lunedì 3 novembre 2025

Insegnare l’affettività.


Nel quotidiano “la Repubblica” di oggi leggo un articolo di Concita De Gregorio. E’ una lettera aperta che inizia con queste parole

Caro Recalcati

è giusto che la scuola

insegni l’affettività. (pagina 1)

Seguono tante parole che tuttavia non aggiungono molto (pagina 10).

La mia obiezione è: “ma chi è in grado di farlo?”

Provo a rispondere usando la mia esperienza di scolaro discente e docente perché imparare e insegnare sono interdipendenti. Sono stato scolaro soggetto a esami dal primo ottobre 1950 al 24 marzo del 1969 quando mi sono laureato. Sempre alumnus optimus.

Poi ho insegnato fino a oggi parlando e scrivendo e intendo seguitare a farlo finché avrò vita cosciente. Molti allievi mi hanno considerati un ottimo maestro.

Ho sempre dato grande importanza all’affettività e devo dire che l’ho imparata “con una lunga esperienza delle cose moderne et una continua lezione delle antique” per dirlo con le parole di  Machiavelli.

Poche sono le persone che possono rispondere a questi due requisiti. Ho imparato l’affettività positiva e negativa in famiglia, poi a scuola fino al liceo, e dai libri. All’università mi è mancato il rapporto affettivo con i professori e pure quello dell’apprendimento: imparavo più dai libri.

 Non tanto da Freud e da Jung che pure ho letto. Questi raccontano casi di persone doviziose e malsane. Ho appreso molto più dai grandi autori. Del resto Freud riconosce il suo debito a Empedocle, Sofocle e altri.

Jung lo conosco meno: non è abbastanza realistico per i miei gusti. Il realismo è greco e la mia formazione di base è ellenica.

Molto dunque ho imparato sull’amore, l’odio e altri affetti dall’epica, la lirica, la tragedia, la commedia, la storiografia e la filosofia morale greca e latina, molto anche dai moderni soprattutto italiani, inglesi, tedeschi, russi e moltissimo dagli amori vissuti. Gioiti e sofferti in gran numero  per almeno mezzo secolo, molto ho anche appreso dalle amicizie. Per mettere insieme tale competenza ho rinunciato a vivere una vita usuale che mi garantisse una vecchiaia assistita e un trapasso accompagnato.

Dovevo imparare per insegnare la letteratura e anche l’affettività. Ho imparato dallo studio e dalla prassi. Non credo che siano reperibili e arruolabili in tutte le scuole tanti maestri del mestiere di vivere affettivamente. Sono rari anche quelli capaci di insegnare bene la letteratura, di donare sapere e pure sapienza.

  Quindi prego chi scrive di non impiegare parole prive di riscontro nella realtà. La De Gregorio non è pessima e può capire se ci riflette.  L’affettività va studiata e vissuta a lungo, a fondo per insegnarla ai giovani come si deve: secondo il bisogno e la sensibilità di ciascuno.

Saluti e baci

gianni 

p. s.

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