domenica 31 agosto 2025

Nietzsche argomenti vari 55 Ecce homo Perché sono così accorto 10. La vita come gioco serio.


 

“Se ora faccio un paragone fra me e quelli che finora sono stati onorati come i primi fra gli uomini , la differenza è tangibile. Questi presunti “primi” io non li annovero neppure fra gli uomini genere- per me essi sono i rifiuti dell’umanità, sinistre creature della malattia e degli istinti di vendetta: sono tutti mostri funesti e fondamentalmente inguaribili, che si vendicano della vita…Io voglio essere il loro opposto: è mio privilegio avere una finezza estrema per tutti i segni degli istinti sani. Manca in me qualsiasi tratto morboso. Il pathos dell’atteggiamento non appartiene alla grandezza; in genere chi ha bisogno di atteggiamenti è falso

Replico a questo scrivendo che gli atteggiamenti possono essere interiorizzati talmente bene da diventare atti autenticamente nostri, o per lo meno di apparire come tali.

Credo addirittura che le persone intelligenti si rendano presto conto che la vita di noi tutti mortali è una farsa nella quale dobbiamo recitare una parte.

 

Nella Vita di Svetonio troviamo l'ultima scena di Augusto il quale supremo die , fattisi mettere in ordine i capelli e le guance cascanti, domandò agli amici "ecquid iis videretur mimum vitae commode transegisse" (99), se a loro sembrasse che  avesse recitato bene la farsa della vita, quindi chiese loro, in greco, degli applausi con la solita clausula delle commedie:" eij de; ti-e[coi kalw'" to; paivgnion, krovton dovte", se è andato bene questo scherzo applaudite.    

Tale idea che la vita umana è "una parte" da recitare è contenuta nel vocabolo greco che indica il destino: movro" infatti è il mevro" , la parte che tocca ad ogni uomo. Queste due parole, come moi'ra (sorte)  derivano dalla radice mer-/mor-/mar-. Imparentato con questi termini è il verbo latino mereo , guadagno, merito, poiché ciascuno recitando la sua parte vorrebbe  meritare  gli applausi.

 

Torniamo a Nietzsche. “Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il gioco: fra i segni della grandezza, questo è un presupposto essenziale”.

 

Il gioco dunque: non per niente Augusto ha tradotto mimum con paivgnion,  “gioco” e “giocattolo”, sostantivo neutro che ha la stessa radice del verbo paivzw, “gioco”. Il gioco può essere una cosa seria, comica o tragica, divertente o dolorosa.

nel Macbeth di Shakespeare la tragedia dell'assassinio del re diviene parte del grande gioco tragico del potere:"There's nothing serious in mortality, All is but toys", (II, 3), non c'è più niente di serio nella vita mortale, tutto è un giocattolo.

Nella tragedia subito precedente, Re Lear [1], Gloucester cui sono stati strappati gli occhi come vile gelatina (III, 7) attribuisce con sarcasmo tale atteggiamento ludico agli dèi monelli:"As flies to wanton boys, are we to the gods, They kill us for their sport " , come mosche per ragazzi capricciosi siamo noi per gli dèi: ci ammazzano per loro passatempo.

 

Di nuovo Nietzsche: “Una minima costrizione, l’aspetto cupo, una certa durezza nella voce, sono tutti argomenti contro un uomo, e tanto più contro la sua opera! C’è da dir male anche di chi soffre per la solitudine-io ho sempre e solamente sofferto per la “moltitudine” (…) La mia  formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare il necessario-tutto l’idealismo è una continua menzogna di fronte al necessario- ma amarlo”.

 

Chi mi legge sa che in un passato assai remoto sono stato molto scontento di me stesso: ho sofferto assai per determinati accidenti. Allora non avevo una visione panoramica degli eventi della mia vita né una prospettiva lunga come la Nevski di Leningrado, oggi San Pietroburgo che lascia vedere l’Ermitage per chilometri. Ora ce l’ho e vedo i tesori di amori, affetti, cultura, bellezza riposti dentro di me. E riabilito anche i dolori sofferti perché ho voluto attraversarli fino in fondo per capirli, superarli e ho saputo utilizzarli per meritare gli applausi che allietano la mia colorata senectus

 

 Ecce homo. Perché scrivo libri così buoni. 1

Gli uomini postumi

 

“Anche per me non è ancora venuto il tempo. Ci sono uomini che nascono postumi”.

 

Il senso è che il genio anticipa i significati del futuro e non è capito nel presente. Penso a Leopardi per fare un altro esempio.

 

Cfr. La ginestra: ben ch’io sappia che obblio/preme chi troppo all'età propria increbbe”. ( vv. 68- 69).

 

Nel mio piccolo penso anche a me stesso come insegnante di greco e latino. Quando cominciai a insegnare nei licei questo mio metodo comparativo, o” metodo mitico”, come lo chiama T. S. Eliot che lo impiegava poetando non esisteva nella scuola italiana. Io lo praticavo d’istinto fin da studente, poi lessi The waste land di Eliot e mi sentìi autorizzato ad avvalermene insegnando.

 

In una famosa recensione[2] all'Ulisse  di Joyce[3], T S. Eliot  definiva il metodo mitico, in opposizione a quello narrativo, come il modo di controllare, di dare una forma e un significato all'immenso panorama di futilità e anarchia che è la storia contemporanea. "Instead of narrative method, we may now use the mythical method ", invece del metodo narrativo possiamo ora avvalerci del metodo mitico. Questo implica la conoscenza della tradizione e di non poche fasce della letteratura europea.

 

Ma per i miei colleghi di greco e latino questo metodo era un offesa dato che non sapevano nemmeno chi fossero Eliot e Joyce, e dovetti lottare per non lasciarmi cambiare. Indussero il preside manovrato da loro a chiamare due ispezioni contro di me verso la fine degli anni Ottanta. La prima  venne annullata perché l’ispettore era stato il mio professore di Italiano al liceo Mamiani di Pesaro, quasi trenta anni prima, e nella relazione aveva scritto che ero uno dei migliori insegnanti d’Italia. Chiamarono il secondo mentre ero in gita scolastica a Vienna: gli fecero notare che usavo una penna rossa e gli fecero vedere dei fogli raccolti dal cestino dove avevo scritto che la tale sera avevo un appuntamento in casa mia con una collega di Trieste sposata. Anche questo ispettore era un uomo intelligente e probo e quando tornò, l’ultimo giorno di scuola, mi domandò che razza di persone fossero quei miei accusatori. “La stessa razza dei calunniatori di Dreyfus”, risposi.

I tempi dunque stavano cambiando e gli ispettori l’avevano capito, sicché mi elogiarono e sbugiardarono i colleghi nemici e il preside del liceo Galvani che li aveva assecondati. Da allora non cercarono più di farmi del male, mi lasciarono in pace, e anzi potei progredire nella carriera scolastica durante i seccessivi 20 anni , lavorando anche nel Ministero della Pubblica Istruzione con vari incarichi e insegnando a contratto per 10 anni nell’Università di Bologna. Poi andato in pensione, ho seguitato a educare. A modo mio.

 Da postumo e anticipatore ero diventato attuale. Ci ho  messo meno tempo, sempre nel mio piccolo, di Leopardi e di Nietzsche a farmi riconoscere quale magister optimus. E non è finita qui.

 

Torno a Nietzsche: “Quando una volta il dottor Heinrich von Stein si lamentò onestamente di non capire una parola del mio Zarathustra, gli dissi che mi sembrava naturale: aver capito sei frasi di quel libro, cioè averle vissute, innalza i mortali a un grado più alto di quello che gli uomini “moderni” poterono raggiungere. Avendo questo senso della distanza, come potrei anche solo desiderare di essere letto dai “moderni” che conosco!  (…)

In definitiva nessuno può trarre dalle cose, libri compresi, altro da quello che sa già. Chi non ha accesso per esperienza a certe cose, non ha neppure orecchie per udirle”.

 

Confrontate il Menone di Platone: conoscere è ricordare.

L’anima ha visto  il mondo di qua e quello di là e ha appreso molto. Ogni vita allora può far riemergere quanto ha imparato nelle precedenti. E siccome tutta la natura è imparentata con se stessa (a[te ga;r th'" fuvsew" ajpavsh" suggenou'" ou[sh" , 82d), ricordare una sola cosa fa emergere tutto il resto se l’anima è coraggiosa e non si stanca di cercare, infatti cercare e imparare è in generale reminiscenza: “to; ga;;r zhtei'n a[ra kai; manqavnein ajnavmnhsi" o[lou ejstivn (81d)

Faccio continuamente dei confronti per imparare di più-

 

Villa Fastiggi 31 agosto  2025 ore 11, 29 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Del 1605

[2]Ulysse, Order and Myth , "The Dial", nov. 1923.

[3] Del 1922.


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