sabato 23 agosto 2025

Nietzsche argomenti vari 22. Contro l’esternazione del dolore.


L'autore del romanzo Il Gattopardo considera le lamentele poco aristocratiche:"Questi nobili poi hanno il pudore dei propri guai: ne ho visto uno, sciagurato, che aveva deciso di uccidersi l'indomani e che sembrava sorridente e brioso come un ragazzo alla vigilia della Prima Comunione; mentre voi, don Pietrino, lo so, se siete costretto a bere uno dei vostri decotti di senna fate echeggiare il paese dei vostri lamenti. L'ira e la beffa sono signorili; l'elegia, la querimonia, no. Anzi voglio darvi una ricetta: se incontrate un 'signore' lamentoso e querulo guardate il suo albero genealogico: vi troverete presto un ramo secco" (p. 135).  E’ padre Pirrone che parla.

 

“ La persona di nobili costumi, uomo o donna che sia, non si lascia volentieri cadere sulla sedia come se fosse completamente esausta; evita, laddove tutti cercan di star comodi, per esempio in treno, di appoggiare la schiena; si direbbe che non si stanca quando a corte sta in piedi per ore (…) a un discorso provocatorio, risponde con compostezza e chiarezza di spirito, non come se fosse spaventata, schiacciata, svergognata, alla maniera del plebeo (…)  La civiltà aristocratica respira potenza[1].

In All'ombra delle fanciulle in fiore, Proust scrive di Saint Loup che aveva il pregio della naturalezza, e di “un'eleganza disinvolta, senza nulla di pretenzioso e compassato, senza rigidità, e senza appretto”. Questo è una sostanza chimica che dà lucentezza e tono alle stoffe

Viveva nel lusso ma "in modo negligente e libero, senza puzzare di soldi, senza darsi arie di importanza; il fascino di quella naturalezza lo ritrovava perfino nell’incapacità che Saint Loup aveva conservata (…) d’impedire al proprio viso di riflettere un’emozione" né cercava di impedire al suo viso di riflettere un'emozione.

Si vedeva in quel giovane l'agilità ereditaria dei grandi cacciatori, il loro disprezzo per la ricchezza. A loro i soldi servivano solo per festeggiare gli amici. "Vi sentivo soprattutto la certezza o l'illusione che avevano avuto quei grandi signori di essere “più degli altri” e grazie alla quale non avevano potuto lasciare in legato a Saint-Loup quel desiderio di mostrare che “si vale quanto gli altri”, quella paura di sembrare troppo premurosi che rende così rigida e goffa la più sincera amabilità plebea"(p. 334 e p. 337).

 

In fondo è lo stile di Petronio, il probabile autore del Satyricon.

 Così L’ elegantiae arbiter , maestro di buon gusto alla corte di Nerone, viene descritto da Tacito: “habebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu.  Ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius  in speciem simplicitatis accipiebantur"  (Annales , XVI, 18), ed era considerato non un dissoluto o un dissipatore, come i più tra quelli che sperperano le proprie fortune, ma uomo dalla voluttà raffinata. Le sue parole e i suoi atti quanto più erano liberi e manifestavano una certa noncuranza di sé, tanto più piacevolmente erano presi come segno di semplicità.

 

Se il lamentarsi è un segno di volgarità, il lamento provocato dal dolore può essere anche scusato. Personalmente trovo abominevole lamentarsi del caldo che favorisce la vita.

Nell'Elettra  di Sofocle (v.1172) il coro suggerisce alla protagonista che crede di avere perduto il fratello :" mh; livan stevne", non piangere troppo; sei nata da padre mortale, e Oreste pure era mortale.

Pascersi di lacrime è una voluttà depravata, significa non riconoscere la giustizia divina.

Et fit infelicis animi prava voluptas dolor” (Seneca, Ad Marciam de consolatione, I, 7)

 

Soprattutto sconveniente è lacrimare in pubblico: nell'Antigone  (vv.1247-1249) il nunzio spera che Euridice, appreso il suicidio del figlio Emone, sparga lacrime sotto il suo tetto, non pubblicamente:" mi nutro della speranza/ che, venuta a sapere la pena del figlio, non riterrà degni/

i lamenti in faccia alla città, ma sotto il tetto, all'interno ("ajll j  uJpo; stevgh" e[sw"/proporrà alle ancelle di piangere il lutto domestico (vv. 1246-1249) .

Anche nell'Andromaca di Euripide, la nutrice di Ermione consiglia alla ragazza affranta di entrare nel palazzo per non dare spettacolo del suo terrore (vv. 876-878).

Alcesti , l'ottima moglie, moribonda "si è accostata a tutti gli altari che sono nella casa/di Admeto, li ha incoronati e ha pregato/staccando il fogliame dai ramoscelli di mirto,/senza lacrime, senza gemiti, [aklausto" ajstevnakto"", (vv. 170-173). 

 

 Platone, come Leopardi, non trova perfetto Achille, senza però che i suoi difetti glielo rendano simpatico come al Recanatese. Il filosofo ateniese prescrive la correzione delle lamentele del Pelide in una generale ejpanovrqwsi" dei poeti e delle loro mende educative. Platone vorrebbe cancellare, tra l'altro, i versi pronunciati da Achille quando nell'Ade rimpiange la vita, la vita comunque. Egli osa dire che, pur di essere vivo, sarebbe disposto a servire ("qhteuevmen"[2]) un altro, anche un uomo povero. Questa brama della vita a tutti i costi dovrebbe   venire cancellata poiché insegna a preferire il servaggio alla morte.

Vengono altrettanto biasimati e considerati indegni di lettura i pianti e i lamenti del figlio di Tetide, dovunque si trovino rappresentati[3].

 

Tacito nella Germania  (27, 1) fa distinzione tra il pianto dei maschi e quello delle femmine:"Feminis lugere honestum est, viris meminisse ", per le donne è bello piangere, per gli uomini ricordare.

Ancora a proposito dell'ostensione del dolore Nietzsche scrive:"A che cosa rimanda il fatto che la nostra cultura non solo è tollerante verso le   del dolore, verso le lacrime, i lamenti, i rimproveri, il gesticolare del furore o dell'umiliazione, ma le approva e le annovera tra le più nobili delle cose inevitabili? Invece lo spirito dell'antica filosofia le riguardava con disprezzo e non annetteva loro assolutamente alcuna necessità. Ci si rammenti come Platone-cioè uno dei filosofi non certo meno umani-parla del Filottete  della scena tragica. Che alla nostra moderna cultura manchi “la filosofia?” Apparterremmo forse noi tutti e ciascuno in particolare, secondo quanto stimavano quegli antichi filosofi, alla “plebe”?"[4].

Villa Fastiggi 23 agosto  2025 ore 19, 28 giovanni ghiselli

 

 

 



[1] Nietzsche, Aurora, -1881-III, 201

[2]Odissea , XI, 489.

[3]Repubblica , 388b.

[4] Aurora, III, 157


Nessun commento:

Posta un commento