mercoledì 13 agosto 2025

Nietzsche. La nascita della tragedia Capitolo III. La sapienza silenica.


 

Ma da dove scaturisce il mondo olimpico generato da Apollo?

Non è un mondo fatto di carità e misericordia, ascesi, spiritualità e doveri. E’ il mondo di un’esistenza rigogliosa e trionfante dove tutto ciò che esiste è divinizzato, non importa se sia buono o malvagio    

:"Qalh'" wj/hvqh pavnta plhvrh qew'n ei\nai"[1], tutto è pieno di dèi, pensò Talete

Questi uomini tracotanti godevano la vita al punto che dovunque guardassero rideva loro incontro Elena fluttuante in dolce sensualità.

 

Ma prima di questo c’è stata la sapienza silenica.

“L’antica leggenda narra che il re Mida inseguì a lungo nella foresta il saggio Sileno, seguace di Dioniso, senza prenderlo. Quando quello gli cadde fra le mani, il re domandò quale fosse la cosa migliore e più desiderabile per l’uomo. Rigido e immobile il demone tace; finché, costretto dal re, esce da ultimo fra stridule risa in queste parole: ‘Stirpe miserabile ed effimera, figlia del caso e della pena, perché mi costringi a dirti ciò che per te è vantaggiosissimo non sentire? Il meglio è per te assolutamente irraggiungibile: non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore per te è-morire presto”.

 

Excursus: testimonianze sulla sapienza silenica:  Erodoto, Teognide, Bacchilide, Sofocle, Euripide, Leopardi, Menandro, Lucrezio, Cicerone, Seneca, Petronio, T.S. Eliot

Negli autori classici troviamo varie espressioni della triste saggezza del Sileno: partiamo da Erodoto, il quale narra la fiaba tragica di Cleobi e Bitone che la dea Era, per ricompensare della loro devozione, fece morire ventenni  mostrando come per l'uomo sia meglio essere morto che vivere ( dievdexev te ejn touvtoisi oJ qeo;ς wJς a[meinon ei[h ajnqrwvpw/ teqnavnai h] zwvein, I, 31, 3)).

Nel quinto libro lo storiografo di Alicarnasso narra lo strano costume  dei Trausi che compiangono il neonato e seppelliscono il morto con manifestazioni di gioia:"sedendo attorno al neonato i parenti piangono...enumerando tutte le sofferenze umane; invece scherzando con gioia mettono sotto terra (paivzontev" te kai; hJdovmenoi gh'/ kruvptousi) il morto, spiegando che si trova in completa felicità, liberato da tanti mali"(V, 4, 2).

Personalmente credo  che il matrimonio sia degno di compianto. Lo penso in seguito a quanto ho visto vivendo e ho letto in diversi libri: per esempio le storie di Madame Bovary e di Anna Karenina. Ma già quelle di Agamennone e di Menelao.

 

Traccia di sapienza silenica  si trova in Verga: in seguito alla morte di Bastianazzo ci fu la visita dei compaesani alla casa del nespolo che si era riempita di gente, Don Silvestro fece una battuta : “E tutti si tenevano la pancia dalle risate, ché il proverbio dice: “Né visita di morto senza riso, né sposalizio senza pianto”[2].

 

Un terzo momento silenico nelle Storie di Erodoto  è quello in cui Serse, invadendo la Grecia, vide l'Ellesponto coperto dalle navi e dapprima si disse beato (oJ  Xevrxh" eJwuto;n ejmakavrise, VII, 45), ma subito dopo scoppiò a piangere (meta; de; tou'to ejdavkruse)  per compassione al pensiero di quanto è breve tutta la vita umana: “ wJ~ bracu;~ ei[h oJ pa'~ ajnqrwvpino~ bivo~, eij touvtwn ge ejovntwn tosouvtwn oujdei;~ ej~ eJkatosto;n e[to~ perievstai” (VII 46,2), dal momento che di questi che sono tanti nessuno sopravviverà al centesimo anno. Allora Artabano, lo zio paterno, lo consolò dicendogli che, essendo la vita travagliata, la morte è il rifugio preferibile per l'uomo ("ou{tw" oJ me;n qavnato" mocqhrh'" ejouvsh" th'" zovh", katafugh; aiJretwtavth tw'/ ajnqrwvpw/ gevgone", VII, 46, 4).   

 

 La medesima idea del resto viene espressa  da diversi altri autori. Facciamone una scelta.

Ricordo Teognide  (VI sec. A. C.) il quale deplora una forma di decadenza tumultuosa e caotica che è ciclica evidentemente poiché se ne duole anche Dante:"La gente nova e' subiti guadagni,/orgoglio e dismisura han generata/ Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni"[3].

 Si parva licet componere magnis [4], non pochi opinionisti dei nostri giorni elevano lamenti simili a questo teognidèo: "ajllhvlou" d j ajpatw'sin ejp j ajllhvloisi gelw'nte"-ou[te kakw'n gnwvma" eijdovte" ou[t j ajgaqw'n"( Silloge , vv.59-60), si ingannano a vicenda, deridendosi a vicenda, senza criterio del bene e del male. Per la ricaduta nell'oggi, cito, quasi a caso:"Ma come si potrà governare questo meccanismo infernale tenendo i ladri, i corrotti e i corruttori al loro posto? Andate in luogo pubblico, parco, piazza, fiume, mare, montagna il giorno dopo un raduno di cittadini. Questi selvaggi che sporcano e avvelenano tutto...[5]" e così via.

  In tale squallore di rapporti umani la conclusione di Teognide è silenica:"La cosa migliore di tutte per quanti vivono sulla terra è non essere nato (mh; fu'nai)/e non vedere i raggi del sole abbagliante,/ma una volta nati, al più presto varcare le porte dell'Ade,/e giacere sepolto sotto gran massa di terra"(Silloge , vv. 425-428).

 

L'espressione "mh; fu'nai" è usata anche da  Bacchilide (V sec.) che, nell'Epinicio  V, fa dire al gagliardo Eracle, uno capace di bonificare la terra dai mostri:"la cosa migliore per i mortali è non essere nati/ e non vedere la luce/del sole"(vv.160-162).

 

Sofocle nel suo ultimo dramma, l'Edipo a Colono , fa cantare al coro:"Non essere nati (mh; fu'nai) supera/ tutte le condizioni, poi, una volta apparsi,/ tornare al più presto là/ donde si venne,/  è certo il secondo bene./ Poiché quando uno ha oltrepassato la gioventù/ che porta follie leggere, /quale travagliosa disfatta resta fuori?/ Quale degli affanni non c'è?/Invidia, discordie, contesa, battaglie,/ e uccisioni; e sopraggiunge estrema/ l'esecrata vecchiaia impotente,/ asociale, priva di amici /dove convivono tutti i mali dei mali"(vv.1224-1238).

Anche nelle Trachinie  si trova qualche cosa di silenico: Eracle credeva di stare bene, da vivo, in seguito alla liberazione dai travagli che i sacerdoti di Dodona gli predissero un giorno, ma non aveva compreso che liberarsi dai mali significa, dopo tutto, morire:"toi'" ga;r qanou'si movcqo" ouj prosgivgnetai"(v. 1173), sui morti infatti non sopraggiunge fatica.

 

Né manca una riflessione silenica nell'Edipo re il cui quarto Stasimo si apre con questo lamento:"ijw; geneai; brotw'n,-wJ" uJma'" i[sa kai; to; mh-de;n zwvsa" ejnariqmw'",(vv. 1186-1188), Oh generazioni dei mortali/come vi conto uguali al nulla/finché siete vive!

 Questi versi d'altra parte non rappresentano la somma della visione di Sofocle il quale rimane il poeta della misura: quella delfico-apollinea del "nulla di troppo" e del "conosci te stesso" ossia , per utilizzare Freud, dell'ingrandimento dell'Io a spese dell'Es, che va bonificato al pari di una palude[6].

 

Il "sacrilego" Euripide nell'Alcesti  fa scattare la sapienza silenica dentro l'anima di Admeto quando costui entra in contraddizione e sente la mancanza della moglie cui aveva chiesto egli stesso di morire al posto suo:"zhlw' fqimevnou", keivnwn e[ramai,-- kei'n j ejpiqumw' dwvmata naivein"(vv.865-867), invidio i morti, quelli amo, quelle dimore desidero abitare.

 Ma Kott che attribuisce ogni malignità a Euripide, sostiene, malignamente,  che la resipiscenza di Admeto è fasulla:" Che cosa ha capito? che la casa è sporca, che i bambini piangono, che  lui non può risposarsi, che tutti lo considerano un codardo"[7].

 

 L'invidia dei morti (genitivo oggettivo) espressa da Admeto  è silenicamente manifestata anche da Leopardi:" In altri tempi ho invidiato gli sciocchi e gli stolti, e quelli che hanno un gran concetto di se medesimi; e volentieri mi sarei cambiato con qualcuno di loro. Oggi non invidio più né stolti né savi, né grandi né piccoli, né deboli né potenti. Invidio i morti, e solamente con loro mi cambierei...Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall'altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi"[8].

 

Detti memorabili di Filippo Ottonieri: “Dimandato a che nascano gli uomini, rispose per ischerzo: a conoscere quanto sia più spediente il non esser nato”.

 

Il poeta di Recanati, nella Storia del genere umano , non manca di ricordare con simpatia gli autori, Erodoto in primis, che narrano storie sileniche :"Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novità, e risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi coll'estinto".

Del resto Francesco  De Sanctis ci fece notare che "Leopardi produce l'effetto contrario a quello che si propone...Chiama illusioni l'amore, la gloria, la virtù, e te ne accende in petto un desiderio inesausto"[9].

In effetti nel Dialogo di Plotino e di Porfirio  troviamo un rifiuto del suicidio che è di fatto un dire di sì alla vita: "Viviamo, Porfirio mio, e confortiamoci insieme: non ricusiamo di portare quella parte che il destino ci ha stabilita, dei mali della nostra specie".

 

Questo non toglie che Leopardi senta la vita come male e che anzi tale dolore si possa attenuare attraverso il non sentire la vita:"E un individuo...allora è più felice quando meno ei sente la sua vita e se stesso; dunque in una ebbrietà letargica...Ed allora solo sì l'uomo, sì il vivente è e può essere pienamente felice, cioè pienamente non infelice e privo d'infelicità positiva, quando ei non sente in niun modo la vita, cioè nel sonno, letargo, svenimento totale, negl'istanti che precedono la morte"[10].

Personalmente non ho rifiutato la vita, anzi: ho amato molto e studiato ancora di più; ho gareggiato per vincere riuscendoci anche; ho insegnato educando alla bellezza e alla bontà per sostituire alla mediocrità della vita  malvissuta dai mortali infelici la grandezza e lo splendore dei sogni miei e dei miei autori.

Le Elene nostre ci vengono ancora incontro sorridendo fluttuanti.

 

E allora: perché ci siamo adoperati tanto per dare la caccia a tutte le possibili Elene che ci hanno fatto amare la vita al punto che dovunque guardiamo le vediamo ancora venirci incontro sorridendo fluttuanti in dolce sensualità? Perché abbiamo passato giornate, mesi e anni sui libri buoni rinunciando ad altre attività meno significative, perché abbiamo gareggiato con gli altri, o in solitudine con noi stessi, su  piane ventose, da quella di Maratona a quella Padana, e su montagne erte dallo Stelvio, al Parnaso all’Olimpo al Taigeto al Monte Grappa spremendo tutte le forze mentali e corporèe fino all’ultima goccia per non cedere mai?

Per non mortificarci in una vita priva di significati, emozioni, atti di forza e bellezza: per non fare la muffa in quella vita mentita, una vita non vita che vedevamo vissuta da troppi e che ci ha fatto rabbrividire fin dall’infanzia.

 

 

 

Leopardi usa la massima monostica, e vagamente silenica " o{n oiJ qeoi; filou'sin, ajpoqnhvskei nevo" (fr. 583 Jäkel) " di Menandro, definito    "principe" della commedia nuova nello Zibaldone (3487). La gnwvmh fa da  epigrafe al Canto Amore e Morte  in questa traduzione:

" Muor giovane colui ch'al cielo è caro".

Nel Dialogo di Malambruno e di Farfarello del 1824, il mago Malambruno dice al diavolo Farfarello: “Di modo che, assolutamente parlando, il non vivere è sempre meglio del vivere”

E Farfarello conclude: “dunque se ti pare di darmi l’anima prima del tempo, io sono qui pronto per portarmela”

 

 Non possiamo mancare di fornire a quanti sanno di latino qualche formulazione silenica nella lingua di Roma antica: Lucrezio compiange la creatura umana che, appena arriva alla luce, riempie il luogo con un lugubre vagito:" vagituque locum lugubri complet "[11].

Cicerone ci racconta la storiella sul Sileno (Adfertur[12] etiam de Sileno fabella quaedam ) il quale catturato da Mida,  e poi liberato dal re, non un poveraccio dunque ma un uomo  ricco e potente, gli diede questo insegnamento:" non nasci homini longe optimum esse, proximum autem, quam primum mori "[13], non nascere per l'uomo è di gran lunga la cosa migliore, la seconda, poi, morire al più presto .

 

Seneca, per consolare una madre che ha perso un figlio ventenne enumera le difficoltà della vita umana, insidiosa e fallace al punto che nessuno l'accetterebbe se non fosse data all'insaputa, e conclude :"Itaque, si felicissimum est non nasci, proximum est, puto, brevi aetate defunctos cito in integrum restitui "[14], pertanto, se la condizione più fortunata è non nascere, la seconda è, credo, compiuta una vita breve, tornare al più presto all'integrità originaria.

 

Petronio  nel  Satyricon:  dove, se si fanno bene i conti, il naufragio è dappertutto[15] "Si bene calculum ponas, ubique naufragium est ",

(115, 17), attribuisce il desiderio di morire alla Sibilla:"Nam Sybillam quidem Cumis, ego ipse, oculis meis, vidi in ampulla pendere et cum illi pueri dicerent - Sivbulla tiv qevlei";- respondebat illa -ajpoqanei'n qevlw- "(48, 8), infatti la Sibilla di certo a Cuma vidi io stesso con i miei occhi sospesa in un'ampolla, e dicendole i fanciulli-Sibilla, cosa vuoi?-, rispondeva lei-morire voglio-".

La profetessa vuole morire poiché la terra è sconciata dall'empietà, dall'impotenza e dalla sterilità:" Itaque dii pedes lanatos habent, quia nos religiosi non sumus. Agri iacent "(44, 18), così gli dèi hanno i piedi inceppati, poiché non siamo religiosi. I campi giacciono nell'abbandono.

E più avanti (129, 6):"adulescens, paralysin cave ", giovane, guardati dalla paralisi.

The Waste Land  di T. S. Eliot,  che ripropone molti di questi temi,  utilizza come epigrafe il cupio dissolvi della Sibilla di Petronio: nella terra desolata del Novecento le donne prendono pillole per abortire:"it's them pills I took to bring it off, she said "(v.159); la natura è inquinata: il fiume trasuda olio e catrame (vv.266-267), e non c'è neppure silenzio tra i monti ("There is not even silence in the mountains ", v.341).

Nei rapporti sessuali, leggiamo in uno dei Poems del 1920[16], manca il desiderio:"Burbank crossed a little bridge/descending at a small hotel;/ Princess Volupine arrived,/they were together, and he fell "(vv. 1-4), Burbank attraversò un piccolo ponte per scendere a un hotel da poco; arrivò la principessa Volupine, rimasero insieme e lui cadde.

 

 

 

Un’aggiunta alla sapienza silenica

 

Il ritorno di Casanova  (1918) romanzo breve di Athur Schnitzler, e il film di Salvatores dallo stesso titolo.

 

Il romanzo inizia con queste parole citate nel film. “A cinquantatré anni Casanova[17], non più spinto a vagare per il mondo dal giovanile piacere dell’avventura, ma dall’inquietudine dell’avanzante vecchiaia, fu preso da una così intensa nostalgia per la sua città natale, Venezia, che cominciò a girarle intorno simile a un uccello che viene giù a morire calando da libere altezze in sempre più strette volute”. Il fulgore interiore ed esteriore del libertino andava lentamente spegnendosi. Casanova si era fermato a Mantova aspettando il permesso di tornare nella sua città dopo tanto girovagare.

 

In attesa della grazia viveva in un albergo quando venne invitato  nella magione dell'amico Olivo la cui moglie Amalia era stata sua amante e lo amava ancora. Con loro abitava una nipote di Olivo, Marcolina appena ventenne, una ragazza bella, colta e intelligente. Studiava matemarica a Padova. Casanova vorrebbe trasfondere nel proprio sangue il fulgore e la forza di quella gioventù fiorente e fa di tutto per piacere alla fanciulla. Non riesce nemmeno a interessarla ma fa centro nel suo corpo  attraverso un inganno ordito in combutta con il bellissimo, giovane amante di lei, Lorenzi che gliela vende per denaro. Costui ordina a Marcolina di lasciare la finestra aperta per la quale egli stesso risalirà, poi di accoglierlo e fare l'amore con una benda sugli occhi per rendere più piccante il loro concubitus. La ragazza  obbedisce. Casanova dovrebbe andarsene senza farsi riconoscere, invece aspetta che Marcolina si svegli e  veda il suo volto giallo e malvagio solcato da profonde rughe. Sperava di piacerle comunque. Invece la giovane lo guarda con occhiate cariche di sprezzo e disgusto: "e quel che leggeva negli occhi di Marcolina non era ciò che avrebbe preferito leggere: ladro, dissoluto, farabutto; lesse invece la parola che era per lui la più terribile di tutte, poiché esprimeva la sentenza definitiva: vecchio" (p. 114).

 In seguito a tale tradimento del patto già indecente, Lorenzi sfida a duello Casanova. I due si battono con le spade, completamente nudi. Il giovane era un militare e il vecchio gli tiene testa bene in quanto  pratico di scherma. Mentre si battono, Casanova pensa: "giovinezza e vecchiaia sono una fiaba. Non sono io un dio? Non siamo entrambi dèi? Se solo qualcuno potesse vederci! Ci sarebbero delle signore che pagherebbero chissà che cosa. Uno scontro? No, un torneo. Perché quello sguardo di orrore, Marcolina? non siamo entrambi degni del tuo amore? Lui è giovane ma io sono Casanova" (p. 118). A un tratto Lorenzi si accasciò raggiunto al cuore da una stoccata. Quindi Casanova si piegò sul morto, gli chiuse gli occhi, lo baciò sulla fronte, poi disse: "Beato te!" (p. 119)  

Il romanzo breve è bello; il film di Salvatores ha una parte buona che lo cita e lo traduce in immagini interpretata dall'attore Bentivoglio nel ruolo di Casanova, e un'altra parte assai meno buona che mostra la preparazione del film recitata da Servillo nel ruolo del regista che si è identificato col vecchio amatore ma cerca di evitarne la decadenza seduttiva. La sua giovane amante gli darà un  figlio. Una complicazione malfatta, oltretutto raccontata con parole pronunciate in modo incomprensibile.

 

Villa Fastiggi  13 agosto 2025 ore 9, 51 giovanni ghiselli

p. s.

Villa Fastiggi è un sobborgo di Pesaro  situato a 5 chilometri dalla piazza centrale del capoluogo. Prende il nome da un sindaco comunista del dopoguerra. Si dice che alle prime elezioni successive al fascismo tutti gli abitanti di questo gruppo di case, dal primo all'ultimo, votarono PCI.

Qualche cosa nella zona è rimasta di questa tradizione. Non molto.  

Statistiche del blog

All time1788385

Today357

Yesterday220

This month7540

Last month18318

 

 

 

 



[1] Aristotele, Sull'anima, 411a 8. Non diversamente da quanto leggiamo nell’  enciclica di Papa Francesco: “c’è una manifestazione divina nello sfolgorare del sole e nel calare della notte”  (Laudato si’, 85)

 

[2] I Malavoglia, p. 87.

[3] Inferno , XVI, 73-75.

[4] Virgilio, Georgica IV, 176, se è consentito rapportare il piccolo al grande.

[5] Giorgio Bocca, ne Il Venerdi di Repubblica  del 26 settembre 1997, p. 38.

[6]Freud (Scomposizione della personalità , in Freud Opere , Boringhieri, Torino, 1979,   vol. XI, p.188 e sgg.) scrive:"Rafforzare l'Io rendendolo più indipendente dal Super Io, ampliare così il suo campo percettivo e perfezionare la sua organizzazione, così che possa annettersi nuove zone dell'Es, è il compito della psicoanalisi: dove era l'Es deve subentrare l'Io. E' un'opera di civiltà, come, ad esempio, il prosciugamento dello Zuiderzee".

[7]Mangiare Dio , p. 127.

[8]Dialogo di Tristano e di un amico .

[9]Saggi critici , vol. II, Laterza, Bari, 1965, p. 184.

[10]Zibaldone , 3848.

[11]De rerum natura , V, 225.

[12] Cfr. anche Aristotele, Eudemo, fr. 44 Rose. Cicerone poi traduce dei versi del Cresfonte di Euripde (TGF fr. 449)

[13]Tusculanae  I, 48.

[14]Consolatio ad Marciam ,  22.

[15] "Si bene calculum ponas, ubique naufragium est ",

(115, 17)

[16]Burbank with a Baedeker, Bleinstein with a  cigar.

 

[17]  Casanova era nato nel 1725, era fuggito dai Piombi nel 1756, tornò a Venezia nel 1774, andò in esilio nel 1783  e  morì in Boemia nel 1798.

 


Nessun commento:

Posta un commento