Crepuscolo degli idoli. Scorribande di un inattuale, 47
“Gli uomini più spirituali, premesso che sono anche i più coraggiosi, vivono anche le tragedie più dolorose: ma onorano la vita, appunto perché essa oppone loro la sua più forte ostilità”,
Poche parole che vanno commentate.
La mia replica è che “gli uomini più spirituali” vivono anche le gioie più sublimi dense e profonde perché sono appunto ricchi di spirito: di intelligenza e sensibilità.
Schopenhauer addita al disprezzo "l'uomo privo di ogni bisogno spirituale (...) è per l’appunto ciò che viene chiamato un filisteo. Costui è e rimane cioè l' a[mouso" ajnhvr", ossia l'uomo estraneo alle muse. Di conseguenza le ostriche e lo champagne sono il punto culminante della sua esistenza, e lo scopo della sua vita consiste nel procurarsi tutto ciò che contribuisce al suo benessere materiale ( …) nulla lo rallegra, nulla lo eccita (…) Caratteristica di questo “filisteo”, è dunque una serietà ottusa e arida, prossima alla serietà animalesca” (Parerga e Paralipomena , Tomo I, pp. 462 ss.)
Non solo ostriche e champagne: costui vince la noia e cerca di riempire il vuoto che ha dentro giocando a carte o guardando le partite di calcio: altro mai non desidera.
L’uomo ricco di spirito impara continuamente e può ricavare grandi gioie anche dalle difficoltà che affronta proprio perché vuole imparare sempre: da nuovi incontri, da nuovi libro, da nuove salite impervie.
Dio, chiunque egli sia è con lui: come il Giove del Cimbelino
Seneca nel De providentia[1] trova un significato positivo non solo nel lavoro ma pure nelle disgrazie (incommoda), nei dolori e nelle perdite, quali prove per esercitare e temprare la virtus :"Marcet sine adversario virtus" (2, 4), senza un avversario la virtù marcisce; e Dio nei confronti degli uomini buoni conserva l'animo di un padre, li ama con forza, e ha questi progetti:"Operibus, inquit, doloribus, damnis exagitentur, ut verum colligant robur" (2, 6), con lavori, disse, dolori, perdite, si affannino per raccogliere la vera forza. "Languent per inertiam saginata nec labore tantum sed motu et ipso sui onere deficiunt", infiacchiscono nell'ozio i corpi ingrassati, e non solo per la fatica, ma per il movimento, e per lo stesso peso di sé vengono meno.
La tragedia dell’ingrassamento
Prendo in considerazione due drammi di Čechov : Zio Vanja e Tre sorelle
Zio Vanja venne rappresentato per la prima volta il 26 ottobre del 1900 al Teatro d’Arte di Mosca.
Il protagonista eponimo del dramma arrivato a 47 anni dice alla bambinaia Marina: “ dormo quando non dovrei dormire, a pranzo e a cena mangio piatti pesanti, bevo vino: questa non è vita sana. Pima non avevo un minuto libero. Adesso lavora solo Sonja, io mangio bevo e dormo: così non va” (atto primo).
La nipote Sonja nel terzo atto dice a Elena la seconda moglie di suo padre: “la noia, la pigrizia sono contagiosi. Guarda zio Vanja, non fa più niente neanche lui”.
Personaggio analogo di uomo ingrassato e rinunciatario è Andrej il fratello delle Tre sorelle che danno il titolo al dramma rappresentato la pima volta il 31 gennaio 1901 nello stesso teatro di Mosca
Olga la sorella maggiore che si sente invecchiata dice a Irina la più piccola, ventenne, nominando anche gli altri due fratelli: “Sei un raggio di sole oggi: non sei mai stata così bella. Anche Maša è bella. Andrej così così. Peccato: è ingrassato. Sta male grasso” (Atto primo).
Quello che succederà negli atti successivi: il vizio del gioco, l’ipoteca sulla casa, la moglie Nataša avida, prepotente, volgare, adultera, è tutto prefigurato e compreso in quell’ingrassamento di Andrej.
Tratta questo tema anche Shakespeare nel Cimbelino[2] quando Giove “nella teofania che lo vede discendere cavalcando l’aquila fra tuoni e fulmini (l’equivalente pagano del “turbine” dal quale Dio parla a Giobbe), disegna con fermezza il confine fra le competenze umane e quelle divine, formulando la legge che governa l’insondabile giustizia e la segreta caritas provvidenziale della divinità: “Non v’angustiate di pene mortali:/non è vostra, ma nostra la cura./Chi più amo più metto alla prova,/per far che i miei doni, più attesi,/siano ancor più graditi (whom best I love I cross; to make my gift,/The more delay’d, delighted). Tranquilli,/la nostra grande divina potenza/solleverà vostro figlio umiliato”[3]. Questa non è più soltanto la comparsa in scena del tradizionale, risolutorio deus ex machina. Si tratta, invece, di una vera e propria teodicea. Le “pene mortali” sono preoccupazioni esclusive della divinità, e gli uomini non se ne devono angustiare. “Chi più amo, più metto in croce”, sembra dire Giove usando la parola “cross”, e offre la chiave teologica di tutto il dramma; la felicità si ottien soltanto dopo grandi, dolorose prove, ed è un dono gratuito di Dio, che lo ritarda perché gli uomini vi trovino ancor maggiore diletto”[4].
Crepuscolo degli idoli Scorribande di un inattuale 20.
L’uomo brutto è depotenziato-
“Nulla è bello, soltanto l’uomo è bello (…) nulla è brutto, tranne l’uomo che degenera. A una verifica fisiologica, ogni bruttezza indebolisce e affligge l’uomo. Essa gli ricorda la decadenza, il pericolo, l’impotenza; l’uomo ci perde realmente in forza. Si può misurare l’effetto del brutto con il dinamometro”
Sarebbe, semplifico, il misuratore della duvnami~, cioè della potenza che, vi ricordo, è molto più del potere-kravto~- è altra cosa, secondo quanto dice il profeta Tiresia al disgraziato re di Tebe Penteo nelle Baccanti di Euripide (v. 310). Questo l’ho già detto più di una volta e lo ripeto per gli scolari novizi. Intendo entrati da poco nel nostro collegio dove si pratica Das Glasperlenspiel e io fingo di essere il Ludi Magister come Josef Knecht del romanzo di Hermann Hesse, mentre è più quello che imparo da voi, o imparo per voi, cari scolari.
Torniamo a Nietzsche che se ne intende: “Quando l’uomo in genere viene avvilito, allora fiuta la vicinanza di qualcosa di “brutto”. Il suo senso di potenza, la sua volontà di potenza, il suo coraggio, il suo orgoglio- questo con il brutto cade, con il bello si potenzia (…) Il brutto viene inteso come segno e sintomo di degenerazione: quel che sia pure alla lontana ricorda la degenerazione, provoca in noi il giudizio di “brutto” (…) Un odio qui insorge: che cosa odia allora l’uomo? Ma non esiste dubbio: il tramonto del suo tipo. E’ l’odio più profondo che esista”.
Interpreto “il tramonto del suo tipo” come perdita o smarrimento dell’identità.
A me capitò poco pima dei 19 anni, come conclusi il liceo.
Quando leggiamo un autore bravo, ritroviamo le nostre esperienze spiegate e chiarite.
Tra l’imbruttimento e la perdita di potenza possiamo trovare dei nessi, dei rapporti anche di causa-effetto. Si imbruttisce, per esempio, quando si ingrassa compromettendo la snellezza, l’agilità e la salute: si perdono insieme bellezza e potenza. Si perde potenza di parola e capacità persuasiva smettendo di leggere: si comincia a cianciare e nessuno ci ascolta più, e imbruttiamo tosto. Finito il liceo avevo smarrito la mia identità di studente più egregio e ciclista più forte: per due anni mi pisciarono addosso anche i cani e i maiali, oltre le persone più immonde.
Se non si reagisce, presto si scivola sempre più ingiù nel piano inclinato: fino alla fossa. Mi hanno aiutato le donne amanti, gli allievi attenti, il sole dei giorni sereni, gli amici buoni e gli autori ritrovati quali compagni accrescitori. Non escluso Nietzsche.
Villa Fastiggi 29 agosto 2025 ore 10, 14 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] Risale ai primi anni del disimpegno politico (62-63 d. C.)
[2] 1609-1610
[3] V iv 99-103: “Be not with mortal accidents opprest;/No care of yours it is; You know ‘tis ours./Whom best I love I cross; to make my gift,/The more delay’d, delighted. Be content;/Your low-laid son our godhead will uplift”.
[4] P. Boitani, Il Vangelo Secondo Shakespeare, p. 95.
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