mercoledì 21 agosto 2013

La condizione della donna: Boccaccio, Euripide, Aristofane, Senofonte




Prima parte della conferenza che terrò il 2 settembre alla festa provinciale dell’Unità di Bologna.

Il tema è Boccaccio

In questa sezione prendo spunto dal Proemio del Decameron per parlare della condizione delle donne.
Il Decameron fu scritto da Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1353.

Il Proemio
La compassione e la gratitudine.
Il Proemio comincia così: “Umana cosa è l’aver compassione degli afflitti”, che poi sono uomini innamorati non contraccambiati, e soprattutto le donne innamorate e respinte.
Scrive per gratitudine verso chi gli ha dato conforto in un amore ormai passato poiché “la gratitudine tra l’altre vertù è sommamente da commendare ed il contrario da biasimare”.
Cfr. la condanna dell’ingratitudine in Senofonte[1], e l’elogio della gratitudine nell’Eracle di Euripide[2].

La condizione femminile. La reclusione della donna .
Il conforto sarà conveniente donarlo “più alle vaghe donne che agli uomini… Esse dentro a’dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascoste” fiamme più forti delle palesi e “oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano, e quasi oziose[3] sedendosi… Seco rivolgono diversi pensieri, li quali non è possibile che sieno sempre allegri”.

Medea, la donna abbandonata e non rassegnata.
Leggiamo alcuni versi con i quali la Medea di Euripide lamenta la reclusione in casa delle donne.

“Fra tutti gli esseri, quanti sono vivi e hanno raziocinio,
noi donne siamo la creatura più tribolata:
noi che innanzitutto dobbiamo comprare[4] un marito
con gran dispendio di ricchezze, e prenderlo come padrone
del corpo, e questo è un male ancora più doloroso del male.
E in questo sta la gara massima, prenderlo cattivo
o buono. Infatti non danno buona fama le separazioni
alle donne, e non è possibile ripudiare lo sposo.
Quella poi giunta tra nuovi costumi e leggi,
bisogna che sia un'indovina, se non ha appreso da casa
con quale atteggiamento tratterà nel modo più appropriato il marito.
E se con noi che ci affatichiamo in questo con successo,
il coniuge convive, sopportando il giogo non per forza,
la vita è invidiabile; se no, bisogna morire.
Un uomo poi , quando gli pesa stare insieme a quelli di casa,
uscito fuori, depone la noia dal cuore
(volgendosi a un amico o a un coetaneo):
per noi al contrario è necessario mirare su una sola persona.
Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli
in casa, mentre loro combattono con la lancia,
pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo
preferirei stare che partorire una volta sola “. (
Medea, vv. 230-251).

La moglie silenziosa e sottomessa: Andromaca, personaggio delle tragedie di Euripide Troiane e Andromaca.
L’Andromaca delle Troiane (del 415) di Euripide è tutt’ altro tipo di sposa. Anche Ettore del resto non era Giasone
Sentiamo la vedova dell’eroe troiano :
"Io che mirai alla buona fama (ejgw; de; toxeuvsasa[5] th'" eujdoxiva", v.643) / dopo averla ottenuta in larga misura, fallivo il successo (th'" tuvch" hJmavrtanon, v. 644) [6]./Infatti quelle che sono le qualità conosciute di una sposa saggia / io le mettevo in pratica nella casa di Ettore. / Là dunque per prima cosa / che vi sia o non vi sia / motivo di biasimo per le donne (yovgo" gunaixivn, v. 648) / la cosa in sé attira / cattiva fama se una donna non rimane in casa [7], / io, messo via il desiderio di questo, rimanevo in casa ("e[mimnon ejn dovmoi"", v. 650); / e dentro casa non facevo entrare scaltre chiacchiere di donne /, ma avendo come maestro il mio senno (to;n de; nou'n didavskalon, v. 652)/ buono per natura, bastavo a me stessa. / E allo sposo offrivo silenzio di lingua e volto / calmo ("glwvssh" te sigh;n o[mma q j h{sucon povsei-parei'con", vv. 654-655); e sapevo in che cosa dovevo vincere lo sposo, / e in che cosa bisognava che lasciassi a lui la vittoria" (vv. 643-656).

La totale abnegazione di Andromaca in favore del marito.
In un’altra tragedia, Andromaca, la vedova di Ettore istruisce la più giovane Ermione dicendole che addirittura lei allattava i bastardi del proprio sposo.
La competizione va abolita per lasciare la vittoria all'uomo: "Bisogna infatti che la donna, anche se viene data in moglie a un uomo da poco/lo ami e non faccia gare di pensieri" (Andromaca, vv. 213-214).
In nome della sottomissione, Andromaca suggerisce di abbassare la testa e reprimere ogni sentimento e pensiero che non sia di devozione nei confronti dello sposo. Quindi, poco più avanti, aggiunge:: "O carissimo Ettore, io per compiacerti / partecipavo ai tuoi amori[8], se in qualche occasione Cipride ti faceva scivolare,/e la mammella ho offerto già molte volte ai tuoi bastardi /, per non darti nessuna amarezza. / E così facendo attiravo a me lo sposo / con la virtù ; tu[9] neppure una goccia di celeste rugiada/ lasci che si posi sul tuo sposo per paura" (vv. 222-228).
L'abnegazione di Andromaca arriva al punto di accettare le amanti di Ettore condividendo gli amori di lui, ossia amandole. Se questo le dava amarezza (pikrovn , v. 225) non importa: bastava toglierla allo sposo.

L’antifemminismo di Andromaca e quello, vero o presunto, di Euripide

Euripide ha ricevuto da Aristofane, tra l’altro, la reputazione di misogino: nelle Tesmoforiazuse che rappresenta le donne alla festa di Demetra, una battuta attribuita al personaggio del tragediografo manifesta il suo timore delle femmine umane decise a vendicarsi per tutte le maldicenze, più o meno giustamente, subite: “mevllousi m j aiJ gunai'ke~ ajpolei'n thvmeron / toi'~ Qesmoforivoi~, o[ti kakw'~ aujta;~ levgw" (vv. 181-182), oggi alle Tesmoforie le donne vogliono uccidermi poiché dico male di loro[10].

Andromaca dunque conclude l'episodio (il primo della tragedia) scagliando un anatema contro tutte le donne immorali, o contro tutte le donne esclusa se stessa, se vogliamo dare credito alla nomea di antifemminismo del suo creatore:

"E' terribile che uno degli dèi abbia concesso farmaci
ai mortali anche contro i morsi dei serpenti velenosi,
mentre per ciò che va oltre la vipera e il fuoco,
per la donna, nessuno ha trovato ancora dei rimedi
se è cattiva: così grande male siamo noi per gli uomini"(269-273).
Un antifemminismo certamente professato da Andromaca nel secondo episodio:
"non bisogna preparare grandi mali per piccole cose
né, se noi donne siamo un male pernicioso,
gli uomini devono assimilarsi alla nostra natura"(352-354).

Più avanti Ermione, la moglie legittima, parlando con Oreste, deplora la rovina subita dalle visite delle comari maligne: "kakw'n gunaikw'n ei[sodoi m ' ajjpwvlesan" (v. 930). La sposa che permette a tale genìa di guastare la sua intesa coniugale, viene come trascinata da un vento di demenza. Sentiamo la figlia di Menelao pentita di essersi lasciata montare la testa da queste pessime maestre che hanno provocato la rovina del suo matrimonio con Neottolemo: "Ed io ascoltando queste parole di Sirene[11], / scaltre, maligne, variopinte, chiacchierone, / fui trascinata da un vento di follia. Che bisogno c'era infatti che io / controllassi il mio sposo, io che avevo quanto mi occorreva? / grande era la mia prosperità, ero padrona della casa, / e avrei generato figli legittimi, / quella[12] invece dei mezzi schiavi e bastardi[13] servi dei miei. / Mai, mai, infatti non lo dirò una sola volta, / bisogna che quelli che hanno senno, e hanno una moglie, / lascino andare e venire dalla moglie che è in casa / le donne: queste infatti sono maestre di mali: / una per guadagnare qualcosa contribuisce a corrompere il letto, / un'altra, siccome ha commesso una colpa vuole che diventi malata con lei, / molte poi per dissolutezza; quindi sono malate / le case degli uomini. Considerando questo, custodite bene / con serrature e sbarre le porte delle case; / infatti nulla di sano producono le visite / dall'esterno delle donne ma molte brutture e anche dei mali (vv. 936-953).

Secondo Senofonte[14] la sposa deve occuparsi dei lavori interni alla casa, mentre il marito seguirà quelli esterni. Infatti per la donna è più bello restare dentro casa che vivere fuori (" Th'/ me;n ga;r gunaiki; kavllion e[ndon mevnein h] quraulei'n", Economico , VII, 30); per l'uomo al contrario è più vergognoso rimanere in casa che impegnarsi nelle cose esterne.

Nella Lisistra, Aristofane fa dire all'ateniese Cleonice:"caleph; toi gunaikw'n e[xodo" "(v. 16), è difficile per noi donne uscire. Infatti, spiega questa sposa, una di noi deve attendere il marito, l'altra deve svegliare lo schiavo, l'altra mettere a letto il bambino, l’altra lavarlo, l'altra imboccarlo (vv. 17-20). Ma, ribatte Lisistrata, ci sono cose più importanti per loro (v. 20). Si tratta di porre termine alla guerra. Noi donne di Atene, con quelle di Beozia e con quelle del Peloponneso, sostiene la protagonista, insieme salveremo la Grecia (koinh'/ swvsomen th;n JEllavda"[15] (v. 41).

Mettiamoci almeno un autore latino, un santo per giunta.
Al tipo della moglie sottomessa appartiene Monica, la madre di Agostino la quale “tradita viro servivit veluti domino” (Confessiones, 9, 9), affidata al marito, lo servì come un padrone. Non solo: “ita autem toleravit cubilis iniurias, ut nullam de hac re cum marito haberet umquam simultatem”, del resto tollerò le offese del letto tanto da non farne mai motivo di litigio.
E non è finita qui: aveva imparato a non opporsi al marito infuriato e questa remissività la salvava dalle botte che invece le mogli litigiose buscavano. E quando ne parlavano con lei “illae arguebant maritorum vitam, haec earum linguam”, quelle accusavano la vita dei mariti, ella la loro lingua. Ricordava pure che il contratto matrimoniale prevedeva la loro schiavitù, per cui, memori della loro condizione, non era il caso che fossero arroganti con i loro padroni: “proinde memores conditionis superbire adversus dominos non oportere”. Ella con il suo metodo non prendeva botte dal pur violento marito Patrizio. Insomma Monica era persevērans tolerantiā et mansuetudine, persistente nella tolleranza e nella mansuetudine.
E, per concludere la rassegna, un autore mitteleuropeo.
Non diversi da quelli di Ettore sono i gusti del triestino Zeno:"Ora non avrei avuto che un desiderio: correre dalla mia vera moglie, solo per vederla intenta al suo lavoro di formica assidua, mentre metteva in salvo le nostre cose in un'atmosfera di canfora e di naftalina"[16].

Ma torniamo a Boccaccio
Il Certaldese afferma, come la Medea di Euripide, che gli uomini, diversamente dalle donne, hanno molte possibilità di alleviare “malinconia o gravezza di pensieri…che a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e vedere molte cose, uccellare, cacciare o pescare, cavalcare, giucare o mercatare” attività con le quali possono trarre l’animo a sé “e dal noioso pensiero rimuoverlo”.

In conclusione di Proemio, l’autore del Decameron espone la sua intenzione di porre un rimedio al peccato della fortuna.
Questa “ dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno”. E allora: “ in soccorso e rifugio di quelle che amano, perciò che all’altre è assai l’ago il fuso e l’arcolaio, io intendo di raccontare cento novelle o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistilenzioso tempo della passata mortalità”.

Giovanni Ghiselli

[1] Senofonte Nella Ciropedia annette al vizio capitale dell'ingratitudine quello dell'impudenza che
 anzi considera madre di tutte le turpitudini: "e{pesqai de; dokei' mavlista th'/ ajcaristiva/ hJ 
ajnaiscuntiva: kai; ga;r au}th megivsth dokei' ei\nai ejpi; pavnta ta; aijscra; hJgemwvn" (I, 2, 7),
 pare che all'ingratitudine di solito si accompagni l'impudenza: questa infatti sembra essere 
la guida più grande verso tutte le brutture.
[2] Il tragediografo mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice: "cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia, e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.
[3] L’ozio è un pessimo consigliere: spinse Egisto a sedurre la cognata e a preparare la morte del marito tradito e di loro due amanti. Cfr. Ovidio: "Quaeritis Aegisthus quare sit factus adulter; / in promptu causa est; desidiosus erat" (Remedia amoris, vv. 161-162), volete sapere perché Egisto divenne adultero? il motivo è a portata di mano: non aveva nulla da fare. Gli altri Greci infatti facevano la guerra e ad Argo non c'erano processi a impegnarlo.
[4] Con la dote.
[5] L'ottima sposa si presenta, metaforicamente, come un arciere toxovth" che con il suo arco (tovxon) mira alla buona reputazione cui si accompagna la felicità nella culture of shame
[6] Euripide sembra indicare l'insufficienza "della cultura di vergogna"
[7] Nell'Elettra di Euripide il contadino che ha sposato la figlia di Agamennone senza del resto consumare il matrimonio, dopo avere visto la moglie che parla con Oreste davanti alla casupola, le dice: "gunaikiv toi-aijscro;n met' ajndrw'n eJstavnai neaniw'n" (vv. 343-344), per una donna certo è una vergogna stare fuori con uomini giovani.
[8] Cfr. Amarcord di Fellini.
[9] Andromaca sta istruendo la più giovane Ermione che è anche la moglie di Neottolemo il quale la pospone alla vedova di Ettore. 
[10] Il parente che si reca alla festa travestito da donna per difendere Euripide, risponde all’accusatrice la quale lo rimprovera poiché fa il paladino di un tragediografo che non ha rappresentato mai una Penelope, gunh; swvfrwn (Tesmoforiazuse, v. 548), una signora per bene. Ecco le parole del difensore di Euripide :"io infatti conosco la causa: ché, tra le donne di ora, non potresti menzionarmi una sola Penelope, sono tutte Fedre, dalla prima all'ultima"(vv. 549-550). Con questo nome si intende la moglie infedele, anzi sgualdrina come viene chiamata Fedra in compagnia di Stenebea nelle Rane (v. 1043). Ma la creatura di Euripide è un'altra cosa. Casomai donna favorevole ai facili costumi nell’Ippolito è la nutrice di Fedra che cerca di favorire il soddisfacimento della libidine della sua signora per il figliastro in varie maniere: prima spingendola a non curarsi dell'integrità morale: "chi è nato per morire non deve passare la vita affaticandosi troppo" (Ippolito, v. 467); quindi tentando di chiarirle di quale cosa veramente necessiti:"tu non hai bisogno di parole piene di decoro, ma di quell'uomo"(Ippolito, 490-491). Infine la nutrice rivela l’amore della sua pupilla a Ippolito il quale, dedito principalmente a intrecciare ghirlande con fiori colti da prati immacolati (vv.73-74) per donarle ad Artemide, una dea vergine, dà in escandescenze, e si scaglia contro le femmine umane tutte, biasimate in ogni possibile versione, tanto che per ciascuna viene auspicata come naturale la convivenza con le bestie mute (v.646). Leggiamo l’intera invettiva: “O Zeus perché ponesti nella luce del sole le donne, un male ingannatore per gli uomini? Se infatti volevi seminare la stirpe mortale, non era necessario ottenere questo dalle donne , ma bastava che i mortali mettendo in cambio nei tuoi templi oro e ferro o un peso di bronzo, comprassero il seme dei figli, ciascuno del valore del dono offerto, e vivessero in case libere, senza le femmine. Ora invece quando dapprima stiamo per portare in casa quel malanno, sperperiamo la prosperità della casa. Con questo è chiaro che la donna è un gran malanno: infatti il padre che l'ha generata e allevata, dopo avere aggiunto la dote la colloca altrove, per liberarsi da un male. Quello che ha preso in casa la pianta perniciosa invece, gode nel caricare di ornamenti belli l'idolo pessimo e si affatica per i pepli, infelice, distruggendo la ricchezza della casa. Ma è costretto al punto che, se si è imparentato bene, si tiene lieto un letto amaro, mentre, se ha preso buoni letti ma parenti inutili stringe con il bene una sciagura. E' più facile per quello con il quale si è messa in casa una nullità, che del resto è una donna inutile per la stoltezza. La saccente poi la detesto; che non stia in casa con me una donna la quale pensi più di quanto a una donna convenga. Infatti l'operare malvagio Cipride lo fa nascere più nelle saccenti; mentre una donna sprovveduta è sottratta alla pazzia dalla sua mente corta. Bisognerebbe poi che dalla donna non andasse una serva ma che con loro vivessero le mute bestie feroci tra i bruti, affinché non potessero parlare ad alcuno né ricevessero a loro volta voce da quelle. Ma ora le scellerate che sono in casa filano tele scellerate e le serve le portano fuori. Come anche tu, certo, scellerata testa, sei venuta da me per trafficare il letto inviolabile del padre, infamie che io ripulirò con acque correnti, versandole nelle orecchie. Come dunque potrei essere cattivo io che avendo udito tali infamie ritengo di essere impuro? Sappi bene o donna che ti salva la mia religiosità: se infatti non fossi stato preso alla sprovvista da giuramenti sugli dèi, non mi sarei mai trattenuto dal rilevare questo al padre. Ma ora me ne vado al palazzo finché Teseo è lontano dalla regione, e terrò la bocca in silenzio. Poi, tornato con il piede del padre, osserverò come lo guarderai tu e la tua padrona; e mi renderò conto, avendola assaggiata, della tua sfrontatezza. Possiate morire! Non mi sazierò mai di odiare le donne, neppure se uno dice che io lo ripeto sempre; infatti quelle appunto sono sempre malvagie in una maniera o nell'altra. Dunque o qualcuno insegna loro a essere sagge, oppure lasci che io le calpesti sempre" (Ippolito  vv. 616-668).
[11] Sono mostri che adescano i naviganti con la malìa del loro canto per poi ucciderli. Per attirare Odisseo gli dicono che chi fa sosta da loro riparte pieno di gioia e conoscendo più cose ("kai; pleivona eijdwv"", Odissea, XII, 188). Ma il figlio di Laerte, unico tra gli uomini, riesce a udire il canto delle Sirene senza esserne sedotto. Come nel caso di Circe, come in quello dell'accesso all'Ade, egli sa che cosa deve fare, e di fronte alle Sirene escogita uno stratagemma: tappa gli orecchi dei suoi marinai e si fa legare all'albero della nave.
[12] Andromaca che dopo la morte di Ettore e la caduta di Troia era diventata , per forza, schiava e amante di Neottolemo, il figlio di Achille. .
[13] Si può pensare all'elogio dei bastardi pronunciato da Edmondo, il figlio illegittimo (di Gloster) che nel Re Lear si presenta come devoto adoratore della dea natura. "Thou, Nature, art my goddess". Bastardo dunque, secondo la natura, è un titolo onorifico: "Noi nel gagliardo furto di natura prendiamo una tempra più solida maggior fierezza di carattere rispetto ai gonzi generati tra il sonno e la veglia in un letto freddo, frollo e fiacco" (I, 2).
[14] 430 ca-355ca a. C.
[15] Ricevo oggi, 3 marzo 2003, questa posta elettronica dagli USA:"Oggi, in almeno 600 citta americane, leggeranno Lysistrata (non lo so come
si scrive in italiano) come una forma di lotta contro la guerra. Purtroppo non ho informazione piu precise, la cosa e organizzata da un
gruppo di femministe, l'ho sentita su CNN.
Tanti saluti .Agatha. 
[16] Svevo, La coscienza di Zeno, p. 241.

lunedì 19 agosto 2013

"Atti mancati" parte terza

 
 
III e ultima parte della conferenza che terrò il 28 agosto alle ore 21 nella libreria della Festa provinciale dell’Unità di Bologna.
Presenterò il libro Atti mancati di Matteo Marchesini, Voland, Roma 2012
Ne ho già parlato in queste pagine: 1a parte, 2a parte


IX capitolo (pp. 74-88)
Usciti da villa Baruzziana, Marco e Lucia sono in macchina sullo stradone verso la Persicetana. L’uomo quasi trema di rabbia per l’assurdità della visita grottesca cui lei l’ha costretto. Ha la sensazione che Lucia giochi con lui.
Ha pure la sensazione che la ragazza abbia voluto mettergli “davanti Davide come uno specchio appena deformato” (p. 75).
Il decisionismo di lei lo ipnotizza e lo immobilizza.
Lucia ha la vocazione delle metamorfosi; dove c’è lei le cose cambiano (p. 76) e i suoi mutamenti penetrano perfino nei sottilissimi spifferi di realtà che Marco lascia entrare in sé.
Apre bocca Lucia con “allegria…sinistra”.
E’ un efficace ossimoro, e del resto Lucia stessa e Marco e Davide, Ernesto sono tutti ossimori viventi, come Bruto e Amleto. Questi sono falsi sciocchi, loro sono false persone.
Di Davide, Marco dice: “sembra che abbia assoldato un truccatore” (p. 76). Ha cambiato immagine “per parassitare il fratello morto, per prenderne beffardamente il posto”.
Comunque Davide recitava, ha sempre recitato.
L’automobile imbocca la Centese (p. 77).

Marco avverte nell’aria l’Eris1 che certi personaggi associano sempre a Eros: Lucia parla “come se mi stesse concedendo un breve armistizio” (p. 77).
Scendono alla trattoria Bonasoni di San Matteo della Decima. Per loro è un luogo storico, quasi sacro, un monumento al loro passato.
Marco ricorda le prime volte che andarono insieme in quel luogo ultrapopolare, frequentato da camionisti in tuta e “la felicità esotistica” (p. 78) di Lucia.
Noi del ’68 andavamo nei paesi dell’est, quelli del patto di Varsavia per amore dell’esotismo socio politico. Più tardi, a Bologna, al Mulino Bruciato o dai tre vecchi di San Pietro.

Loro due all’epoca erano contenti e si lasciavano andare: per brevi tratti cadeva la maschera e ogni affettazione.
Ma la maschera cadrà del tutto solo negli ultimi capitoli, in prossimità della morte di lei
Cito alcuni esametri di Lucrezio dove l’autore del De rerum natura sostiene che la maschera cade del tutto nelle difficoltà e nei pericolo:"Quo magis in dubiis hominem spectare periclis/convenit adversisque in rebus noscere qui sit;/nam verae voces tum demum pectore ab imo/eliciuntur <et> eripitur persona, manet res" (III, 55-58), tanto più è necessario provare la persona nei pericoli rischiosi e conoscerne la qualità nelle situazioni sfavorevoli; infatti le parole autentiche allora finalmente escono dal fondo del cuore e si strappa la maschera, rimane la sostanza.

Ora invece i due distillano le parole e compongono quasi letterariamente le frasi (p. 79). L’atmosfera della trattoria, i ricordi, comunque conciliano un certo, precario, buonumore.
Ma alla domanda diretta: “ ‘perché mi hai lasciato dopo il funerale?’, Lucia reagisce “delusiva come un oracolo” (p. 80). Risponde cambiando argomento: ha letto il troncone del romanzo di Marco.
Quindi la critica: “No so, è come se le tue pagine fossero al tempo stesso troppo intelligenti e un po’ cieche, come se si muovessero intorno a un centro che non viene mai galla” (p. 81). Pagine che riflettono la paura di vedere la realtà effettuale delle cose spogliate da “fuchi calamistri e altri elementi ascitizi” che le mistificano.
Poi arriva il cibo. Lui si abbuffa, lei ne lascia la metà sul piatto. Un altro segno di discrepanza. Lucia si sente male.
Vanno comunque al Pratello.
Lucia gli ricorda il periodo in cui lui si sottraeva al contatto fisico, come se fosse diventata sua sorella o peggio sua madre (p. 83)
A Marco viene in mente una battuta di Groucho Marx “sugli uomini che non accetterebbero mai di stare con una donna che si mettesse con uno come loro” (p. 83). La realtà è stata tenuta fuori dalla porta, vista come un noumeno.
Finalmente Lucia spiega che è scappata per questo: “non potevo strapparti a forza dall’angolo in cui ti eri rifugiato” (p. 83).
Un angolo, per giunta inameno.
Parlano un poco di Ernesto ma, dice Lucia: “tu non rifiuti: lasci sfumare, piuttosto. O divaghi”.
Lucia ricorda un episodio, una doppia commedia recitata da Marco, prima per dare importanza a se stesso, poi, per resipiscenza, a Ernesto.
Dietro di te spuntano subito le erinni, come diresti tu: la vergogna, il rimorso eccessivo, sbagliato” (p. 85). Può essere un modo per prevenire mali peggiori.
Cfr. uJmei`~ me;n oujc oJra`te tavsd j, ejgw; d j oJrw` (Eschilo, Coefore, 1061), "voi non le vedete queste, ma io le vedo". Parla Oreste inseguito dalle Erinni.
Questo verso cruciale è citato da Eliot quale epigrafe di Sweeny agonista del 1930. Quindi, nel dramma La Riunione di famiglia (del 1939) mostra come tali visioni siano un privilegio:"Voi non le vedete, ma io le vedo, ed esse vedono me".
Bisognerebbe seguire le Erinni come segni mandati da un altro mondo, non cercare invano di evitarle con un'impossibile fuga in quella "deriva infinita di forme urlanti in un deserto circolare" che è la storia umana. Quelli che vedono le Erinni insomma, sono monocoli in una terra di ciechi i quali pongono fede nell'ordine mondano non regolato da un cosmo superiore, divino, e non fanno che fissare il disordine con occhi vuoti.
Marco è competitivo, agonistico ma anche frenato dalle Erinni.
Intanto beve il nero d’Avola (p. 86) e fa un gesto di resa “la canonica apertura di braccia” che significa “colpito e affondato”.
Fanno due passi per il Pratello. Vedono “la vecchia matta in giarrettiere e sottoveste col rossetto sbavato e la rosa rossa piantata tra i seni flaccidi, che tutti qui chiamano contessa” (p. 87).
Un poco di colore e folklore della Bologna fricchettona.
Marco menziona le code di Bologna. Io non le ho viste quasi mai, o solo qualche volta alla cassa del cinema Odeon. Quando ero studente facevo la coda alla segreteria della facoltà di lettere. Tra il Pratello e Belle Arti, non c’è posto per la fretta “niente zelo, per nessun motivo al mondo” (p. 87). Eppure il tempo è il nostro bene più prezioso.
Lucia continua a fissare l’agenda sua e di Marco il quale acconsente come se sperasse di scoprire in lei “chissà quale saggezza purificatrice” (p. 88). Ancora il tw/` pavqei mavqo~.
Poi però, quando lei lo saluta con “a domani!”, “la voglia di sfuggirla” prevale di nuovo. E’ la paura dell’autonomia minacciata, e il bisogno di tempo per riflettere, per “assorbire tutte le sue parole e cicatrizzare le ferite che mi hanno inflitto con quasi scientifica minuzia” (p. 88). Da questo rapporto non è assente il sadismo.

X capitolo (pp.89-93)
Lucia non si fa sentire. Marco si butta sul lavoro. Poi, dopo 10 giorni le telefona. Risponde il padre, il dottor Malaguti che non gli passa Lucia dicendo che è impegnata (p. 90). Marco consuma “con la solita voracità bulimica” il suo pranzo preferito, “quello ribattezzato da Lucia “delle tre B”: bufala, banana, birra”. Anche bulimia comincia con b.
Gironzola , ma alla fine non può resistere: si avvicina al portone di Lucia per suonare il campanello. Lì vede un furgone bianco, e lo identifica come uno di quelli che portano morfina ai malati terminali (p. 91). Gli viene in mente una frase di Lucia “ho finito le cure” (p. 92). Il furgone è come l’ultimo tassello .
Torna a casa dove Lucia lo chiama con voce squillante e gli propone di andare da Bernardo. Marco telefona all’amico che li invita a pranzo

XI capitolo 94-100
Lucia appare molto sofferente, e spenge l’estrema speranza di Marco sulla sua sopravvivenza. Magrissima e, nello stesso tempo, con una guancia gonfia (p. 94). La donna è oramai tutta deformata dalla malattia. I due non sanno come parlarne: “Non abbiamo parole condivise per affrontare il dolore. Non le abbiamo avute neanche per Ernesto” (p. 95). Ma presto verranno da sole e ci sarà la resa dei conti. Salgono per la Porrettana.
Lucia ora vuole chiarire. Vuole che Marco apra gli occhi e guardi finalmente. Vuole anche rivedere la chiesa di Alvar Aalto (p. 98)
Dal ponte che separa Grizzana da Riola si possono vedere due costruzioni simili a specie incompatibili e nemiche: “l’eclettismo follemente ottocentesco della Rocchetta Mattei e l’ascetico Novecento del tempio di Aalto” (p. 98). Possono simboleggiare i due personaggi o i loro ambienti di provenienza. Entrano nella chiesa e si fermano tra le panche di abete “come se in quel chiarore modernista, dove il cattolicesimo si traveste di patetiche nudità luterane, dovesse accaderci qualcosa” (p. 98). Le nudità delle opere di Aalto vuole essere mimetica della natura. Una mivmhsi~ th`~ fuvsew~. Ora Marco chiede a Lucia di parlargli anche di quello che lui non vuole sapere. Ma lei non parla. Soltanto dopo il superamento di Porretta, Lucia comincia a parlare. Ricorda che il giorno del funerale del loro amico, Pagi le telefonò per dirle che il romanzo di Ernesto gli era piaciuto. Sta per dire altro ma poi si interrompe “Adesso mi riposo”. Marco ha capito che la confessione finale non sarà senza dolore per lui, e che forse gli toglierà il poco equilibrio che gli rimane.
Lucia “ chiude gli occhi mentre rallento, tenendo il volante stretto con tutte e due le mani per non sbandare” (p. 100)

XII pp. 101-109
Bernardo Pagi li accoglie chiamandoli “Lucia” (invece del solito bambina, il che fa rabbrividire Marco) e “polemista”. Molinari va a lavarsi le mani e si guarda allo specchio: “più grasso, più stempiato ma in fondo uguale” (p. 100). Invero qualche cosa della decadenza dell’ambiente di Lucia si è attaccata pure a lui.
Certamente ama molto mangiare. La cuoca di Pagi, Rina dai capelli “orribilmente rossi” sa fare “divinamente le pappardelle al cinghiale e il pollo dorato”. Uno solo di questi due piatti basta e avanza a nutrire.
Mi viene in mente il Satyricon.
Vediamone tre righe :" recepta cocus tunica cultrum arripuit porcique ventrem hinc atque illinc timida manu secuit. nec mora , ex plagis ponderis inclinatione crescentibus tomacula cum botulis effusa sunt" (49, 9-10), il cuoco, ripresa la tunica, afferrò un coltello e con mano circospetta sventrò il maiale da una parte e dall'altra. Senza indugio, dai tagli che si allargavano per la pressione del peso, sgorgarono salcicce con involtini.
Bernardo diversamente da Molinari “ha fatto pace con la realtà” e si è ritirato lassù solo perché vuole essere lasciato tranquillo (p, 102).
Il ritiro dalla polis mi sembra una tranquillità improduttiva. E’ vero che il maestro scrive, ma la scrittura viva si nutre anche di rapporti umani.
Arriva “il pentolone delle pappardelle” mentre Bernardo versa il vino “bianco giallino e trasparente” comprato “a un’osteria di Mentemurlo, durante una delle periodiche bevute con Guccini” (p. 103).
Un maestro di trasgressioni disordinate, trasgressioni non politiche, fondate sul narcisismo.
Bernardo ne ricorda le sbronze, come cose simpatiche.
La cuoca ribatte “A l’è un sudiciòn” (103). Poi sparisce in cucina “come una caratterista che esce di scena”. Una realtà diversa, quasi ridicola rispetto a questi intellettuali.
Eppure più avanti leggiamo che Pagi prima di mandare i pezzi ai giornali li sottopone al giudizio della cuoca (p. 105).
Intanto Bernardo racconta fatti di cronaca “con un brio..leggero” con “l’arte consumata del conversatore” (p. 103).
Mi viene in mente Odisseo la “consumata volpe” del Filottete di Sofocle.
Pagi possiede tutti gli artifici del sofista, infatti viene paragonato a Socrate il quale secondo Leopardi non fu altro che un sofista: “E Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri2 e de' fuchi3 e d'ogni ornamento ascitizio4 e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).

Io voglio solo che ciascuno mostri ciò che è” ha detto Pagi (p. 104).
A Molinari ha fatto confessare “invidie…Wille zur Macht” la tendenza a nascondersi a se stesso e “la foga verbale che occulta tutto questo” (p. 104). Marco scinde il parlato dissimulatore dallo scritto dove dice la verità. Sul romanzo che non procede Pagi incoraggia Molinari: gli dice che finire un libro è solo “prenderne atto” (p. 105). Prendere atto di che cosa? Della necessità di scriverlo? Della realtà? Lo chiederò all’autore.
Arriva la Rina con il pollo dorato.
Molinari mangia in fretta, come ha fretta nello scrivere
E’ come col cibo, hai un rapporto infantile col cibo. Eh Lucia? Si vede da come mangia, tutto assieme” (p. 106).
Bernardo parla del suo impegno di critico anomalo: “un critico militante non può essere un critico giornaliero, pena la costrizione di dare l’onore delle armi a un sacco di paccottiglia” (p. 107).
Pasolini non ha mai sentito quest’obbligo. Vero è che l’ha pagata cara.
Poi arriva la torta di miele. “La Rina il miele lo prende su dagli Elfi”. C’è il gusto del cibo buono che in effetti è un piacere. Del resto perdere la sana snellezza è un grosso dispiacere ed è un male per la salute.
Viene deriso un critico ligio ai luoghi comuni del “politicamente corretto”. Uno di quelli che appena sentono un giudizio fuori dagli schemi della sinistra ti danno del fascista. Insomma un imbecille. “Leggono troppo e non capiscono. E se non capisci, dov’è il gusto?” (p. 108),
Poi Bernardo offre delle stanze ma i due escono. Lucia si mette a parlare di Ernesto.

Capitolo XIII (pp. 110-115).
Racconta del pomeriggio in cui salirono entrambi nella casa di via Castiglione. Lui raccontava l’impermeabilità di Davide, Lucia quella di Marco. Poi si sono scambiati un bacio. Poi “è successo” (p. 111). L’aposiopesi pudica fa comunque intendere che fu fatto “il massimo”. “Ed è stato tutto molto breve, molto asettico” (p. 111).
Invero la sepsi, la sh`yi~, la putrefazione, c’è stata.
Dopo, Ernesto era agitatissimo. Uscì per andare da Davide.
Lucia dice che Marco sottraendosi a entrambi aveva rotto l’equilibrio a tre: aveva lasciato un vuoto d’aria che aveva fatto cadere gli altri due uno sull’altro (p. 112).
Chi si fa un amante o un’amante trova sempre il modo di colpevolizzare il compagno. Marco pensa che forse è stato Davide a fare sbandare la smart del fratello piazzandosi davanti alla macchina. Lucia fa altre rivelazioni. La scatola nera si apre e Marco prova “quel senso di liberazione che è sempre legato a un improvviso, irrefutabile senso di realtà” (p. 114). Tucidide e Machiavelli.
I due sono presi dal rimorso: lei per quello che ha fatto, e lui per quanto non ha fatto. Non ha portato a Biagi il romanzo di Ernesto, non in tempo.
Marco si è punito non finendo il proprio romanzo, e Lucia molto peggio perché non aveva l’osso del romanzo da gettare ai denti micidiali del cane del rimorso.

XIV capitolo pp. 116-119
Marco si allontana in silenzio da Lucia. Si avvicina a Bernardo e gli tornano in mente queste sue parole: “C’è qualcosa di opaco. E forse riguarda te, non lei” (p. 116). Biagi gli consiglia di starle vicino e di non fare più niente di falso, di non chiudere gli occhi.
Gli dice anche che lo legge e che leggendolo sente “il ronzio della paura…accumuli il lavoro, ti seppellisci e intanto seppellisci” (p. 117). Quindi: “non sprecare questa occasione, non difenderti Marco. E’ l’unico modo”. E’ l’occasione per fare chiarezza completa.
Bernardo li saluta con un sentimento lontano, di quella lontananza che non è anaffettività ma “fedeltà al poco che si può davvero fare per gli altri senza essere velleitari, senza barare con se stessi” (p. 119)

XV capitolo pp. 120-122
Capitolo in corsivo. Racconta un sogno, con una festa di ragazzi, una partita di pallone e l’inettitudine di Marco a questo gioco, la sua distrazione, Ernesto impermeabile alle volgarità, poi il primo bacio ricevuto da Lucia che gli dice: “tu vedi tutto. Da lontano però eh? Devi avere la classica presbiopia del maschio orgoglioso, tu” (p. 122). Poi il risveglio “zuppo di sudore, col fiato grosso e i denti stretti”. Marco ha sognato per la prima volta l’esatta verità.

XVI pp. 123-125
Marco scrive finalmente il suo romanzo, questo romanzo.
Il dolore gli ha dato chiarezza: “Era un dolore lucido, forte e vasto come non l’avevo mai sentito; ma al tempo stesso era la cosa più stranamente simile alla serenità che avessi provato da molto tempo”. E’ il dolore che spazza via le nebbie.
Poi Lucia lo chiama, gli chiede di portarle qualche cosa di suo da leggere. Gli apre il padre. Lucia è moribonda. Marco non riesce a non piangere, ma cerca di minimizzare, di camuffare l’atto con le parole: “piango della mia prevedibilità” (p. 124).
Lucia gli dice che l’importante è questo romanzo, poi gli chiede di andare all’Hospice di Bentivoglio dove la porteranno. “Vorrei poter fare un viaggio con te”. Quindi lo congeda “Ora vai, devo un po’ dormire”.
Marco esce e si ritrova “in mezzo alla folla carica di pacchi pasquali”.
Fa pensare alla resurrezione di Cristo. S’incammina a occhi chiusi tra due comitive e si lascia trascinare “da quel fiume lento e ronzante verso le luci della Porta” (p. 125). Sono le ultime parole del romanzo

Giovanni Ghiselli

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1 Ovidio negli Amores scrive: "Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido; / Attice, crede mihi, militat omnis amans" (I, 9, 1-2), è un soldato ogni amante; anche Cupido ha il suo campo di guerra; Attico, credimi, ogni amante è un soldato.
2 Da calamistrum, “ferro per arricciare i capelli” (ndr).
3 Da fucus, “tintura rossa” (ndr).
4 Da ascisco, “annetto” (ndr).