lunedì 3 novembre 2025

L’apprendistato capitoli nove e dieci.


 

Nono capitolo. La corsa nel buio.

 

Pensai di verificare subito l’informazione di cui diffidavo.

Salii sul tram numero uno, in direzione dell’Università, ma, superato il grande Tempio, le rotaie si allungavano su una strada spaventosamente nera e deserta. Scesi alla prima fermata e tornai indietro di corsa, per quanto me lo consentiva l’obesità.

Durante il viaggio attraverso la puszta avevo schiacciato qualche bestiola anche sotto le ruote, e mentre  correvo nel buio su scarpe leggere, temevo il contrappasso: che dei  porcospini ruzzolassero sotto i miei piedi e rizzassero i loro aculei dentro il calcagno appoggiato e oppresso dal peso della mia pancia superfetata, facendomi lanciare grida di dolore tanto forti da mettere in allarme chi mangiava dentro le case. 

 

Sentivo delle cagne o dei lupi ululare nell’ombra. Altri versi simili a sghignazzate di iene digiune si aggiravano nell’aria con il verso di orrore dei gufi. Ne ebbi paura. Mancava solo lo strazio urlato dalle stridule strigi.

Ma i canidi sono sempre state le bestie che ho temuto di più.

Mi vennero in mente dei versi che avevo appreso da una citazione di T. S. Eliot, morto il giorno prima che dessi finalmente l’esame di letteratura inglese: “But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again"[1].

 Per fortuna non perdevo sangue altrimenti cani o licaoni affamati avrebbero potuto seguire la traccia delle gocce sbranandomi come un cucciolo  indifeso, un maialotto desolato e terrorizzato dalla macellazione della madre.

Dovevo allontanarmi dai mostri e dai terrori della notte, uscire dal buio, tornare nell’ambito dell’umano.

Finalmente arrivai nella luce del corso. Il suo bagliore non era sinistro.

“Non esiste una vita dai significati forti che non sia stata segnata da dolori e da orrori”, pensai.

 

Non avevo la forza di saltare la cena ma non volevo mangiare all’ Aranybika.

 Preferii tornare all’Hungaria dove il cameriere era più rozzo del necessario, e sgarbato, ma non truffaldino e ricattatorio. Così al primo impatto  il toro d’oro, mi diede un piccolo dispiacere. Provengo da gente parsimoniosa e lo sono anche io, ma, più che per i venti dollari, ero dispiaciuto per la truffa e il ricatto di quel guardiano ambiguo con il sorriso da prosseneta.

Non ero più del tutto scontento: intanto avevo trovato una camera e un letto dove passare la notte. Giunto sulla strada principale anzi mi consideravo salvo e mi sentivo  quasi contento.

   Il laccio della mente si stava sciogliendo. Guardavo la scritta luminosa Aranybika: mi aiutava a stenebrare le lunghe  ombre dell’inquietudine.

Forse già presagivo il bene che mi avrebbe fatto quel luogo:  con il passare del tempo, anni di tempo, e nel lungo progresso  della mia persona, proprio lì, nel grande hotel della città universitaria, avrei vissuto diverse ore liete e importanti per la mia crescita, in compagnia di alcune delle donne belle e fini che dovevano stimolarmi a maturare, a diventare una persona non infelice, non brutta, non cattiva.

Adesso il grande albergo di Debrecen è un monumento duraturo più della sua materia, un tempio edificato dentro l’anima mia. Contiene la memoria di alcune tra le ore più intense della mia gioventù, un ricordo che nei momenti difficili in quanto deserti di affetti, mi incoraggia a procedere verso tempi migliori che, come quelli meno buoni del resto, ricorrono sempre. Rebus cunctis inest quidam velut orbis[2].

 

Bologna 3 novembre 2022 ore 12, 18

giovanni ghiselli

 

 

 

L’apprendistato . Decimo capitolo. La cena suicida

 

“Ah che barbaro appetito!

Che bocconi da gigante!

Mi par proprio di svenir”. (Don Giovanni, II, 17)

 

 

         All’Hungaria tornai a essere preda della dismisura insensata: mangiai molto, carne e tante patate in umido, senza fame siccome  durante il giorno, viaggiando, avevo inghiottito pane e cioccolata.

“Mangiare cibo non meritato con il moto-pensavo- è un vizio deleterio,  e ingozzare come sto facendo adesso è un atto tra i più tragici. Ma non posso farne a meno”

Intanto dalla mia bocca usciva  da una parte e dall’altra una zanna come di porco[3], entrambe cariate e fetide.

Altra gente intorno a me ingoiava con ingordigia.

Unti entravano nelle fauci i bocconi. Per la fretta frenetica alcuni pezzi cadevano dalle labbra nel pavimento[4].

 

 

Ogni tanto qualcuno entrava in bagno con la pancia gonfia del cibo non digerito. Il più malandato di costoro non ne uscì con le sue gambe[5].

 

Vennero a prenderlo degli infermieri e lo portarono via gonfio del porco non digeri, poi lo caricarono sull’ambulanza. 

 

A un certo punto i miei intestini cominciarono a fare rumore e dovetti correre nella latrina. Nemo nostrum solide natus est [6], pensai liberando le budella gonfie di ogni porcheria. Sebbene degradato a condizione bestiale, non avevo osato avvalermi dell’editto preparato dall’imperatore Claudio , quo veniam daret flatum crepitumque ventris in convivio emittendi [7].

Tornai nella sala da pranzo, ructabundus e mezzo briaco.

Osservavo le facce attonite e rubiconde dei miei vicini.

Le loro vite e la mia avevano lo scopo di fare da transito a cibi e bevande, fin quando  rendevano sconci e infermi, infarciti come si era di schifezze e porcherie.

 

Non itelligitis quia omne quod in os intrat in ventrem vadit et in secessum emittitur? Ricordai.

 

 Il motivo di quel rimpinzarsi era l’infelicità totale, a partire da quella sessuale. Basta guardare certi presti e alcuni fratacchioni.

I felici non sono ghiotti. “Per me è impossibile chiamare vorace uno dei beati: me ne tengo lontano”,  avevo letto nell’Olimpica I di Pindaro[8].

 

Lo ricordai e lo riferìi a me stesso, con pena da aspirante suicida.

Facendo così, mangiando da animale immondo, rendevo sempre più difficile la soluzione del problema di fondo: il buon esito della ricerca di una femmina umana. Non ne avevo chiara coscienza, ma ne sentivo l’angoscia mentre mi ingozzavo senza fame né tregua. Non riuscivo a tenermi lontano da quel vizio  che faceva parte della generale perversione e contorsione-diastrofhv- della mia natura: finito il liceo aveva perduto l’ojrqo;" lovgo" la ragione che deve mantenersi diritta di fronte a qualsiasi lusinga  e pure a ogni dolore. Mi ero snaturato quasi del tutto. Il cibo funzionava come un anestetico pessimo che toglie ogni sensibilità tranne il desiderio di morte. Forse attraverso quel mangiare smodato volevo raggiungere il peso e l’insensibilità di un bove, poi scoppiare. :

"Semibovemque virum semivirumque bovem "[9], mormorai.

 Ci voleva una diovrqwsi", un raddrizzamento, una correzione, e questa poteva venire solo dall’amore di persone buone. Il seguito della storia di Debrecen me le farà conoscere e io a voi. Per educarvi.

Quando quel cibo pesante mi ebbe riempito fino alla gola, con fatica mi alzai e uscii.

 Tornai all’Aranybika e andai a letto con l’angoscia di non farcela il giorno seguente a trovare l’università, o, se pure l’avessi trovata, a inserirmi tra le ragazze e i ragazzi: tutti certamente più belli, meno infelici, meno grassi, meno miopi, meno cariati e sconciati, meno colpevoli e soprattutto meno insicuri di me.

Provai a promettere: “tutto questo fa schifo. Non mangerò più in maniera  tanto bestiale”.

 

Bologna 3 novembre 2025 ore 12, 30

p. s

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[1] J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612),  I, 2., ma tenete ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà.

Avevo preparato maniacalmente questo esame, data la mia tragica insicurezza. Presi 30 e lode e il giorno dopo salìi a San Luca a piedi. Cosa di cui oggi, ciclista annoso, mi vergognerei. Quella salita piuttosto dura deve essere scalata in bicicletta, nel minor tempo possibile.

 

 

[2] E’ l’idea del ciclo che Tacito applica ai costumi :"Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis, ut quem ad modum temporum vices ita morum vertantur "(Annales , III, 55), a meno che per caso in tutte le cose ci sia una specie di ciclo, in modo che, come le stagioni, così si volgono le vicende alterne dei costumi. 

[3] Cfr. Dante Inferno XXII, 35.

[4] Cfr. Persio, Satira III, 102 “Uncta cadunt laxis tunc pulmentaria labris” 

 

[5] Cfr. Giovenale, Satira I, 142-144

Poena tamen praesens, cum tu deponis amictus,

turgidus et crudum pavonem in balnea portas:

hinc subitae mortes, però la punizione è presente, quando deponi le vesti gonfio e porti nel bagno il pavone non digerito: di qui morti improvvise

 

[6] Satyricon 47. Sono parole di Trimalchione

[7]  Svetonio Vita di Claudio, 32

[8] ejmoi; d j a[pora gastrivmagon makavrwn tinj eijpei'n: ajfivstamai (52-55)

[9] Ovidio Ars amatoria (II,24).


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