Questo fu il primo pensiero quando ci sedemmo a cena sul lungomare. Il secondo fu meno lieto: mi preoccupava la tappa del giorno seguente: trenta chilometri di ascesa dalla periferia di Kalamàta alla cima del monte Taigeto, tomba degli antichi bambini spartani gettati nei burroni se non apparivano subito abbastanza forti da diventare dei guerrieri validi.
Mi domandavo se, vecchio e indebolito com’ero, ce l’avrei fatta o avrei trovato anche io il mio precipizio su quella montagna che giudica i deboli spietatamente, li condanna con sentenze inappellabili e li giustizia.
Non ero sicuro di farcela e mi procurai il numero di telefono di un taxi per chiedere soccorso in caso di necessità. L’avevano già fatto i comites di viaggi precedenti senza vergognarsene, sebbene giovani. Ma per me sarebbe stata un’onta che avrebbe diminuito di tanto la mia identità, forse l’avrebbe storpiata. Pensai perfino che se non fossi riuscito a superare la prova con onore avrei seguito volontariamente la sorte di quei bambini gettati nei dirupi della montagna posta tra la Messenia e la Laconia.
Passeggiavo da solo dopo la cena in compagnia di Alessandro ottimo alunno
di altre stagioni, poi bravissimo collega e amico prezioso che quella sera mi incoraggiò
ricordando le mie imprese precedenti: avevo già scalato il Taigeto da una parte
e dall’altra staccando tutti entrambe le volte. Non potevo dubitare di farcela.
Un criterio per distinguere l’amicitia
dalla negotiatio dei falsi amici che ti vogliono usare è il loro comportamento
quando siamo in difficoltà.
Mentre ricordavamo le pendenze dei numerosi chilometri dell’ascesa che ne comprende anche quattro o cinque in discesa, mi sovvenni di alcuni versi dell’Achilleide di Stazio che menzionano la montagna sopra di noi.
Il poeta latino condanna la guerra che distrugge o danneggia non solo le vite umane, ma anche la natura: la costruzione della flotta necessaria alla spedizione contro Troia spogliò delle loro ombre i monti e li rimpicciolì: “Nusquam umbrae veteres: minor Othrys et ardua sidunt/ Taygeta, exuti viderunt aëra montes./Iam natat omne nemus” (I, 426-428), in nessun luogo le antiche ombre: è più piccolo l’Otris e si abbassa l’erto Taigeto, e i monti spogliati videro l’aria. Oramai ogni bosco galleggia.
Nel senso che gli alberi diventano scafi di navi da guerra.
L’Otris è una catena montuosa della Tessaglia; del Taigeto aggiungo che quella sera ricordai di averlo scalato da Kalamata alla cima (km 33,12) in bicicletta nel tempo di 2 ore, 14 minuti e 27 secondi, alla media di 14,7 Km all’ora quando avevo 62 anni e 8 mesi.
Certamente, arrivato a 79 anni e 8 mesi ci avrei messo più tempo ma potevo farcela ancora, dissi all’amico. Quindi strinsi in un pugno l’ontoso foglietto con il numero del tassista e lo buttai nel mare gridando: “dissolviti, con vergogna, nell’acqua!”.
La commedia non era finita: alzai gli occhi al cielo e aggiunsi: “tutta l’aria è pervia all’aquila”. L’ultima battuta fu neogaribaldina: “O il Taigeto o morte!” Poi due risate e andammo a dormire.
Villa Fastiggi di Pesaro 9 agosto 2025 ore 10, 19 giovanni ghiselli
L’Otris è una catena montuosa della Tessaglia; del Taigeto aggiungo che quella sera ricordai di averlo scalato da Kalamata alla cima (km 33,12) in bicicletta nel tempo di 2 ore, 14 minuti e 27 secondi, alla media di 14,7 Km all’ora quando avevo 62 anni e 8 mesi.
Certamente, arrivato a 79 anni e 8 mesi ci avrei messo più tempo ma potevo farcela ancora, dissi all’amico. Quindi strinsi in un pugno l’ontoso foglietto con il numero del tassista e lo buttai nel mare gridando: “dissolviti, con vergogna, nell’acqua!”.
La commedia non era finita: alzai gli occhi al cielo e aggiunsi: “tutta l’aria è pervia all’aquila”. L’ultima battuta fu neogaribaldina: “O il Taigeto o morte!” Poi due risate e andammo a dormire.
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