giovedì 21 agosto 2025

Nietzsche Argomenti vari 14 . La crescita attraverso il dolore.


 La scuola del dolore, del grande dolore-ignorate forse che questa scuola soltanto, ha finora permesso all’uomo di ascendere alle più elevate altitudini?”[1].

“Agitando il tirso  egli ha esaltato estaticamente la vita forte e bella, trionfante, ignara di moralità…ma, nello stesso tempo, nessuno più di lui ha reso omaggio al dolore: “La capacità di soffrire più o meno profondamente determina il diverso valore degli individui” egli ha detto…”Voglio” dice aver la vita tanto dura quanto un uomo può averla. E dura se la rese, dura fino alla santità”[2].

“Questo homo sono io, compreso l’ecce». Ha scritto Nietzsche un una lettera a Meta von Salis del 14 novembre 1888.

Il pavqo~ deve essere valorizzato e redento dal mavqo~, secondo quanto afferma il coro di vecchi argivi nella Parodo dell’Agamennone di Eschilo: tw/' pavqei mavqo" [3], attraverso la sofferenza si giunge alla comprensione[4]. Una sentenza topica che ha avuto un lungo seguito nella letteratura europea: da Euripide, a Menandro, a Proust, a Hermann Hesse.

Pavqo~ è ciò che si subisce, ed è anche “passione”(cfr. Platone Fedro 265b to; ejrwtiko;n pavqo~).

 Ebbene, Nietzsche nel terzo libro di La gaia scienza (1882) scrive sul “Colore delle passioni” segnalando la differenza tra le passioni per gli Ebrei e per i Greci: “ Personalità del genere dell’apostolo Paolo hanno per le passioni un “occhio malvagio”; di esse conoscono soltanto quel che è sudicio, deformante e straziante-il loro impulso ideale mira perciò all’annientamento delle passioni: nel divino vedono la completa purificazione da esse. Ben diversamente da Paolo e dagli Ebrei, i Greci hanno rivolto il loro impulso ideale precisamente sulle passioni e le hanno amate, elevate, rese auree e divinizzate; evidentemente non si sentivano soltanto più felici nella passione, ma anche più puri e divini che d’ordinario. E i cristiani? Volevano in questo ebraizzarsi? E ci sono forse riusciti?”.[5]

“Infatti la gaiezza, o per dirla nel mio linguaggio, la gaia scienza è una ricompensa per una serietà lunga, coraggiosa, laboriosa e sotterranea, che, ovviamente, non è cosa da tutti”, scrive Nietzsche in Genealogia della morale, Prefazione, 7. (1887). Ecco l’eroismo della serietà dello studioso.

La ricompensa più bella per me sono state alcune donne belle e fini. Le vere borse di studio: in primis Helena Sarjantola.

In una lettera a Lou del 28 giugno 1882 leggiamo una testimonianza immediata  di tanta serietà: “per decidere la stesura definitiva sono costretto al più scrupoloso “ascolto” di parole e frasi. Gli scultori chiamano quest’opera di rifinitura ad unguem ”. Non solo gli scultori.

 

Castigare ad unguem: correggere fino alla perfezione.

Orazio definisce Fonteio Capitone ad unguem factus homo (sat. 1.5. 32), un uomo compitissimo. Nell’Ars poetica Orazio suggerisce: “ carmen reprehendite quod non/ multa dies et multa litura coercuit atque/ praesectum decies non castigavit ad unguem” (vv. 292-294), biasimate la poesia che né un lungo tempo né molte cancellature hanno rifinito, e dopo averlo sfrondato una decina di volte non ha corretto fino alla perfezione.   

 

“Quasi tutte le passioni hanno cattiva reputazione a causa di coloro che non sono abbastanza forti per volgerle a loro vantaggio”[6].

Nell’XI capitolo della IV Inattuale Wagner a Bayreuth del 1876,  Nietzsche afferma che “la passione è migliore dello stoicismo e dell’ipocrisia, che la sincerità, anche nel male, è migliore del perdere se stessi con la moralità della tradizione, che l’uomo libero può essere tanto buono che cattivo, ma che l’uomo schiavo  è un disonore della natura e non partecipa a nessuna consolazione né celeste né terrena”.

 

 

“ Io sono un décadent: però ne sono anche l’antitesi. E posso provarlo, per esempio: io ho scelto sempre, per istinto, i rimedi giusti per i miei mali, mentre il dècadent in sé sceglie sempre i rimedi che lo danneggiano. Come summa summarum io ero sano; in qualche angolo, come mia specialità, ero un décadent (…)  Mi presi in mano, mi guarii da solo: questo può riuscire –qualunque fisiologo me lo concederà-soltanto a condizione di essere fondamentalmente sani. Un essere tipicamente morboso non può guarire, né tanto meno guarirsi; invece per un essere tipicamente sano la malattia può diventare uno stimolante energico per vivere, per vivere di più”[7].

“ Una questione fondamentale è il rapporto del Greco col dolore, il suo grado di sensibilità-questo rapporto rimase uguale a se stesso? Oppure si capovolse?- la questione se in realtà il suo desiderio sempre più forte di bellezza, di feste, di divertimenti, di culti nuovi non si sia sviluppata dalla mancanza, dalla privazione, dalla malinconia e dal dolore” (La nascita della tragedia, capitolo 4)

 “Quanto dovette soffrire questo popolo, per poter diventare così bello Ora però seguimi alla tragedia e sacrifica con me nel tempio delle due divinità !" (La nascita della tragedia, capitolo 25) Sono le ultime parole del libro. Le due divinità naturalmente sono Dioniso e Apollo

Dal dolore dei Greci dunque si sviluppa non solo la comprensione ma anche la bellezza, una sorta di tw/' pavqei kavllo"

Villa Fastiggi  21 agosto 2025 ore 12, 08

giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù, 25

[2] T.Mann, Nobiltà dello spirito, p. 821.

[3] Eschilo, Agamennone, 177.

[4] Si veda la massima beethoveniana "Durch Leiden Freude", attraverso la sofferenza  la gioia. Ricavo il suggerimento da E. Morin, La testa ben fatta, p. 43 n. 7.

[5] III, 139

[6] Frammenti postumi primavera 1888 , 14 (157)

[7] Nietzsche, Ecce homo, Perché sono così saggio, 2


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