o nell’anoressia, si sarebbero potute salvare grazie a bravi maestri capaci di dare esempi salvifici.
Allora, come deve essere il maestro bravo?
Prima di tutto preparato, molto ben preparato nella disciplina che insegna. Se è ancora troppo giovane per possedere la materia, per averne un’ampia visione d’insieme, deve dare l’esempio ai suoi discepoli studiando con impegno diurno e impegno notturno i testi sui quali sceglie di fare lezione. Quando cominciai a insegnare greco e latino in una terza liceo classico del Rambaldi di Imola nell’autunno del 1975, dopo cinque anni di insegnamento di altre materie alle scuole medie, e un altro anno in un isituto professionale, gli allievi più bravi di quel liceo classico di provincia, conoscevano le letterature antiche meglio di me. Quando feci le prime lezioni, ignaro anche di un metodo di insegnamento, alcuni leggevano il giornale. Io traducevo l’Edipo re di Sofocle e snocciolavo i paradigmi verbali, poiché non sapevo fare altro. Loro, giustamente, leggevano il giornale. Mi sentivo umiliato e mi ammazzai di studio per cambiare la situazione. Avevo trent’anni ma rinunciai per tanto tempo a ogni attività che non fosse lo studio.
Quei ragazzi si accorsero presto che ce la mettevo tutta, che studiavo in continuazione, con abnegazione totale, e cominciarono ad ascoltarmi, se non altro per simpatia, o per compassione. Un poco alla volta, a mano a mano che la mia competenza aumentava, l’attenzione crebbe, e alla fine dell’anno scolastico prendevano appunti dalle mie lezioni.
In maggio, ricordo, ero stremato di studio ma avevo acquistato la loro attenzione, la loro stima e il rispetto di me stesso. “Ce l’ho fatta - mi dissi con le lacrime agli occhi l’ultimo giorno di scuola - ce l’ho fatta!”
Da allora non ho più smesso di studiare per gran parte del giorno, tutti i giorni più o meno. Avevo trovato la mia identità di studioso e di educatore.
Sono grato a quelle ragazze e a quei ragazzi. Ci siamo educati a vicenda. Ne ricordo alcuni nomi: Gioiellieri, Mezzetti, la Pedrini, l’Antonellini. Grazie a loro, ero diventato uno dei professori bravi, da ascoltare. All’epoca ce ne erano altri nella scuola italiana .
Che cosa voglio dire? Che molti, troppi insegnanti oggi sono poco preparati, o distratti, e un docente serio, capace, appassionato del suo lavoro, aperto al dialogo, è un prodigio che suscita amore nei suoi allievi. E non può che contraccambiarlo.
Socrate era libertino: da Liside a Fedro, i suoi amori per i ragazzi sono stati innumerevoli. Anzi, chi ama i ragazzi, non può che amare tutti i ragazzi (ed è questa, appunto, la ragione della sua vocazione pedagogica”, ha scritto Pasolini nei suoi Scritti corsari (p. 258)
Certo, non deve portarseli a letto.

Digressione sul Socrate di Platone.
Socrate non era libertino, anzi raccomandava di tenere a freno il cavallo nero che rappresenta l’istinto, la parte concupiscibile (ejpiqumhtikovn1) dell’anima, di mantenerla sotto il controllo dello qumoeidev~, la parte irascibile alleata con la razionalità il logistikovn, l’auriga che deve guidare il carro2.
Nell'ultima parte del Simposio di Platone, arriva Alcibiade che fa un panegirico di Socrate (212 c 4-222 b 7). Il giovane mette l’accento sulla capacità deduttiva di Socrate: lo paragona ai Sileni esposti nelle botteghe, sia per l'aspetto, sia per il fatto che all'interno contengono l'immagine del dio; inoltre lo assimila a Marsia: come il satiro incantava con i flauti, così Socrate, l'uomo erotico, affascina con le nude parole. Queste del resto avevano messo il dandy sotto accusa: mi costringono ad ammettere, confessa Alcibaide, che, pur avendo molte mancanze, trascuro me stesso e mi occupo invece delle cose degli Ateniesi (ejmautou' me;n ajmelw', ta; d' JAqhnaivwn pravttw, 216 a). Perciò fuggo da lui, come dalle Sirene, con le orecchie turate. Socrate non si cura né della bellezza del corpo né della ricchezza. Alcibiade che era un uomo di successo, bellissimo e molto corteggiato cercò di sedurre Socrate senza riuscirvi. Lo invitò a cena proprio come un amante che insidia l'amato. La prima volta la preda presunta andò via subito dopo avere cenato, ma la seconda rimase a riposare in un letto vicino a quello del corteggiatore il quale era stato colpito e morso dai suoi discorsi di filosofia che si attaccano più selvaggiamente di una vipera (oi} e[contai ejcivdnh" ajgriwvteron, 218 a). Alcibiade dunque offrì con garbo i suoi favori a Socrate il quale rispose com'è sua abitudine mavla eijrwnikw'" , molto ironicamente che lo scambio propostogli era troppo impari :" tu infatti-disse-cerchi di procurarti, invece dell'apparenza, la verità del bello e davvero pensi di scambiare armi d'oro con quelle di bronzo3 (218 e). Sicchè Socrate, disprezzò, derise e oltraggiò la bellezza dell'uomo più avvenente e corteggiato di Atene. Alcibiade continuò ad ammirarlo lo stesso per le sue qualità e capacità straordinarie: l'uomo davvero demoniaco e meraviglioso era più invulnerabile alla ricchezza che Aiace alla spada, aveva una straordinaria capacità di sopportare fame, freddo e fatiche, ma sapeva anche godere fino in fondo nelle feste e poteva bere senza ubriacarsi.

Due parole sul Socrate di NietzscheNemmeno il Socrate di Nietzsche era un libertino: in Ecce homo4 il filosofo ne rivendica al suo pensiero due “ innovazioni decisive: intanto la comprensione del fenomeno dionisiaco fra i Greci-il libro ne dà la prima psicologia, vedendo in esso la radice una di tutta l’arte greca. L’altra è la comprensione del socratismo: Socrate come strumento della disgregazione greca, riconosciuto per la prima volta come tipico décadent. “Razionalità” contro istinto. La “razionalità” a ogni costo come violenza pericolosa che mina la vita!”5.
L’ amore dunque non comporta sempre l’atto sessuale. Amare una persona significa potenziarne la vita. Lo studio, l’apprendimento è uno dei principali fattori di accrescimento della nostra vita, pur -troppo beve.
Sono dell’idea che se il professore non piace, non riesce simpatico, non entra in sintonia di sentimenti con i suoi allievi, non suscita la loro ammirazione, questi non apprendono bene quanto lui insegna.
Quindi, essere preparato è necessario ma non sufficiente.
Tutto il comportamento, perfino l’aspetto dell’insegnante è emblematico per il ragazzo che scruta le mosse, la postura del corpo, il colorito, l’abbigliamento del professore e ci riflette, e ne parla, e lo ricorda per tutta la vita. Frequento la scuola dal primo di ottobre del 1950, quando, a 5 anni, dieci mesi e sedici giorni, una delle mie tre zie maestre, la Rina, mi portò nella prima elementare di un suo collega alle Carducci di Pesaro. Poi le medie Lucio Accio, poi il liceo Terenzio Mariani, sempre di Pesaro, poi l’Università qui a Bologna. Quindi decenni di insegnamento: dalle medie, all’istituto professionale, ai Licei Rambaldi, Minghetti, Galvani, alla SSIS di Bologna e Bressanone, alla TAF di Urbino. Di tutto. La cosa migliore che potevo fare, la più bella del mondo per me. Ho respirato scuola per tutta la vita e lo faccio ancora, e ne sono felice. Spero di morire, il più tardi possibile, facendo lezione. Questo è un altro aspetto del bravo docente, come del bravo muratore o del bravo regista: che sia contento del suo lavoro, che lo ami. Solo così può farlo bene.
maestro e discepolo, bassorilievo greco
Ho scritto sopra che conta anche l’aspetto e perfino l’abbigliamento. Questi infatti sono parte dello stile della persona. Dopo avere parlato tanto, fin troppo, di me, sentiamo altri pareri.
Sto leggendo un bel libro dal quale ricavo una autorizzazione al mio autobiografismo talora forse invadente.
Se sono andata troppo dentro la mia vita, il lettore mi perdoni, è l’autobiografismo dei pedagogisti che amano i libri come le Confessioni di Rousseau, e trovano molto nobili le ragioni di Montaigne che dichiara di scrivere per dar modo ai suoi parenti di conoscerlo meglio”6.
Ora , nel riferire altri autori, mi avvalgo per giunta di un breve capitolo della mia metodologia, il discorso sul metodo dell’insegnamento dei classici che ho elaborato in dieci anni di SSIS dell’Università di Bologna dove ho tenuto un laboratorio di didattica della letteratura greca dal 2000 al 2009. Per questa autocitazione utilizzo un altro colore.  

Cap. 30. Anche l’aspetto di noi insegnanti trasmette significati. Il giovane Törless e Hanno Buddenbrook, le Nuvole di Aristofane
Il significato dei nostri studi, del nostro studiare, deve restare impresso persino nell'aspetto di noi insegnanti se non vogliamo essere rifiutati, quindi rimanere inascoltati e disprezzati dagli studenti. A tale proposito sentiamo Musil il cui Törless spinto “da una curiosità un po’ diffidente” va a trovare il giovane professore di matematica. Il suo “scopo principale non era tanto di ottenere chiarimenti-segretamente già ne dubitava- quanto i poter gettare uno sguardo, per così dire, al di là del maestro e del suo quotidiano concubinato con la matematica…Senza volerlo Törless si sentì ancora più ributtato dalle proprie osservazioni; non riusciva più a sperare che quell'uomo fosse davvero in possesso di una conoscenza significativa, giacché non se ne vedeva traccia nella sua persona né nel suo ambiente. Ben diversa si era figurata la stanza di un matematico, in qualche modo espressiva dei pensieri terribili che vi prendevano forma. Il triviale lo offendeva: lo estese alla matematica e il suo rispetto cedette il posto a una diffidenza riluttante7".
Sentiamo anche le impressioni del giovinetto Hanno Buddenbrook di T. Mann: "I maestri supplenti o tirocinanti che lo istruivano in quelle prime classi, dei quali sentiva l'inferiorità sociale, la depressione spirituale e la poca cura dell'esteriorità fisica, gli ispiravano, oltre il timore della punizione, un segreto disprezzo"8.
Tonio Kröger si sentiva diverso dai bravi scolari e di solida mediocrità, ("Die guten Schüler und die von solider Mittelmäbigkeit"), quelli che non trovano ridicoli gli insegnanti ("Sie finden die Lehrer nicht komisch")9.
Perfino il colorito del volto dell’insegnante significa qualche cosa per il ragazzo che rifiuta l’umbraticus doctor.
Petronio contrappone tale erudito deleterio ai grandi tragici la cui pagina aveva il sapore della vita: "cum Sophocles aut Euripides invenerunt10 verba quibus deberent loqui, nondum umbraticus doctor ingenia deleverat"11 quando Sofocle e Euripide trovarono le parole con le quali dovevano parlare, non c'era ancora un erudito cresciuto nell'ombra a scempiare gli ingegni.

Il maestro pallido, ossia tedioso, desta una diffidenza o addirittura una ripugnanza istintiva, anche fisica nel giovane discepolo.
Fidippide, il figlio di Strepsiade, rifiuta i cattivi educatori, i maestri lazzaroni della scuola di Socrate anche per il loro colore giallastro, malsano: "aijboi', ponhroiv g' oi\da. tou;" ajlazovna"-tou;" wjcriw'nta" tou;" ajnupodhvtou" levgei" (Aristofane, Nuvole, vv. 102-103), puah! Quei furfanti, ho capito. Tu dici quei ciarlatani, quelle facce pallide, gli scalzi.
Aristofane fa dire a Strepsiade che nessuno degli uomini del pensatoio di Socrate per economia si è mai fatto tagliare i capelli o si è unto il corpo o è andato nel bagno a lavarsi: "oujd j eij" balanei'on h\lqe lousovmeno"" (Nuvole12 , v. 837). Il Coro degli Uccelli 13più specificamente qualifica Socrate come a[louto" (v. 1553), non lavato.

Il discepolo ama il maestro che gli fa vivere la scuola non come una caserma dove lui esercita il caporalato dell’intelligenza, bensì come un locus amoenus dove le sue capacità vengono individuate e potenziate.
E il maestro non può non amare il discepolo che lo stimola con la sua attenzione, con le sue domande.
Questo tipo di amore reciproco, l’amore che incoraggia e incentiva la vita è un bene, un grande bene. Guai se non c’è.
Male, un male enorme è lo sfruttamento, l’uso, l’imposizione del potere con il fine della strumentalizzazione, sessuale, intellettuale, o di qualsiasi altro genere.
Sarebbe auspicabile una educazione alla sessualità, una paideia capace di spiegare i tanti significati di Eros. Ma per oggi basta.
La prossima volta scriverò contro un altro male enorme che affligge l’umanità da sempre e ora ci minaccia molto da vicino: quello della guerra.
Lo ha già fatto papa Francesco mettendo il suo fascino, il suo carisma, tutta la sua bella persona al servizio della vita e della pace.
Ha fatto molto bene, e, si parva licet componere magnis14, se si possono paragonare le cose piccole con le grandi, ci proverò anche io.

Giovanni Ghiselli

P. S.
Incollo e copio alcuni commenti che sono arrivati sul mio blog dove ho messo questo pezzo. Due di questi, Monica e Stefano sono miei ex alunni cui facevo scuola negli anni Ottanta. Sono ancora miei allievi. Vi saluto e vi ringrazio, ragazzi.

Stefano Mannacio Sottoscrivo le tue parole in toto nella piena convinzione che mi ritengo fortunato, anzi fortunatissimo, ad avere avuto te come insegnante e maestro.

Marina Pisante sono assolutamente in sintonia con lei.

Alberto Monti Le affermazioni di Ghiselli sono molto opportune e andrebbero meditate anche tra i “ non addetti “.
Ho l’impressione che gli insegnanti, più che una casta ostile al cambiamento, siano oggi una categoria di persone che occupa una trincea abbandonata.

Monica Bresciani Un insegnante come te merita rispetto poichè, a parte l'alto livello culturale, fa sentire i suoi alunni degni di essere stimati ,sa potenziare le loro capacità anzichè sminuirle come fanno tanti docenti assolutamenti privi di empatia e professionalità.

Mauro Conti Bravo Gianni, e grazie

Simone Salandra Gianni complimenti,sempre esaustivo e preciso
circa un'ora fa


Il blog
è arrivato a 92790, 219 giorni dopo che è stato aperto. A centomila festeggerò.


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1 Nel Fedro di Platone l’appetitus è raffigurato nel cavallo nero che è brutto: skoliov~, storto, poluv~, grosso, eijkh'/ sumpeforhmevno~, ammassato a casaccio, kraterauvchn, di collo grosso, bracutravchlo~, dal collo corto, simoprovswpo~, dal muso schiacciato, melavgcrw~, di pelo nero, glaukovmmato~, dagli occhi chiari (grigio-azzurri), u{faimo~, sanguigno, u{brew~ kai; ajlazoneiva~ eJtai'ro~, compagno della prepotenza e della iattanza, peri; w\ta lavsio~ , villoso intorno alle orecchie, kwfov~, ottuso, mavstigi meta; kevntrwn movgi~ uJpeivkwn, una bestia che a stento si assoggetta a una frusta con pungoli (253 E).
2 Nel Fedro, Platone racconta che l’anima umana consta di tre parti ed è assimilabile alla potenza connaturata di una biga alata e di un cocchiere (246A) : l’uriga deve guidare un cavallo buono, di colore bianco, ben fatto, amante di gloria e di temperanza; e un cavallo nero, contorto massiccio, messo insieme a casaccio (eijkh`/,), amico della protervia e dell’impostura 253e. Il bianco è obbediente all’auriga (oJ me;n eujpeiqh;~ tw`/ hJnivovcw/, 254a) ed è tenuto a freno dal pudore e si trattiene dal balzare addosso all’amato. L’altro invece si porta avanti skirtw`n de; biva/ , balzando con violenza. L’auriga e il bianco vengono trascinati e si sentono costretti a cose vergognose e inique. Giunti vicino all’amato, l’auriga ricorda la natura del Bello e lo vede collocato con la Temperanza (meta; swfrosuvnh~, 254b) su un piedistallo immacolato. Sicché l’auriga tira indietro le redini e i due cavalli devono piegarsi sulle cosce; il riottoso contro la sua volontà. Quando riprende fiato, il cavallo nero lancia insulti con ira (ejloidovrhsen ojrgh`/, 254c) contro l’auriga e il compagno accusandoli di viltà e debolezza. Quindi riprende a tirare (met j ajnaideiva~ e{lkei (254d), trascina con impudenza. Ma l’auriga tira indietro il freno dai denti del cavallo protervo con maggior forza e insanguina la lingua maldicente e le mascelle e gli fa piegare a terra le cosce. Dopo che questa mossa si è ripetuta più volte il malvagio fa cessare la sua protervia, umiliato dalla previdenza dell’auriga, e quando vede il bello si sente venir meno per la paura: kai; o{tan i[dh to;n kalovn, fovbw/ diovllutai (254e).
3 Come riuscì a fare Diomede con Glauco, accecato da Zeus, nel VI dell'Iliade (vv. 234-236)
4 Del 1888.
5 F. Nietzsche, Ecce homo, La nascita della tragedia, p. 49.
6 Grazia Gotti, A scuola con i libri, Avventure di una libraia maestra, BUR ragazzi, Milano, 2013, p. 94
7 R. Musil, I turbamenti del giovane Törless, (del 1906) pp. 110- 111.
8 T. Mann, I Buddenbrook (del 1901), p. 330.
9 Tonio Kröger, p. 74.
10 Invenerunt e il successivo deberent significano da una parte inventiva e fantasia, dall'altra la non meno necessaria disciplina che più avanti infatti viene rimpianta.
11Satyricon, 2.
12 Del 423 a. C.
13 Del 414 a. C.
14 Virgilio, Georgica IV, 176.

lunedì 2 settembre 2013

Boccaccio, quarta e ultima parte



Mosaico bizantino del V sec. d.C., Istanbul
 PER VISUALIZZARE IL GRECO CLICCA QUI E SCARICA IL FONT HELLENIKA



IV e ultima  parte della conferenza che terrò oggi, lunedì  2 Settembre ore 18 LibreriaTrame, via Goito, 3/C, Bologna.
La prima parte è in questa pagina, la seconda in questa e la terza in questa


Descrizione del Decameron
Prima giornata sotto il reggimento di Pampìnea si ragiona di quello che più aggrada a ciascuno (esempio: ser Ciappelletto).

Seconda giornata; sotto il reggimento di Filomena si ragiona di chi da diverse cose infestato sia oltre la sua speranza riuscito a lieto fine. Esempio Andreuccio da Perugia (5).
Pasolini ha utilizzato questa novella per il suo film Decameron, togliendo molto all’arte di Boccaccio. I suoi personaggi non parlano o lo fanno come dei cafoni analfabeti, e si esprimono prevalentemente con occhiate furbe, smorfie grottesche, ammiccamenti maliziosi. Non è un bel film e comunque non c’è quasi niente di Boccaccio.
Terza giornata; sotto il reggimento di Neìfile si ragiona di chi alcuna cosa molto desiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse.
Si tratta di sesso.
L’ultima, divertentissima,  è raccontata dallo spurcissimus Dyoneus 
Il monaco Rustico insegna a una bella e ingenua quattordicenne, Alibech, a “mettere il diavolo in ninferno”. La fece spogliare e nel vederla così bella “avvenne la resurrezione della carne”.
Nella quarta giornata sotto il reggimento di Filòstrato si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine. Giornata cupa dunque. Sette finiscono con la morte di entrambi gli amanti. La prima è quella di Ghismunda. La quinta Lisabetta da Messina con la testa dell’amante nel testo di basilico.
Nella quinta giornata sotto il reggimento di Fiammetta si ragiona di ciò che ad alcuno amante dopo alcuni fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse. L’ottava è quella di Nastagio degli onesti con il contrappasso. La nona è quella di Federigo degli Alberghi; la decima è quella “apuleiana” di Pietro di Vinciolo.
Nella sesta giornata sotto il reggimento di Elissa si ragiona di chi con alcun leggiadro motto fuggì perdita o pericolo o scorno.
La seconda è quella di Cisti fornaio, la quarta quella di Chichibìo, la quinta quella di Giotto, nella nona c’è Guido Cavalcanti; la decima è quella di frate Cipolla
Nella settima giornata, sotto il reggimento di Dioneo si ragiona delle beffe le quali o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’ lor mariti senza essersene loro avveduti o no.
La seconda è quella “apuleiana” di Peronella e Giannello.
Nell’ottava giornata sotto il reggimento di Lauretta si ragiona ancora di beffe tra esseri umani. La terza è quella di Calandrino, Buffalmacco e l’elitropia.
La quinta è quella delle brache tolte al giudice marchigiano.
La sesta è quella di Bruno, Buffalmacco che imbolano un porco a Calandrino
Nella nona giornata sotto il reggimento di Emilia la scelta dell’argomento è libera
La seconda è quella della badessa che si mette in testa, per sbaglio, le brache del prete suo amante.
Nella decima giornata sotto Panfilo si ragiona di chi liberamente o vero magnificamente alcuna cosa operasse in amore o in altro.
La decima è quella di Griselda. Vediamo l’essenziale del suo contenuto. La mite e "obediente" Griselda venne esposta senza vestiti dal marchese di Saluzzo a tutta la sua brigata: "Gualtieri, presala per mano, la menò fuori, ed in presenza di tutta la sua compagnia e d'ogni altra persona la fece spogliare ignuda", quindi la fece rivestire, la chiese in moglie, ed ella rispose: "Signor mio, sì". Dopo il matrimonio la donna subì tutta una serie di orribili angherie e torture inflittele dalla "matta bestialità" del marito senza mai ribellarsi e finalmente con la sua "lunga pazienza" gli fece passare la paura  della donna.
Gualtieri nel lieto fine le confessa che sposandosi temeva di perdere la sua tranquillità e che l’aveva sottoposta alle prove per levare via dal suo animo tale inquietudine. Per siffatta paura si può confrontare il discorso di Catone[1] in Tito Livio o questi versi di Marziale: "Inferior matrona suo sit, Prisce, marito:/non aliter fiunt femina virque pares" (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito: non altrimenti l'uomo e la donna diventano pari (cfr. anche la donna sottomessa, Andromaca considerata sopra).

Boccaccio e Apuleio
L’asino d’oro  fu trovato dal Boccaccio e tradotto da Boiardo (1440-1494) e Firenzuola nel 1525.
Il tema di fondo di queste Metamorfosi è come si diventa uomini. Il modello è Odisseo, ajnhvr il quale pollw`n d’ ajnqrwvpwn i[den a[stea kai; novon e[gnw (Odissea, I, 3). Ulisse è ricordato come affamato di conoscenza, curioso di conoscere. La curiosità consente di aprirsi all’alterità ed è una spinta all’individuazione.
H. Hesse, Demian: "La vita di ogni uomo è una via verso se stesso, il tentativo di una via, l'accenno di un sentiero. Nessun uomo è mai stato interamente lui stesso, eppure ognuno cerca di diventarlo, chi sordamente, chi luminosamente, secondo le possibilità… Certuni non diventano mai uomini, rimangono rane, lucertole, formiche. Taluno è uomo sopra e pesce sotto, ma ognuno è una rincorsa della natura verso l'uomo"[2].
In Apuleio (II sec. d. C.) vita da asino è vita senza Iside. La vita consacrata a Iside è sacra alla conoscenza.
Sentiamo Plutarco in De Iside et Osiride. Il sacerdote delfico sostiene che la divinità - to; qei`on -  non è beata per argento e oro ma ejpisthvmh/ kai; fronhvsei (351d) , per conoscenza e intelligenza  
Plutarco etimologizza il nome Iside con oi\da-so-; più precisamente il tempio  jIsei`on con il futuro ei[somai-saprò- poiché vi conosceremo to; o[n, l’essere 352).
Inoltre   \Isin kalou`si para; to; i{esqai met j ejpisthvmh~ kai; fevresqai, kivnhsin ou\san e[myucon kai; frovnimon”,  (375c) la chiamano Iside  per il lanciarsi con sapere e da essere mosso in quanto ella consiste in un movimento animato e sapiente.
Lucio arriva a sognare Iside e a tornare uomo dopo avere preso su di sé la tragicità dell’esistere e avere raggiunto il culmine della disperazione.
Abbiamo un Lucio o l’asino , forse di Luciano (120-190). Potrebbe essere una versione abbreviata del testo di Lucio di Patre, un sofista contemporaneo del beffardo scrittore di Samosata.
 In Lucio o l’asino non c’è la parte isiaca che probabilmente è tutta di Apuleio.

Vita e altre opere di Apuleio
Visse tra il 125 e il 170. Nasce a Madaura (Numidia-Getulia, Algeria), nell’Africa proconsolare romana la cui capitale era Cartagine.
Il romanzo di Apuleio nei codici porta il titolo di Metamōrfosěon libri (unděcim), ma viene chiamato Asinus aureus come fece Agostino in De civitate Dei, XVIII, 18). 
Altre opere di Apuleio si può saltare
De Magīa. Autodifesa nel  processo tenutosi nel 158 a Sabrăta a 50 km. Da Oea (Tripoli).
Il genere autobiografico a scopo educativo era nelle corde della seconda sofistica: il saggio vuole ammaestrare il prossimo.
Apuleio era accusato perfino di essere bello. Accusamus apud te philosophum formosum et tam Graece quam Latine - pro nefas! - disertissimum (IV). Guarda che delitto!
 Apuleio risponde con i versi con i quali Paride invita Ettore a non spregiare I doni amabili dell’aurea Afrodite: “dw`r j ejrata; crusevh~  jAfrodivth~(Iliade, III, 64). Del resto anche Pitagora era bello e pure Zenone di Elea. Quanto ai versi erotici, Apuleio (XI) risponde con Catullo: “Nam castum esse decet pium poetam; versiculos nihil necesse est” (16, 5-6).

Difesa da altre accuse
Lo specchio riflette la persona con precisione. Gli uomini di aspetto passabile si guardano allo specchio e i lasciano ritrarre. Non lo fanno i deformi come Agesilao. Demostene ripeteva le sue orazioni davanti allo specchio. La povertà non è un disonore. Gli dèi sono superiori agli uomini perché non hanno bisogno di nulla. Antistene in Diogene Laerzio: “qew`n me;n i[dion ei\nai mhdeno;~ dei`sqai. Altrettanto nell’Eracle di Euripide 1345-1346.
Sono seminumida e semigetulo come Ciro fu semimedo e semipersiano. Comunque bisogna considerare non dove è nato uno, ma come è costumato. Mago non è un’offesa. Presso i Persiani il mago era come il sacerdote da noi. La magia buona è gradita agli dèi. Anche i filosofi che scrutano la Provvidenza, come Epimenide, Orfeo, Empedocle, lo stesso Platone, venivano accusati di magia; quelli che cercano l’ajrchv invece, Anassagora, Democrito, Epicuro, sono accusati di ateismo.
L’accusa relativa ai pesci[3]: “Qui pisces quaerit, magus est?”
 Tra dei e uomini ci sono divinità intermedie che governano i miracoli della magia (43). Pudentilla aveva bisogno di un marito, ma Apuleio, peregrinationis cupiens, desideroso di viaggiare e di imparare, schivava l’ostacolo del matrimonio: “impedimentum matrimoni recusaveram” (73). La magia buona ha della forza, ma più forte è il destino: “Fatum  rei cuiusque veluti violentissimus torrens[4] neque retineri potest neque impelli” (84).
Pudentilla aveva due figli Ponziano e Pudente, e aveva 40 anni, non 60.
Apuleio non aveva motivo di lucro: per lui la ricchezza è la concordia e la pienezza dell’amore coniugale. Apuleio è un  philosophus spernens dotīs (92). Rufino, il suocero di Ponziano, voleva tutto, ma quasi caeca bestia in cassum hiavit (97), rimase inutilmente a gola aperta.
Morto Ponziano, la vedova di lui si muove come una catapulta verso il letto di Pudente che si lascia abbindolare. Lo zio paterno di Pudente, Emiliano, e il suocero di Ponziano, Rufino sono compari. Pudente viene diseducato dallo zio Emiliano. Dimentica perfino il greco e il latino e parla punico. Pudentilla, spinta da Apuleio, ha lasciato il figlio Pudente come erede, il che estirpa la radice del processo: l’odioso sospetto di un’eredità bramata ed estorta (101).

Nell’ultimo capitolo (103) Apuleio ripete le accuse e le controbatte con due parole ciascuna:
Dentes splendĭdas (rendi brillanti i denti): ignosce munditias, perdonami la pulizia
Specula inspicis-debet philosophus
Vorsus facis - licet fieri
Piscis esplōras - Aristoteles docet.
Lignum consĕcras (uno scheletro di legno che significava Mercurio) - Plato suadet
Uxorem ducis - leges iubent
Prior nata ista est - solet fieri
Lucrum sectatus es - testamentum lege

Nei Florĭda (IX) Apuleio si vanta del fatto di non avere abilità manuale come Ippia di Elide, ma una pluralità di conoscenze che non hanno bisogno di applicazione materiale.
Cfr la  scientia desultoria, l’acrobatica scienza, del primo capitolo del romanzo. Apuleio sa scrivere poesie liriche, commedie, tragedie, satire, enigmi, orazioni, dialoghi, sia in greco sia in latino.
Si veda  esplicito svuotamento della sofiva tecnologica nel discorso di Diotima del Simposio  platonico:"kai;  oJ me;n peri; ta; toiau'ta sofo;" daimovnio" ajnhvr, oJ dev, a[llo ti sofo;" w[n, h] peri; tevcna" h] ceirourgiva" tinav", bavnauso"" (203a), chi è sapiente in tali rapporti[5] è un uomo demonico, quello invece che si intende di qualcos'altro, o di tecniche o di certi mestieri, è un facchino.
Avvicino, forse non arbitrariamente, quanto scrive Hegel nella Fenomenologia dello spirito: “Il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata, attraverso il servo”; il servo invece “col suo lavoro non fa che trasformarla”[6].
De deo Socratis . E’ uno studio del demone socratico. I daivmone~ ( i modelli degli angeli cristiani) portano agli dèi le richieste degli uomini. Queste potenze semidivine trasvolano continuamente tra terra e cielo per la salute degli uomini e per uno scambio di messaggi tra dei e uomini.
De Platone et eius dogmate è una sintesi della fisica e dell’etica platonica ricavata soprattutto dal Timeo. De mundo (di dubbia autenticità) è un rifacimento del Peri; kovsmou pseudo aristotelico.
Secondo Bachtin la satira menippea e anche Apuleio rappresentano  sempre situazioni eccezionali e abnormi, una vita che si svolge “sulla soglia”. Lo stesso vale per Dostoevskij  il quale non fu uno scrittore di ambienti casalinghi o familiari: "Nel vieto spazio interno, lontano dalla soglia, gli uomini vivono una vita biografica in un tempo biografico: nascono, passano l'infanzia e la giovinezza, si sposano, generano figli, invecchiano, muoiono. Anche questo tempo biografico è "saltato" da Dostoevskij. Sulla soglia e sulla piazza è possibile solo il tempo delle crisi, in cui l'istante  si eguaglia agli anni, ai decenni, anche ai "milioni di anni" (come nel Sogno di un uomo ridicolo )"[7].
Anche molti personaggi di Boccaccio vivono “sulla soglia”.

Vediamo alcune parti dell’VIII libro del romanzo di Apuleio
Dopo molte avventure Lucio trasformato in asino viene comprato da un vecchio omosessuale, Filēbo[8]  sedicente sacerdote di Cibele.
 Il venditore presenta l’asino come un castrato tranquillo, anzi, aggiunge con ironia di tipo sofocleo, potresti credere che sotto questa pelle ci sia un modestus homo (8, 25). Dopo trattative e insulti plebei, Filebo compra l’asino. Anche nello pseudoluciano il kivnaido~ kai; gevrwn si chiama Filebo[9]. 
 Questo fa parte di un gruppo di imbroglioni che girano con cimbali e crotali, piatti e nacchere, e costringono Cibele a mendicare.
Quindi il nuovo padrone porta l’asino dalle puellae, sed illae puellae chorus erat cinaedorum (8, 26). Costoro fecero salti di gioia sperando che Filebo avesse portato un uomo, e ci rimasero male quando videro l’asino. Comunque si scambiarono battute pederastiche tipiche di queste persone incline a kinei`n aijdoi`a. Gli omosessuali girano per la questua tutti truccati. Danzavano, urlavano, si ferivano, come se per la presenza della divinità gli uomini dovessero diventare debiles vel aegroti invece che migliori (8, 27).
Il culto della Magna Mater è malvisto per l’avidità e la sensualità dei sacerdoti, una trivialis faex, feccia triviale, cui Apuleio contrappone la purezza della regola isiaca.
I sacerdoti di Cibele mettevano a sacco la regione (8, 29)
Quindi si danno a giochi erotici execrandis oribus con un fortissimus rusticanus. L’asino li denuncia ragliando: accorre gente che vede le execrandae foeditates. I cinedi scappano finché ma vengono accolti da un devoto di Cibele  (VIII, 30)
L’asino rischia la pelle di nuovo perché un cuoco vuole sostituire una sua coscia a quella di un cervo che gli è stata rubata (VIII, 31).

IX libro
L’asino cerca di scappare, “sed nihil Fortuna rennuente licet homini…” E non basta consilium prudens vel remedium sagax a sovvertire le disposizioni divinae providentiae.
Dopo qualche altra vicissitudine l’asino viene riportato sulla strada crotălis et cymbalis (9, 4) con nacchere e tamburi.
Giungono in un luogo dove Lucio sente raccontare la storia dell’amante nella giara che occupa tre capitoli (9, 5-7).
Boccaccio riprende questa storia in VII-2.
E’ la giornata in cui si raccontano le beffe delle mogli ai mariti
Questa novella è un omaggio ad Apuleio di cui c’è un’aperta imitazione. La racconta Filostrato che è l’intellettuale della brigata.
Boccaccio descrive con ammirazione queste beffatrici. Peronella intanto era “una bella e vaga giovinetta”, il marito un muratore, e l’amante Giannello uno de’ leggiadri. La vicenda avviene a Napoli il giorno di San Galeone.
Quella di Apuleio non ha nemmeno un nome, come il marito del resto.
Lei  è un’uxorcula tenuis, una poveraccia al pari dello sposo tradito, un fabbro smunto dalla miseria. La donna è dunque meschina, insignificante è “et tamen postremā lasciviā famigerabilis”(5)[10], famigerata per la sua straordinaria lussuria.
La connetta era anche “callida et ad huius modi flagitia perastutula”, furba e una consumata volpe per le vergogne di questo genere. 
Un giorno, appena uscito il marito, un temerarius adulter  entrò in casa. Ma il fabbro rientrò senza avere compiuto fabriles operas poiché il padrone era in tribunale e aveva dato vacanza agli operai.
Allora l’uxorcula, la “mogliettina”  fece nascondere l’amante “tenacissimis amplexibus expeditum”, liberato dai suoi amplessi  assai appiccicosi,  “dolio quod erat in angulo semiobrŭtum”, semicoperto, “sed alias vacuum” (9, 5).
Boccaccio: “Giannello prestamente entrò nel doglio”.
Il becco entra e l’adultera lo aggredisce .
Le donne possono infuriarsi per l'offesa sessuale da loro stesse arrecata:"Bisogna stare attenti con le donne. Sorprendile una volta con le mutande abbassate. Non te la perdonano più"[11].   
Sentiamo dunque Peronella: “Ora questa che novella è, che tu così tosto torni a casa stamane?... Tu mi torni a casa con le mani spenzolate, quando tu dovresti essere a lavorare!... L’altre si danno buon tempo con gli amanti loro, e non ce n’ha niuna che non n’abbia chi due chi tre, e godono, e mostrano a’ mariti la luna per il sole; ed io misera me! Perché sono buona e non attendo a così fatte novelle, ho male e mala ventura ”.
Peronella ha dello spirito: sa parlare con efficacia e non senza proprietà. Una facoltà che tutte le donne dovrebbero coltivare secondo Boccaccio[12].
Lucio Apuleio
Il fabbro indica la bótte e dice che ha trovata da venderla per cinque gigliati ( quinque denariis.) a un tale che lo ha seguito fino a casa.
Allora la “fallaciosa mulier, tollens cachinnum”, fa complimenti ironici al marito per la prodigiosa vendita: lei  venduto la botte septem denariis a uno che ci è entrato per controllarla.
Peronella dice: “Io, femminella che non fu’ mai appena fuor dell’uscio, veggendo lo impaccio che in casa ci dava, l’ho venduto sette ad un buono uomo il quale, come tu qui tornasti, v’entrò dentro per vedere se saldo fosse”.
Quindi l’adulter bellissimus balza su, opportunamente, e critica la bótte in quanto sporca e incrostata. Sicché il marito entra nel dolium per pulirlo e l’“uxercula, capite in dolium demisso, indicava i punti da pulire e maritum suum, astu meretricio, tractabat ludĭcre”(7) prendeva in giro il proprio marito con scaltrezza puttanesca[13].
“Giannello il quale appieno non aveva quella mattina il suo disidèro ancora fornito, quando il marito venne, veggendo che come volea non poteva, s’argomentò di fornirlo come potesse…e ad effetto recò il giovenil disidèro”.
C’è un parallelismo tra la copula di Peronella e Giannello e l’attività del muratore che raschia la botte.
Alla fine il calamitosus faber portò il dolium collo suo ad hospitium adulteri.
“Giannello, guardatovi dentro, disse che stava bene e che egli era contento, e datigli sette gigliati, a casa sel fece portare”.

Torniamo al romanzo di Apuleio.
Filebo e gli altri sacerdoti danno responsi sempre buoni. Poi però commettono un furto sacrilego e vengono arrestati.
L’asino viene venduto a un mugnaio, pistor, e messo di nuovo alla macina. Questa rappresenta il rischio che il suo soffrire venga vanificato.
 Ma Lucio non cede: si comporta con la Fortuna come Menelao con Proteo: non fugge davanti alle trasformazioni.
Ogni cosa ha il suo senso a patto che si sappia capirlo.
L’asino dunque si fermava più volte stupore mentito (9, 9) fingendosi tonto. E’ la tattica di Bruto e di Amleto, ossimori viventi. Il primo, “ex industria factus ad imitationem stultitiae Bruti quoque haud abnŭit cognomen” (Livio, I, 56, 8).
Ma quando lo bastonano, il povero Lucio deve mettersi a girare rapidamente. Osserva l’orribile condizione degli schiavi. Il sollievo di Lucio è la sua innata curiosità che lo apparenta a Ulisse. Ingenita mihi curiositate recreabar (9, 13). La curiositas è re-creatio, ridà vita.
La vita senza indagine non è vita umana, dice Socrate nell’Apologia: oJ de; ajnexevtasto~ bivo~ ouj biwto;~ ajnqrwvpw/ (38a).
Ulisse infatti era vir summae prudentiae e Omero lo cantò.
Anche nella chiusa del De deo Socratis c’è una lode dell’eroe omerico. La conoscenza del mondo porta alla coscienza di sé.  Omero volle sempre che compagna di Ulisse fosse la prudenza che chiamò Minerva: “Hac comite, omnia horrenda subiit, omnia adversa superavit eā adiutrice. Cyclopis specus introīvit sed egressus est, Solis boves vidit sed abstinuit”.
Addirittura Lucio esprime gratitudine asino meo  (9, 13) che lo ha reso multiscĭum, ricco di esperienza. La condizione miserevole dell’asino conduce a prestare attenzione alle altre miserie. Carotenuto sostiene che per accedere all’umanità è necessario regredire a una condizione di stupidità[14].
Boccaccio rinnova questa grande curiosità per la vita.

Seguono tre storie intrecciate con la tecnica dell’incastro.
Il mugnaio padrone di Lucio era bonus vir et modestus ma aveva una moglie pessima nella quale tutti i vizi erano confluiti come in caenosam latrinam: saeva, scaeva, virosa velenosa, ebriosa, ubriacona, pervicax, caparbia, pertinax, ostinata, in rapinis turpibus avara, in sumptibus foedis profusa. Inoltre era una furfante bigotta: fingeva una sacrilega fede in un dio che proclamava unico. L’ha interpretata bene Paolo Poli qualche anno fa.
 Si faceva beffe del marito prostituendosi dalla mattina alla sera. La donna per giunta perseguitava l’asino. La crudeltà di costei aveva stimolato la curiosità di Lucio: “tw`/ pavqei mavqo~” (Agamennone, 177).
 L’asino ascoltava quando la donna parlava con la sua ruffiana, una vecchia megera. E approfittava delle grandissime orecchie per captare tutto. Così si consolava dell’errore di Fotide.
Prima storia: Filesitēro, Barbaro, la moglie e lo schiavo Mirmēce. La racconta la vecchia ruffiana e Lucio-asino ascolta.
La vecchia mezzana dunque racconta alla  moglie del mugnaio come Filesitēro conquistò la moglie del decurione Barbaro (9, 16). Comincia a dire che l’amante della mugnaia non valeva niente. Molto più bravo è Filesitero, “formonsus et liberalis et strenuus et, contra maritorum inefficaces diligentias, constantissimus”.
Il marito, dovendo allontanarsi, aveva affidato la moglie al servo Mirmēce (formica). Filesitero sa che ogni strada è pervia all’oro.
Mirmece e la donna dunque si vendono execrando metallo (9, 19).
Quindi l’amante viene introdotto in casa, ma all’inizio dei giochi amorosi arriva il marito. Filesitero riesce a fuggire non visto, però lascia le scarpe sotto il letto. Barbaro le prende e porta Mirmece nel foro, incatenato; Filesitero li vede e aggredisce Mirmece gridando che gli ha rubato le scarpe alle terme. Barbaro così si convinse, a torto, che la moglie non c’entrava.
Seconda storia. La pessima moglie del mugnaio e Filesitero. La vede l’asino.
La moglie del mugnaio è affascinata e accoglie Filesitero amatorem illum alăcrem  (9, 22). Ma anche in questa storia  sopraggiunge il marito che era andato a cena da un vicino lavandaio-tintore apud naccam proximum. Lucio è molto interessato alle arti della perfida donna. Il marito dunque sopraggiunge celerius opinione. Allora la uxor egregia, imprecando contro di lui, nasconde l’amante spaventato sotto un’angusta cassa di legno. Quindi la donna si mostra al marito sicura in volto e gli chiede che cosa sia successo. L’uomo racconta.
Terza storia: la moglie del lavandaio e l’amante. La racconta il mugnaio. La uxor fullonis aveva nascosto un amante sotto una cesta di vimini coperti di panni posti a imbiancare. Lo zolfo emetteva un fumo che fece soffocare e starnutire il giovane rivelandone la presenza. Il marito furioso per l’offesa patita “inflammatus indignatione contumeliae” (IX, 25) voleva ucciderlo, poi invece, trattenuto dal mugnaio, lo aveva gettato nel vicolo vicino già mezzo morto. Intanto l’adultera era scappata e il mugnaio stava tornando  a casa da sua moglie.
Di nuovo la seconda storia vista e raccontata dall’asino. La mugnaia, sentito il racconto, impreca contro l’altra adultera, “universi sexus grande dedĕcus (9, 26). Addebat et tales oportere vivas exūri feminas”. Poi consigliò al marito di andare a dormire.
Ma il marito voleva mangiare senza fretta e l’asino voleva svelare l’inganno. Appena poté, calpestò le dita di Filesitero che urlando svelò l’oscena commedia della donna. Il pistor non fu troppo turbato: disse che voleva portare a letto il ragazzo con la moglie. A me e a lei, disse, piacciono le stesse cose. Poi in realtà chiuse la pudicissima uxor in un’altra stanza, e giacque da solo con Filesitero. Arrivato il giorno, lo frustò nelle natiche, poi lo sgridò e lo buttò fuori. Quindi cacciò la moglie da casa (9, 28).

Boccaccio V, 10.
Racconta Dioneo il quale invita a ridere degli amorosi inganni della donna. In questa novella il marito Pietro di Vinciolo aveva preso moglie per coprire la propria omosessualità.
Così fan tanti, anche oggi. Poi la sera vanno al bar con gli amici, giocano a carte o guardano le partite di calcio. Le mogli giustamente cercano un amante, o, se sono omosessuali anche loro, un’amante.
La donna era una giovane “compressa di pel rosso e accesa e pensava: Io offenderò le leggi sole, dove egli offende le leggi e la natura”. Il punto di vista rispetto a quello di Apuleio è cambiato: la vittima della situazione secondo Boccaccio è la moglie.
Le donne in generale subiscono ingiustizie.
La vecchia ruffiana lamenta la condizione femminile: “Gli uomini nascono buoni a mille cose, ma le femmine a niuna altra cosa che a fare questo e figlioli e per questo son tenute care. Quando ci invecchiamo, né marito né altri ci vuol vedere, anzi ci cacciano in cucina a dir favole con la gatta e ad annoverare le pentole e le scodelle, e peggio che noi siamo messe in canzone e dicono: alle giovani i buoni bocconi, e alle vecchie gli stranguglioni”.
La donna le diede un pezzo di carne salata e la mandò con Dio. Quindi la ruffiana le mandò un garzone dei più belli di Perugia. Il marito era andato a cena da Ercolano ma tornò troppo presto. L’adultera nascose il ganzo in una cesta di polli.
Pietro racconta la storia dell’altro adulterio svelato dallo starnuto.
Quando sente il racconto della prima adultera scoperta, questa rossa dice”Di sì fatte femmine non si vorrebbe avere misericordia; elle si vorrebbero uccidere vive, metter nel fuoco e farne cenere”. Poi un asino pesta l’amante e questo, “grandissimo dolor sentendo, mise un grande strido”. Il marito, Pietro, conosceva quel giovane per averlo corteggiato. Comunque lancia una maledizione biblica: “Voi siete tutte così fatte e con l’altrui colpe guatate di coprire i vostri falli, che venir possa fuoco dal cielo che tutte v’arda, generazione pessima che voi siete!”.
Ma Vinciolo era uno degli scampati al fuoco celeste che distrusse Sodoma[15].
La moglie del resto rinfaccia al marito l’omosessualità: “Io vorrei innanzi andar con gli stracci indosso e scalza ed esser da te ben trattata nel letto… Se’ così vago di noi come il can delle mazze”.
Vinciolo condivide tale ripugnanza per le femmine umane con ser Ciappelleto il quale “delle femine era vago come sono i cani de’ bastoni” (I, 1)
Quindi Pietro le fece preparare la cena e promise: “Disporrò di questa cosa in guisa che tu non t’avrai che rammaricare”. I tre cenarono e andarono a letto insieme. La novella non si impegna in un giudizio morale, se non: “chi la ti fa, fagliele”.
Del resto: Rusticus est nimium quem laedit adultera coniunx” (Ovidio, Amores III, 4, 37)
Torniamo ad Apuleio. L’adultera moglie del mugnaio cacciata trova una vecchia strega che provoca la morte del marito mandandogli un fantasma. Lucio rivendica ancora una volta la propria curiosità e capacità di osservare: “Accipe igitur, quem ad modum homo curiosus iumenti faciem sustinens cuncta, quae in perniciem pistoris mei gesta sunt, cognovi” (IX, 30), ascolta dunque come io, da uomo curioso sotto le vesti di un asino, potei sapere tutto quanto veniva ordito ai danni del mio mugnaio.
Queste storie di adulterio nello scrittore latino screditano il piacere sessuale. I mariti sono vari, ma generalmente dei fessi, le donne sono tutte uguali: lussuriose e fallaci.
Se vengono tradite loro, fanno come Medea (VIII, 22).

Conclusione dell’autore
Boccaccio risponde a chi lo accusa di avere scritto storie licenziose.
Egli replica che le sue novelle possono essere adoperate bene o male come ogni cosa e certamente le sue novelle non corromperanno le donne ben disposte come il loto non contamina i raggi solari. Chi non ha l’abitudine di leggere, non le legga e pensi a dire i paternostri o a fare il migliaccio o la torta. L’autore ammette che alcune storie sono meno belle di altre: “Conviene, nella moltitudine delle cose , diverse qualità  trovarsi”.
B. offre la sua fatica alle donne oziose. Perciò ha scritto tanto.
“Le cose brevi si convengono molto meglio agli studianti… Che a voi donne, alle quali tanto del tempo avanza quanto negli amorosi piaceri non ispendete; ed oltre a questo, per ciò che né ad Atene né a Bologna o a Parigi alcuna di voi non va a studiare, più distesamente parlarvi si conviene che a quegli che hanno negli studi gli ingegni assottigliati”.
Io sono stato molte volte uomo “pesato”; ebbene “affermo che io non son grave, anzi sono io sì lieve, che io sto a galla nell’acqua”.
Si pensi al peso dei versi nelle Rane di Euripide.
Le prediche dei frati “per rimorder delle loro colpe gli uomini, il più oggi piene di motti e di ciance e di scede (beffe) si veggiono”. Sicché ho usato gli stessi mezzi per cacciar la malinconia dalle femmine.
Comunque dei frati io scrivo il vero.
“Confesso nondimeno le cose di questo mondo non avere stabilità alcuna, ma essere sempre in mutamento, e così potrebbe della mia lingua essere intervenuto”.
Simile è la conclusione delle Metamorfosi di Ovidio dove il poeta Peligno fa parlare Pitagora. Il Sulmonese nel XV libro delle Metamorfosi dà voce al filosofo di Samo il quale ricorda che nella fortunata età dell'oro le bocche umane non erano contaminate dal sangue (v. 98). Dunque non si devono mangiare né sacrificare creature viventi agli dèi, siccome l'anima non muore ma trasmigra in altri corpi e altre regioni: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (v. 178), tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando 
Ho indicato alcuni maestri latini di Ovidio: Apuleio, Ovidio, Virgilio, Cicerone, Valerio Massimo. Non credo infatti che l’esempio di Temistocle derivi direttamente da Plutarco.
 Concludo aggiungendo Quintiliano dietro suggerimento di Carlo Muscetta.
Boccaccio nelle Genealogie (X, 10) polemizza contro coloro che mal conobbero il pensiero di Quintiliano. Se ne ricorda infatti il Certaldese quando rivendica l’abbondanza delle sua scrittura: “Vitanda est etiam illa Sallustiana… Brevitas et abruptum sermonis genus”[16], bisogna evitare anche quella famosa brevità sallustiana e quel tipo di stile precipitoso. 
Per quanto riguarda il realismo, Quintiliano suggerisce: “Credibilis erit narratio ante omnia, si prius consuluerimus nostrum animum, ne quid naturae dicamus adversum”[17], la narrazione dei fatti sarà prima di tutto credibile se prima ci saremo curati di non dire niente contrario alla natura.
Boccaccio ha appreso la grande lezione del realismo dei classici.
Il realismo di Dante era ancora solo “figurale”.
Nella parte che riguarda il riso, Quintiliano trova che il motto scherzoso capace di suscitare il riso sia un segno di urbanitas (VI, 3, 3) la cui assenza è rusticitas. L’urbanitas delle battute può togliere odiosità ai sospetti, come quando i giovani di Taranto accusati di aver parlato male di Pirro durante una bevuta, invece di scusarsi dissero: “Nisi lagōna defecisset, occidissemus te”
Dunque “narrare quae salsa sint in primis est subtile et oratorium” ( VI, 3, 39), narrare arguzie saporite è cosa soprattutto raffinata e degna di un oratore.
Ho preparato questo percorso sapendo bene che non potrò esporlo in una conferenza di un’ora. L’ho fatto con serietà, ossia con impiego di tempo, e con amore perché sono anche io homo curiosus, e perché so bene che l’arguzia imparata da Boccaccio potenzierà il mio parlare e il mio scrivere, cioè le attività che mi stanno più a cuore, siccome attività politiche, tali che mi tengono in contatto con la polis.

Giovanni Ghiselli, Bologna 1 settembre 2013


Aggiunta di un poco di storia:
Nel 1340 B. torna da Napoli a Firenze di mala voglia.
Nel 1343 muore Roberto d’Angiò. 
Il suo regno era già in decadenza, nonostante le iniziative culturali di questo re e il fatto che aveva cercato di assumere la funzione di guida del guelfismo italiano. Già da molto tempo  la Sicilia e la Sardegna erano in mano agli Aragonesi.
La Sicilia era stata sottratta a Carlo I d’Angiò  da Pietro III d’Aragona  nel 1282 in seguito ai Vespri siciliani. Pietro d’Aragona aveva sposato Costanza, figlia di Manfredi e si atteggiava a continuatore della politica Sveva.
La decadenza del regno di Napoli era anche dovuta al fatto che gli Angioini vi mantenevano condizioni feudali.
Nel 1442 Alfonso di Aragona, detto il Magnanimo, conquistava il regno di Napoli.
La peste del 1348  avviene in una situazione di crisi finanziaria ed economica.
Il ritorno di B. a Firenze è dovuto alla crisi finanziaria dei Bardi che nel 1346 falliranno. Nel 1343 falliscono i Peruzzi che, come i Bardi, avevano prestato denaro agli Angiò. L’Inghilterra non pagò i suoi debiti ai Peruzzi e Filippo di Valois in Francia fece arrestare i mercanti di Firenze. Anchr il regno di Napoli non pagava i debiti.
Nel 1341 i Fiorentini subiscono una disfatta dai Pisani alleati con i Visconti.
Roberto d’Angiò inviò un aiuto modesto guidato da Gualtieri VI di Bireme, detto il duca di Atene. Questo si appoggiò alla borghesia minore colpendo i “Grassi”.
I Grassi erano i Neri che Bonifacio VIII aveva aiutato a prevalere in Firenze.
Erano i grandi mercanti e finanzieri che costituivano la parte guelfa e governavano attraverso i priori e il gonfaloniere di giustizia.
L’avventuriero detto il duca di Atene dunque colpiva le grandi famiglie, nonostante fosse stato chiamato dal popolo grasso.
Fece giustiziare un Medici e un Altoviti. Nel 1342 fu acclamato signore a vita dal popolo. La sua dittatura era fondata sugli artigiani minori e sul popolo minuto. I Grassi si videro posposti a famiglie umili.
Nel 1343 Gualtieri venne cacciato da una congiura.
Nel 1345 ci fu lo sciopero dei tintori diretto da un operaio: Ciuto Brandini, ma vennero repressi dal popolo grasso, una anticipazione del tumulto dei Ciompi del 1378.
I Grassi comunque per qualche tempo dovettero associare al governo delle arti maggiori .quelle minori, ossia la gente nuova dei piccoli artigiani. Il Boccaccio scrive che quelli del contado “tolti dalla cazzuola e dall’aratro venivano sublimati al magistrato maggiore”.
Ben presto però la parte guelfa filopapale e antiimperiale riprende supremazia e prepotenza.
La vecchia oligarchia un poco alla volta esclude dal governo le arti minori, quelle meno intellettuali: nel 1346 una legge elimina dalla vita pubblica chiunque non fosse nato a Firenze. Erano chiamati ghibellini.
I capi delle arti minori non furono capaci di reagire. Nel 1349 le 14 arti minori vennero ridotte a sette con il pretesto che erano diminuite di numero per via della peste che sconvolse la vita sociale di Firenze: diffuse empietà, libertinaggio, formò una classe di nuovi ricchi che avevano approfittato del flagello: becchini, infermieri, mercanti di farmaci e così via.
Dopo la peste ci fu un periodo di pacificazione.
Ma nel 1354 venne approvata una legge che escludeva i “ghibellini” dai pubblici uffici. Bastava un sospetto di ghibellinismo.
Gli Albizzi erano i capi di questa caccia alle streghe; però nel 1367 i Ricci ridiedero qualche potere ai nuovi artigiani che rialzarono la testa con il popolo minuto.
Dopo il fallimento della rivolta dei Ciompi del 1378, l’oligarchia delle grandi famiglie di banchieri e mercanti (Albizzi, Strozzi) riacquista tutto il potere escludendo il popolo minuto. Nel 1405 alla morte di Gian Galeazzo Visconti, Firenze riesce a occupare Pisa e ad avere lo sbocco sul mare, poi anche Arezzo e Pistoia. Nel 1434 prende il potere Cosimo dei Medici.




[1] La paura della donna suggerisce  a Catone il Vecchio alcune parole  sulla  necessaria sottomissione della femina  al fine di tenere sotto controllo una natura altrimenti riottosa e sfrenata .
Così si esprime il Censore quando parla, nel 195 a. C., contro l'abrogazione della lex Oppia  che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone le quali erano scese in piazza proprio per manifestare a favore dell'annullamento della legge: "Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum...date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas...omnium rerum libertatem, immo licentiam , si vere dicere volumus, desiderant… Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt",  (Livio, Storie, XXXIV, 2, 11-14; 3, 2) i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore garante, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti...allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza... Desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla  con il giusto nome la licenza in tutti i campi…. Appena cominceranno a esserci pari, saranno superiori.
[2] H. Hesse, Demian (del 1919), p. 54.
[3] Metamorfosi I, 25 c’è l’edile che fa schiacciare i pesci. Pitagora salvò dei pesci. Cfr. Schopenhauer con Luca 5.
[4] Cfr. Medea di Seneca 411-416
[5] Quelli tra gli uomini e gli dèi.
[6] Fenomenologia dello spirito (del  1807). Capitolo 4 (A)
[7]M Bacthin, Dostoevskij , p 222.
[8] Cfr. h{bh, adolescenza. Più o meno “pederasta”.
[9] Nel dialogo Filebo di Platone il personaggio Filebo sostiene che il sommo bene è il piacere. Per Socrate è l’intelligenza e il sapere.
[10] Il contrario di questa uxorcula è la muliercula raccomandata da Lucrezio, la quale, pur deteriore forma, può farsi amare morigeris modis et munde corpore culto (IV, 1279 ss).
[11] J. Joyce, Ulisse, p. 139.
[12] Alla fine della prima giornata Elissa racconta la storia di Maestro Alberto da Bologna e la inizia dicendo che “i leggiadri motti” sono ornamento de’ laudevoli costumi e de’ ragionamenti piacevoli come le stelle ornano il cielo e i fiori i prati. I leggiadri motti devono essere brevi poiché il parlare a lungo, quando se ne può fare a meno, disdice.
Elissa biasima le donne che puntano tutto su orpelli esteriori, come panni più screziati, più vergati e con più fregi, senza pensare che un asino ne porterebbe di più. Quindi “queste così fregiate, così dipinte, così screziate, o come statue di marmo mutole ed insensibili stanno” o rispondono alle domande con parole più brutte del silenzio e con il loro tacere vogliono passare per riservate e pure “ed alla loro melensaggine hanno posto nome onestà” (I, 10)
[13] Nell’Ulisse di Joyce l’astus meretricius è visto piuttosto come istinto della donna: “Tinnulo calessino (quello che porta l’adultero Boylan all’incontro erotico con Molly). Lei voleva andare. Ecco perché. Donna. Tanto vale fermare il mare” (p. 372). Oppure Emilia nell’Otello: “Let husband know. Their wifes have sense like them: they see and smell, and have their palates both for sweet and sour, as husband have” (IV, 3), sappiano i mariti che le loro mogli hanno sensi come loro: esse vedono e odorano e hanno il palato per il dolce e per l’aspro, come i mariti.
[14] Aldo Carotenuto, Le rose nella mangiatoia, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1994.
[15] Proust premette queste parole al IV volume della Ricerca: “ Prima apparizione degli uomini-donne, discendenti da quegli abitanti di Sodoma che furono risparmiati dal fuoco celeste” Sodoma e Gomorra, p. 5.
[16] Institutio oratoria IV, 2, 44.
[17] Quintiliano, p. cit. IV, 2, 52.