L’intelligenza naturale può prendere direzioni diverse
Non luminosa è la fama della schiettezza di Odisseo.
Nell'Ippia minore di Platone il sofista eponimo del dialogo sostiene che mentre Achille è veritiero e semplice ("ajlhqhvv" te kai; aJplou'"", 365b) Odisseo è invece "poluvtropov" te kai; yeudhv"", versatile e menzognero.
Sono i luoghi comuni della letterarura successiva a Omero la quale contrappone spesso lo schietto Pelide al subdolo Odisseo: Achille nell’Ifigenia in Aulide chiarisce a Clitennestra che lo educò Chirone: “perché non imparasse gli usi degli uomini malvagi[1].
Più avanti il figlio di Peleo riconosce tale capacità paideutica all'uomo piissimo che l'ha allevato dal quale:" ha imparato ad avere semplici i costumi[2]. L’antitesi del semplice, onesto Achille in questa tragedia, e non solo, è Odisseo del quale Agamennone dice: “, è molteplice per natura e sempre dalla parte della massa[3].
Cioè un demagogo. Oggi si direbbe un “populista”.
Nel dialogo Platonico Ippia minore, il personaggio eponimo Ippia riceve una confutazione dal personaggio Socrate.
Il sofista ricava la distinzione tra i due capi achei dal IX libro dell'Iliade dove Fenice Aiace e Odisseo vanno in ambasceria da Achille che irato non combatteva ma faceva l'aedo, ossia cantava glorie di eroi accompagnandosi con la cetra ( "fovrmiggi..a[eide kleva ajndrw'n", vv.186 e189).
Dopo l'accoglienza cordiale, il cibo e la bevanda, Odisseo parlò ("Aiace-nota Jaeger-personifica piuttosto l'azione, Odisseo la parola"[4]) scongiurando Achille di tornare in battaglia e promettendogli donne mari e monti da parte di Agamennone. Ebbene Achille risponde che gli è odioso come le porte dell'Ade chi una cosa tiene nascosta e un'altra ne dice[5].
L' Ippia di Platone sostiene che non a caso Omero fa indirizzare queste parole a Odisseo.
Socrate risponde opponendosi a questa opinione comune della schiettezza di Achille e affermando che il Pelide mente non meno di Odisseo, poiché ha detto all’Itacese che sarebbe partito[6], e invece ad Aiace che non si sarebbe mosso fino all’arrivo di Ettore davanti alla sua tenda[7].
Ebbene, Ippia sostiene che Achille non mente di proposito.
Socrate invece afferma che Achille ha mentito deliberatamente a Odisseo per superarlo anche nell’arte del raggiro e aggiunge che coloro i quali danneggiano, gli altri, e commettono ingiustizia e mentono e ingannano ed errano volontariamente (eJkovnte~) [8] sono migliori di quelli che lo fanno involontariamente (a[konte~)[9].
Infatti chi fa del male volontariamente, se vuole fa del bene, chi lo fa involontariamente non sa fare altro. E’ molto peggio zoppicare per necessità che per gioco.
Socrate nei dialoghi platonici dà sempre scacco matto ai sofisti.
Infatti Leopardi lo considera il più sofista di tutti.
“E Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri[10] e de' fuchi[11] e d'ogni ornamento ascitizio[12] e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).
La questione di Ulisse menzognero comunque esiste.
"Pindaro non amava il carattere di Ulisse. L'Aiace e il Filottete di Sofocle testimoniano che accanto all'ammirazione convenzionale per il grande eroe esisteva anche un'opinione meno favorevole. Anche l'Ippia minore di Platone esprime per bocca del sofista gli stessi dubbi sul carattere di Odisseo, ma Platone ci fa intendere che Ippia non fa che seguire, su questo punto, una tendenza generale (...) In ultima analisi questa disposizione verso Ulisse risale all'Iliade che lo mette a contrasto come poluvtropo" con lo schietto carattere di Achille. Anzi nell'Odissea ( VIII canto)
si ritrova l'antica tradizione intorno a questo contrasto dei due grandi eroi nel canto di Demodoco sulla contesa tra Ulisse e Achille"[13].
Vediamo alcune testimonianze decisamente contrarie a Odisseo
Nel Filottete di Sofocle, Neottolemo lamenta di essere stato espropriato dei suoi beni, ossia delle armi del padre dal peggiore di tutti, nato da malvagi[14], Odisseo .
Pindaro nell’ Istmica IV denuncia l’oscurità del destino (v. 31), che fece cadere Aiace, puvrgo~[15] la torre, con gli artifici di chi valeva meno di lui, ma Omero gli ha reso onore tra gli uomini (all j { Omhrov~ toi tetivmaken di j ajnqrwvpwn (v. 37).
Nella Nemea VIII il poeta tebano ricorda il torto subito da Aiace a[glwsso~ (v. 24), privo di eloquenza: sicché l’invidia poté mordere il suo valore e prevalse l’odioso discorso ingannevole di Odisseo.
Tuttavia alla fine Aiace ebbe giustizia: “a’ generosi/giusta di glorie dispensiera è morte;/né senno astuto, né favor di regi/all’Itaco le spoglie ardue serbava,/ché alla poppa raminga le ritolse/l’onda incitata dagl’inferni Dei”[16]
Nella parodo dell’Ecuba di Euripide, il coro delle prigioniere troiane presenta Odisseo come «lo scaltro (oJ poikilovfrwn) furfante dal dolce eloquio, adulatore del popolo» (vv. 131-132) che convince l'esercito a mettere a morte Polissena. In questa tragedia il figlio di Laerte è un freddo politico per cui vale solo la ragion di Stato che calpesta tante vite innocenti.
Nel primo episodio la vecchia regina esautorata, la madre dolente, scaglia un’invettiva contro la genìa dannata dei demagoghi:
«Razza di ingrati è la vostra, di quanti cercate il favore popolare: non voglio che vi facciate conoscere da me: non vi curate di danneggiare gli amici, pur di dire qualche cosa per piacere alla folla. Ma quale trovata pensano di avere fatto con il votare la morte di questa ragazza? Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?» (Ecuba, vv. 254-261).
Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.
Nelle Troiane, Ecuba si duole del fatto che le è toccato in sorte di servire l’Itacese, un uomo abominevole, fraudolento nemico di giustizia (musarw`/ dolivw/ levlogca fwti; douleuvein-polemivw/ divka~, vv. 283-284 dovlo~, inganno dolus, dolosus, doloso, subdolo), una bestia feroce contraria alla legge (paranovmw/ davkei).
Nel dramma satiresco Ciclope, di Euripide, quando Odisseo entra in scena definendosi Itacese, signore dei Cefalleni, Sileno replica: “oi\d j a[ndra, krovtalon drimuv, Sisuvfou gevno~” (vv. 103-104), conosco quel tipo, un sonaglio petulante, razza di Sisifo[17].
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Nell' Eneide, Ulisse è malfamato:"sic notus Ulixes?" (II, 44) non conoscete Ulisse? domanda Laocoonte, e più avanti Sinone, per convincere i Troiani, ne denuncia la trama criminale contro Palamede morto "invidia pellācis[18] Ulixi " (II, 90) per l'invidia del perfido Ulisse e lo definisce "scelerum inventor" (II, 164) ideatore di crimini.
Durante il viaggio dei Troiani profughi verso l’Italia, racconta Enea: “Effugimus scopulos Itacae, Laërtia regna,-et terram altricem saevi exsecramur Ulixi ”[19], evitiamo gli scogli di Itaca, regno di Laerte, e malediciamo la terra del crudele Ulisse.
Nel VI canto l’ombra di Deifobo raccontando la sua fine definisce Ulisse , l’Eolide[20], hortator scelerum (v. 529), istigatore di scelleratezze.
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Nelle Troiane di Seneca, Andromaca annuncia l'arrivo di Ulisse con queste parole: " Adest Ulixes, et quidem dubio gradu vultuque/: nectit pectore astus callidos" (vv. 521-522), ecco qua Ulisse e certamente con un incedere e un'espressione equivoca: intreccia nel petto astuzie scaltre.
Più avanti la vedova di Ettore lo apostrofa in questo modo:"O machinator fraudis et scelerum artifex,/virtute cuius bellicā nemo occĭdit,/dolis et astu maleficae mentis iacent/etiam Pelasgi, vatem et insontes deos praetendis? Hoc est pectoris facinus tui " (vv. 750-754) o tessitore di frodi e artefice di inganni, per il cui valore in battaglia nessuno è morto, mentre per i tuoi inganni e l'astuzia della mente malefica giacciono morti anche i Pelasgi, ora metti avanti l'indovino e gli dèi incolpevoli? Questo è un delitto dell'animo tuo.
Ulisse vuole la morte del piccolo Astianatte pensando ai lutti che il bambino se divenisse grande procurerebbe alle madri greche. Come quelli che nel 2004 approvano i bombardamenti sui bambini iracheni. E negli ultimi due anni quelli sui bambini palestinesi.
Nella I delle Heroides di Ovidio, Penelope scrive a Ulisse, qualificandolo come ferreus (v. 58), e immaginando che peregrino captus amore (76), sia preso dall’amore per una straniera cui “Forsitan et narres quam sit tibi rustica coniunx,/quae tantum lanas non sinat esse rudes” (77-78), forse racconti quanto sia rozza tua moglie, che sa dirozzare soltanto la la
“Al Dante che voleva narrare di Ulisse, si presentavano tre tradizioni mitiche e letterarie di grande autorevolezza. Nella prima, l’eroe greco è un imbroglione, un ingannatore, un inventore di storie false, un oratore illusionista. Tale appare a Virgilio nell’Eneide, a Ovidio nelle Metamorfosi, a Stazio nell’Achilleide, e a tutta una serie di scrittori posteriori come Ditti, Benoît de Sainte Maure, Guido delle Colonne e così via. E non c’è alcun dubbio sul fatto che Dante condanni Ulisse all’inferno per le sue frodi: come chiarisce Virgilio nella sua presentazione della fiamma cornuta, per “l’agguato del caval”, e per gli stratagemmi con cui riuscì, assieme a Diomede, a strappare Achille a Deidamia e a rubare il Palladio…D’altro canto, le ali della fazione avversa, come i remi di Ulisse, sorvolano la proibizione mitico-ontologica (antica e medievale) delle Colonne d’Ercole e, in spirito ultra-umanistico e romantico, usano una seconda tradizione. In essa, Ulisse rappresenta il modello della virtù e della saggezza, il vincitore del vizio, il nobile ricercatore della conoscenza: in una parola, l’ideale dell’uomo ‘classico’…Cicerone, Orazio, Seneca, ma anche Fulgenzio e, nel Medioevo stesso, Bernardo Silvestre e Giovanni del Virgilio, contemporaneo e amico di Dante, parlano di Ulisse in questi termini”[21].
Dante apre il Convivio con la memorabile frase aristotelica, “tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere”, e Ulisse è il prototipo dell’uomo affamato di conoscenza. Egli rischia la vita molte volte per il desiderio di imparare. Le Sirene per attirarlo gli dicono che chi si ferma da loro riparte pieno di gioia e conoscendo più cose[22] Dante-personaggio della Commedia si sente attratto verso Ulisse da un desiderio intensissimo (“vedi che del desio ver’ lei mi piego”, dice a Virgilio); eppure il poeta fiorentino avverte il pericolo estremo che Ulisse rappresenta per lui
“Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio:
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ‘ngegno affreno ch’io non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stesso nol m’invidi”[23]
Infine, Dante-poeta fa affondare il suo eroe da Dio; Dante il giudice lo condanna all’Inferno; e perfino dal Paradiso il personaggio-autore ribadirà che il “varco” di Ulisse è stato “folle”.
Dante è uno di quei poeti che, come Sofocle tra i Greci, considerano limitata l’intelligenza umana e colpevole l’uomo che non tiene imbrigliata la propria. Il che non toglie che entrambi sappiano trarre bellezza dalle parole.
Nell’Odissea invece il protagonista eponimo è un uomo la cui intelligenza è favorevole alla vita. Magris lo considera l’archetipo dell’uomo occidentale: “ L'io occidentale è simboleggiato da Odisseo, che costruisce faticosamente la propria identità ed il proprio dominio-su Itaca, sul suo equipaggio e su se stesso-rinunciando alle sirene, a Calipso e al fiore del loto ossia resistendo alla tentazione di abbandonarsi alla beata indifferenza in grembo alla natura"[24]. Questo processo cui tende Nietzsche, continua Magris, è "lo scioglimento dionisiaco dell'io".
Tale tendenza alla "dispersione dionisiaca dell'io nel fluire sensibile"veramente è ben più antica di Nietzsche, però è condivisibile anzi è ineccepibile la collocazione dell'uomo Odisseo nella categoria dell'apollineo: egli è l'uomo che si individua nella conoscenza e nel dolore, quindi difende e mantiene il principium individuationis davanti a tutte le lusinghe e contro tutti gli assalti. L'Odissea è dunque "hjqikhv", fatta di caratteri, come la definiva già Aristotele[25], oltre che complessa per via dei numerosi riconoscimenti, a partire dall' ajnagnwvrisi" che di se stesso compie Odisseo. E attraverso la sua lettura tutti noi possiamo riconoscere qualche cosa di quello che siamo, arrivando alla scienza suprema, quella prescritta dall'oracolo delfico. "Conosci te stesso" è tutta la scienza . Solo alla fine della conoscenza di tutte le cose, l'uomo avrà conosciuto se stesso. Le cose infatti sono soltanto i limiti dell'uomo"[26].
Bologna 10 ottobre 2025 ore 10, 12 giovanni ghiselli
p. s.
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[1] i{n j h[qh mh; mavqoi kakw'n brotw'n” (v. 709),
[2] ejgw; d j, ejn ajndro;" eujsebestavtou trafei;"-Ceivrwno", e[maqon tou;" trovpou" aJplou'" e[cein" (vv. 926-927)
[3] Poikivlo~ ajei; pevfuke tou' t j o[clou mevta” (v. 526)
[4]Padeia 1, p. 69.
[5] o{" c j e{teron me;n keuvqh/ ejni; fresivn, a[llo de; ei[ph/", Iliade IX, v. 313.
[6] Iliade IX, 682-683
[7] Iliade, IX, 650-655.
[8] Si pensi alla rivendicazione di Prometeo nei confronti della propria tasgressione : “eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai
(Prometeo incatenato, 266) di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò.
Queste parole del Titano ribelle forniscono una legittimazione all'ira di Zeus e argomenti a Nietzsche in La nascita della tragedia per nobilitare "la concezione ariana" del peccato attivo :" La cosa migliore e più alta di cui l’umanità possa diventare partecipe, essa la conquista con un crimine, e deve poi accettarne le conseguenze, cioè l’intero flusso di dolori e di affanni, con cui i celesti offesi devono visitare il genere umano che nobilmente si sforza di ascendere: un pensiero crudo, per la dignità conferita al crimine, stranamente contrasta con il mito semitico del peccato originale, in cui la curiosità, il raggiro menzognero, la seducibilità, la lascivia, insomma una serie di affetti eminentemente femminili fu considerata come origine del male. Ciò che distingue la concezione ariana è l’elevata idea del peccato attivo come vera virtù prometeica" F. Nietzsche. La nascita della tragedia, p. 69.
[9] Ippia minore, 372 d
[10] Da calamistrum, “ferro per arricciare i capelli” (ndr).
[11] Da fucus, “tintura rossa” (ndr).
[12] Da ascisco, “annetto” (ndr).
[13]W. Jaeger, Paideia 1, p. 61 n. 16.
[14] pro;~ tou' kakivstou kajk kakw'n jOdusseuv~” (384)
[15] Cfr. Odissea, XI, 556.
[16] Foscolo, Dei Sepolcri, vv. 221-225.
[17] Secondo una leggenda Anticlea, la madre di Odisseo, prima delle nozze con Laerte, avrebbe avuto una tresca con Sisifo, famoso per i suoi inganni, e da questa relazione sarebbe nato Odisseo
[18] Da pellicio, seduco. Cfr. pellacia, imbroglio.
[19] Eneide III, 272-273
[20] “ Qui, come annota Servio, si segue la leggenda secondo cui Anticlea, la madre di Odisseo, prima delle nozze con Laerte, avrebbe giaciuto con Sisifo, figlio di Eolo, e “vasel d’ogni froda”, dal quale avrebbe avuto Odisseo” (E Paratore (a cura di), Virgilio, Eneide, vol. III, libri V-VI, p. 292)
[21] P. Boitani, L’ombra di Ulisse, p. 54.
[22] kai; pleivona eijdwv"", Odissea, XII, 188.
[23] Inferno, XXVI, 19-22
[24]L'anello di Clarisse , p. 6.
[25]Poetica , 1459b.
[26]Nietzsche, Aurora , p. 40.
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