 |
| La piana di Maratona oggi |
Delo. Mykonos. La piana
di Maratona. Il toro di Teseo. I tre ceffi feroci. Agamennone e Ifigenia
La mattina seguente mi
imbarcai per l’isola sacra dove aprirono gli occhi il dio luminoso
dall’infallibile arco d’argento e sua sorella, la dea cacciatrice dalle
fiaccole ardenti. Il traghetto solcava il mare e l’aria mattutina dai tenui
colori: i raggi del sole obliqui, leggeri, scuotevano graziosamente le chiome
d’oro ancora umide e preparavano i
meridiani tripudi alzando ritmicamente le caviglie sottili sui bianchi fiocchi
di spuma che la chiglia metallica sollevava dal cupo fondo della distesa
marina, come un aratro fa uscire dalla crosta terrestre zolle nere a imbiancarsi di luce.
Quando fui sbarcato a Delo, pregai i divini fratelli
Artemide e Apollo di farmi avanzare con passo sicuro verso la pienezza della
vita e il compimento del destino, quello
che solo era il mio.
Dopo avere girato la piccola isola devota mente a piedi, nel pomeriggio mi
imbarcai verso l’Attica verde di olivi. Il battello però fece una sosta pur
troppo lunga a Mykonos. Rimasi quasi assordato dai suoni rumorosi e dagli
striduli strepiti di giovani che auspicavano piaceri carnali osceni per dare
sfogo alle loro protese passioni. I bottegai beati approfittavano di questa
folla gonfiando i prezzi della bigiotteria esposta dovunque e delle bevande
alcoliche tracannate senza soste da tale masnada.
Verso mezzanotte il battello finalmente partì. Arrivò
a Rafina sulla costa nord orientale dell’Attica verso le tre. La notte era
ancora fonda: dormivano i variopinti uccelli del cielo, gli animali terrestri e
i muti pesci del mare. Avevo sonno anche io ma a quell’ora non era dato trovare
una stanza né un materasso su una terrazza sotto la luce della dea casta: Artemide, Diana o Iside come la chiamavano gli
Egizi ricchi di antica dottrina. Sicché
mi imposi di volere un’azione che avesse qualche cosa di eroico. Dovevo
meritare il mio fato. Aspettai che l’Aurora avesse iniziato ad accarezzate le
cime dei monti con le sue dita rosèe. Quindi montai sulla bicicletta fidata e
la diressi contro il vento che spirava con forza dalla combattuta piana di Maratona:
pensavo all’eroica pugna degli Ateniesi contro il barbaro stuolo invasore e
anche allo scontro di Teseo, magnanimo e pur seduttore di femmine umane, alla
sua lotta vincente con il toro feroce: i soffi contrari, simili a sbuffi di
bestia infuriata, offrivano esca al ricordo. La lotta tra il mostro e l’eroe mi
saltò davanti agli occhi assonnati che si spalancarano tosto quando tre mastini
magri fatti appositamente nferocire dalla fame e da un addestramento omicida sbucarono da un tugurio per lacerarmi e
cavarsi la voglia di carne e di sangue.
Mi inseguivano ringhiando orrendamente con le fauci spietate da dove uscivano
zanne da fare spavento, certamente letali se mi avessero acchiappato da dietro.
Giunto sul crinale della morte correvo
il rischio di precipitare nel suo baratro e finire sepolto nelle tombe viventi
costituite dagli stomaci quei tre terribili mostri.
Pedalavo con
tutta la forza coltivata fin da bambino
sui colli di Pesaro, poi a Bologna su per San Luca, a Moena sul san Pellegrino,,
sullo Stelvio da Bormio e da Prato, forse immaginando che prima o poi tale
ascese mi avrebbero salvato la vita. Fin da piccolo avevo imaparato che nessun male è tanto remoto da non
incontrarlo: la sventura è versatile e può giungere ovunque.
Finalmente mi
trassi in salvo dai morsi dei tre
maledetti ceffi bestiali, i cani infernali che ringhiavano rabbiosamente quali
Chere odiosissime aralde di morte.
Quindi rivolsi lo sguardo alla santa e bella faccia di
luce inclinata a benedire e ravvivare la terra, all’immagine significativa del
Bene supremo, insomma di Dio. Lo ringraziai per lo scampato pericolo e giurai
che non sarei impallidito nell’ombra né avrei preso puzzo di muffa ma sempre
avrei venerato il suo nume che oltretutto migliorava il mio aspetto con un sano
colore bronzato. Poi girai verso sud la bicicletta. Il vento soffiava dal mare.
Pedalavo con sonno e fatica. Pensavo alla flotta cui gli dèi invidiavano la
partenza dall’Aulide. Ricordavo con memoria incorrotta, rabbrividendo, il
prezzo che il prete supremo aveva chiesto al capo supremo.
Quindi mi identificavo con Agamennone cercando di
cambiare il destino: volevo salvare la figlia che per prima mi aveva reso
felice chiamandomi padre . In quel momento non pensavo che nemmeno Zeus può
sfuggire al destino2. Volevo che Ifigenia, la mia creatura più cara, non venisse
sacrificata.
giovanni ghiselli
Prisca doctrina pollentes Aegyptii (Apuleio, Metamorfosi, XI, 5).