La prima tappa è stata Pesaro - Ancona dove siamo saliti sul traghetto. Alessandro ha 27 anni meno di me e dall’anno scorso è più forte in bicicletta. Le mie forze sono calate di molto dopo i 78 anni. L’amico tende a pedalare sempre al massimo e mi sono stancato a stargli dietro già nei primo sessantacinque chilometri tutti in pianura. Non gli ho chiesto subito di rallentare, poiché fino a due anni prima ero più forte di lui in salita e lo staccavo. In pianura si stava insieme alternandoci nel “tirare”, mentre in discesa restavo indietro io. Chi precedeva, ogni tanto si fermava e aspettava.
Sul traghetto non si era trovata la cabina dove dormire e mi sono adattato a un dormiveglia penoso disteso sul duro pavimento. Ero tutto vestito e infilato dentro un sacco a pelo per non esporre il mio corpo mortale e freddoloso ai morsi spietati, innaturali dell’aria condizionata che mi ripugna e mi fa ammalare..
Ho potuto dormire poco e male. La mattina mi chiedevo se, indebolito com’ero, ce l’avrei fatta a compiere il giro del Peloponneso con tante salite ripide e discese precipitose. Temevo di affrontare una prova spropositata rispetto ai miei 79 anni e 8 mesi, eppure sapevo che dovevo almeno tentare e non cedere prima di essere giunto al limite estremo delle mie forze e magari pure della mia vita. Sarebbe una bella fine, quasi un’apoteosi. Da ritardare il più possibile del resto.
Sbarcammo a metà pomeriggio. Avevamo deciso di puntare prima di tutto su Olimpia poiché si voleva rivedere il sito archeologico e io davo comunque al viaggio un significato agonale: una gara del vecchio ciclista che si confronta con il giovane comes e con quel se stesso quale era tempo fa. Non molto tempo invero.
Una specie di ritorno di Casanova senescente che si misura con un alter ego o con il proprio ego precedente.
Quella sera percorremmo l’Acaia verso ovest, arrivando al confine con l’Elide. Non tanti chilometri, ma Alessandro andava forte e mi affaticai. Volli tenere duro e non gli chiesi di rallentare, come faceva Fausto Coppi, già a 37 anni, con i gregari più giovani, sani e snelli.
Il giorno seguente arrivammo a Olimpia. Ero stremato. Tornammo nel sito.
Ci ero arrivato per la prima volta nel 1977 con l’amico carissimo Fulvio. Oggi un’amicizia celeste che aleggia sempre vicino a me. Lo pensavo spesso siccome dal 1977 al 2012 si erano fatti insieme diversi giri ciclistici nei luoghi sacri dell’Ellade fino al Parnaso, all’Olimpo, a Troia. Non senza Atene, Sparta, Maratona, Delo, Santorini, Melo e Creta.
Già nel tempo del debutto lontano mi commosse la visione del frontone occidentale del maestro di Olimpia situato nel Museo: vi ravvisai subito non solo un elemento di base della cultura greca ma anche un aspetto fondamentale della mia vita: la lotta tra il guazzabuglio del caos e l’ordine cosmico che prevale. La cultura supera la brutalità, la bellezza giustifica la vita, la misura ridimensiona la dismisura violenta e demenziale.
Apollo insomma prevale sui centauri, violentatori ubriachi. Non mi sazio di lacrime quando vedo quell’opera meravigliosa. C’è la storia dell’umanità e pure la mia personale.
La prima volta che arrivai a Debrecen, nel 1966, ero nel caos che minacciava la mia identità cioè tutta la vita mia e Fulvio mi salvò. Poi con il 1968 e, dal 1969, con l’educazione data ai giovani e ricevuta da loro, ho ritrovato quindi via via rafforzato l’identità[1] che mi piace siccome è la mia, solum è mia, per dirla con Machiavelli.
L’ambiente naturale di Olimpia contribuisce alla meraviglia.
Usciti dal sito, mi resi conto che avevo ecceduto nel consumo delle mie forze. Ne avevo abusato. Le pulsazioni cardiache battevano più di settanta colpi al minuto, non tendevano a calare e per giunta non erano punto regolari. Un’extrasistole forse. Ero rassegnato a tutto. Forse avrei raggiunto gli amici celesti.
“Quando attraverserò l’ultimo vecchio ponte - cantai - agli amici dirò, baciandoli alla fronte: ‘voi siete in Paradiso, là dove vengo anch’io, perché non c’è l’inferno nel mondo del buon Dio”.
Fabrizio De André , un maestro anche lui.
Poi però decisi che per morire c’è sempre tempo, e mi dissi che era arrivato il momento improcrastinabile di parlare del mio indebolimento senile con l’amico dicendogli che dovevo andare più piano se non voleva riportarmi a casa in una bara.
“Tu vai pure al tuo passo, io procederò pedalando in modo da non sovraffaticarmi. Vai avanti nelle salite e aspettami ogni due o tre chilometri. Vorrei compiere tutto il giro senza ricorrere al taxi come facevano talora alcuni dei nostri compagni di viaggio, comites deboli o vili, eppure cari”.
Alessandro mi incoraggiò e mi passò la paura con l’extrasistole. La frequenza del battito tornò sotto i cinquanta. Potevo continuare senza forzare il vecchio corpo.
Ringraziai Dio chiunque Egli sia. Comunque non era Moloch: non voleva il mio sangue.
Villa Fastiggi di Pesaro, 9 agosto 2025 ore 9, 15 giovanni ghiselli.
p. s.
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[1] Questa parte è già pubblicata nel volune Tre amori a Debrecen. Non compratelo: potete trovarlo in prestito nella biblioteca Ginzburg di Bologna
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