Fuge multitudinem, fuge paucitatem, fuge etiam unum (Ep. 10. 1) evita la moltitudine, evita la compagnia di pochi, evita anche una sola persona.
“C’è da dir male anche di chi soffre per la solitudine-io ho sempre e soltanto sofferto per la moltitudine”. (Nietzsche, Ecce homo, Perché sono così accorto, 11)
Per l'uomo ateniese che viveva nella povli" democratica la solitudine è una condizione innaturale :"benché si muovesse liberamente, l' individuo restava nell'ambito delle determinazioni sostanziali, nello Stato, nella famiglia, nel fato "[1]. (Kierkegaard, Enten-Eller , Tomo Secondo, p. 24 e p. 30.)
Filottete[2] , abbandonato nell'isola di Lemno, si lamenta e vedendo dei Greci chiede compassione per sé, uomo infelice (a[ndra duvsthnon) solo (movnon), abbandonato e senza affetti (e[rhmon...ka[filon , Filottete, vv. 227-228).
La Medea di Euripide lamenta il proprio isolamento parlando con le donne corinzie del Coro:" Però non proprio lo stesso discorso va bene per te e per me;/tu hai questa tua città e la casa paterna/ e un vantaggio nella vita e compagnia di amici,/io, poiché sono isolata[3] e senza città[4], devo subire oltraggi/dall'uomo, dopo essere stata rapita da una terra barbara/senza avere la madre, né un fratello, né un congiunto/ per trovare un ancoraggio fuori da questa sventura" (vv. 252-258).
L'abitudine e il desiderio di stare soli sono condannati come disumani da Omero nella figura mostruosa del Ciclope[5] e da Menandro[6] nel Duvskolo" dove Cnemone[7] è definito uomo disumano assai (Knevmwn, ajpavnqrwpov" ti" a[nqrwpo" sfovdra", v. 6).
Più avanti però, con la fine della democrazia sostituita dalle tirannidi, con il cittadino politico che diventa suddito impolitico e la degenerazione brutale dei rapporti umani, con la trasformazione delle persone in turba, folla, diventerà non solo dignitoso ma necessario rimanere soli.
Seneca, tornato dal Circo dove ha assistito a mera homicidia , omicidi veri e propri, scrive:" redeo, ambitiosior, luxuriosior? immo vero crudelior et inhumanior, quia inter homines fui "(Ep. 7, 3), torno a casa più avido, ambizioso, amante del lusso? anzi più crudele e più disumano proprio perché sono stato in mezzo agli uomini. Il consiglio allora è:"recede in te ipse quantum potes ", rientra in te stesso quanto puoi (7, 8).
In altri tempi C. Pavese scrive :"Maturità è l'isolamento che basta a se stesso"[8]. E più avanti (15 ottobre, 1940):"Ci sono servi e padroni, non ci sono uguali. La sola regola eroica: essere soli soli soli". Quindi:"Ogni sera, finito l'ufficio, finita l'osteria, andate le compagnie-torna la feroce gioia, il refrigerio di essere solo. E' l'unico vero bene quotidiano" (25 aprile 1946).
E' pur vero che questo nostro autore si uccise il 18 agosto del 1950.
Sentiamo un altro elogio della solitudine: “ Io ho sempre sofferto di più per il contatto con gli esseri umani, per la vita di società che non per la solitudine vera e propria. Fino a un certo punto della nostra vita la solitudine ci sembra una punizione, ci sentiamo come bambini lasciati soli in una stanza buia mentre in quella accanto gli adulti chiacchierano e si divertono. Un giorno anche noi diventiamo adulti, e scopriamo che la solitudine, quella vera, scelta consapevolmente, non è una punizione, e nemmeno una forma morbosa e risentita di isolamento, né un vezzo da eccentrici, bensì l’unico stato davvero degno di un essere umano”[9]. Con la maturità ci rendiamo conto per giunta che quanti chiacchierano sono vaghi di ciance e pure infelici. E soprattutto ci fanno perdere tempo.
“Là dove la solitudine finisce, comincia il mercato; e dove il mercato comincia, là comincia anche il fracasso dei grandi commedianti e il ronzio di mosche velenose” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Parte prima, Delle mosche del mercato)
Sentiamo l’esteta decadente Des Esseintes: “Non meno d’un monaco, sentiva un’immensa stanchezza, il bisogno di raccogliersi, il desiderio di non aver più nulla in comune col prossimo; composto ai suoi occhi di profittatori e di imbecilli”[10].
In questi giorni le piazze piene di persone che manifestano contro il genocidio e la flottiglia con quelle belle persone mi ha fatto tornare il desiderio della piazza piena di giovani kalokajgaqoiv.
Torniamo a Seneca
Iste homo non est unus e populo, ad salutem spectat (Ep. 10, 3) quest’uomo non è uno dei tanto, mira alla salvezza dell’anima,
Sic vive cum hominibus tamquam deus videat (10, 4), vivi con gli uomini come se dio ti vedesse, sic loquere cun deo tamquam homines audiant, parla con dio come se gli uomini ti ascoltassero.
Bologna 5 settembre 2025 ore 17, 52 giovanni ghiselli
p. s.
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[1]S. Kierkegaard, Enten-Eller , Tomo Secondo, p. 24 e p. 30.
[2] La tragedia Filottete di Sofocle è del 409 a. C.
[3] e[rhmo" (v. 255): l' aggettivo a due uscite torna, sempre riferito a Medea, al v. 513 (fivlwn e[rhmo", su;n tevknoi" movnh movnoi" , priva di amici, sola con i figli soli) e al v. 604.
[4] a[poli" (v. 255): per un Greco, o per uno che viva in mezzo ai Greci, essere apolide è una tragedia. Sofocle nell'Antigone coniuga la mancanza di città con la carenza di bellezza:"e le leggi della terra unendo/e degli dei la giurata giustizia/è grande nella città (uJyivpoli"); bandito dalla città (a[poli" ) è quello con il quale /coesiste la bruttura (to; mh; kalo;n) per la sfrontatezza./Non mi stia accanto sul focolare/né abbia lo stesso pensiero/chi compie queste azioni" (vv. 368- 375).-
[5] I Ciclopi non hanno assemblee per consigliarsi né leggi ma vivono sulle cime di alti monti in caverne profonde, ognuno governa i figli e le donne e non si curano l'uno dell'altro (oujd j ajllhvlwn ajlevgousi, Odissea, IX, 112-115).
[6] 342-291 a. C.
[7] Il quale, come vede Sostrato davanti alla porta di casa sua, invoca il suo bene supremo:
"non è possibile ottenere la solitudine da nessuna parte!"( ejrhmiva" oujk e[stin oujdamou' tucei'n, v.169). Sembra un'anticipazione del monachesimo.
[8]Il mestiere di vivere , 8 dicembre 1938.
[9] S. Márai, La donna giusta, p. 158.
[10] J. K. Huysmans, Controcorrente (del 1884) p. 77.
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