Quinto capitolo
Il dormiveglia notturno. I segni. Il sistro di Iside?
Uscii per mangiare in fretta e tornare presto in camera. Volevo alzarmi la mattina di buonora. Fuori pioveva sempre e faceva freddo. Mentre cenavo, immeritatamente, dopo le tante ore passate seduto, pensai che dovevo orientarmi cercando di capire il destino: cogliere e interpretare i segni del cielo e di Dio che, con la sua mente ordinata e magnanima, nulla lascia procedere a caso. E avverte con premonizioni. E’ bene, anzi è necessario notarle e svelarle. Non sono sempre chiarissime, ci vuole un animo attento e allenato per comprenderle. Ho sempre fatto caso ai segni premonitori, fin da bambino.
Ricordai che Ammiano Marcellino commenta positivamente l’ attenzione del suo eroe, Giuliano Augusto, per gli auspici che si traggono dagli uccelli: non che i volatili conoscano il futuro, sed volatus avium dirigit deus[1].
I segni del cielo mi avrebbero indicato la strada da seguire con metodo[2]. Exinde quid agi oporteat bonis successibus instruendus[3].
Gli ultimi successi erano gli esami superati con buoni voti. Ma ce ne volevano altri, di altro tipo: quelli con le femmine umane e di queste non avevo esperienza.
Alla follia metodica di Amleto non sfugge che c’è una provvidenza speciale anche nella morte di un passero[4].
Più tardi mi addormentai mentre pensavo ancora ai segni ricevuti quel giorno.
All’una, fui svegliato da un campanello.
Prima credetti di sognare quel suono, poi mi svegliai.
Mi chiesi se avessi sognato gli squilli che potevano essere prodotti da un sistro[5] scosso da Iside che voleva svegliarmi dal sonno e dall’oblio della mia identità, perché ritrovassi la dignità antica di studioso curioso che ricordava con gioia tutto quanto leggeva, e per giunta la capacità di agonista che vinceva le gare.
Fino a recuperare la forma umana, dopo avere eliminato il rivestimento bestiale. Ma questa era la storia di Lucio raccontata da Apuleio, non la mia. Dunque non era stata Iside a svegliarmi.
Non potevano essere state neppure le cicale che vibravano i loro “finissimi sistri d’argento” perché faceva freddo e pioveva, né avevo sognato quei suoni poiché gli squilli ripresero: qualcuno scampanellava davvero e con insistenza. Nessuno andava ad aprire. Vecchie sorde o paurose. Ancella infingarda, se c’era. Io? Non c’entravo, non mi sembrava il caso, poi avevo paura. Continuò per alcuni minuti.
Chi è alla porta, chi è alla porta, chi?[6] Mi domandai .
Guardie di frontiera che mi inseguivano dopo avere considerato la fotografia del mio volto mostruoso, oppure ladri o assassini, scomposte menadi ubriache, spettri di bambini strozzati dalle loro madri in un fosso, o strane congreghe di “diavoli goffi con bizzarre streghe”[7], o che altro?
Comunque era un segno . Di sventura?
Ma no, forse era un segno sonoro premonitore di cambiamento in meglio. “Tutto è pieno di dèi, pavnta plhvrh qew'n[8], tutto è santo, tutto è santo, tutto è santo”[9], volli pensare, forzandomi un poco.
Rimasi sveglio una mezz’ora per interpretare quel segno.
Lo feci in questo modo: “Non addormentarti, non rimanere assopito e stordito nella casa di Pesaro. Non frequentare quelli che giocano a carte e giocano con il tuo cuore spezzato, ti deridono, sghignazzano sopra il tuo dolore di caduto e azzoppato. Basta che tu dica: non fumo!” e partono risate con motteggi, insulti, atti di spregio.
Non è l’ambiente per te. Svegliati, alzati, cerca nuove dimore, esperienze nuove, anche a costo di ferirti.
Devi imparare a stare ritto senza essere sorretto dalle donne di casa. Devi renderti madre, zia, nonna e sorella di te stesso.
Se resti là, non potrai ritrovare l’identità smarrita che del resto non era ancora compiuta quando l’hai smarrita. Quella andava bene per un adolescente liceale cresciuto tra donne che ti isolavano. Stavi diventando un sordido anacoreta, uno sgobbone dal genio soffocato. Non devi tornare a quel tagazzo dimezzato, ignaro di ogni altro bene oltre i successi scolastici e ciclistici.
Del resto le gare in bicicletta non le fai da quasi due anni, nemmeno ti fossi rotto un femore. Il certame ora è quello massimo: conquistare una identità di uomo, di uomo compiutamente umano.
A Debrecen cerca di conoscere delle persone buone e stimolanti alla crescita, donne soprattutto, le donne belle e fini che devi meritarti: prova a iniziare una vita nuova e degna di te! Diventa il gianni che sei! Questa è forse è la tua l’ultima occasione di riscattare te stesso. Devi rendere posizione contro quello che di malato c’è in te. Costringere il tuo caos a diventare forma. La bellezza deve riportare vittoria sull’immane e l’immondo. E’ stato il tuo soggiacere all’opinione di gente priva di grazia, a renderti disgraziato peggio di loro. Ora devi emanciparti ”
L’apprendistato. Sesto capitolo. Budapest.
Arrivai alla frontiera ungherese che c’era il sole. Mi chiesero se avessi una fotografia per il visto. Non l’avevo. Me ne fecero quattro dopo avermi messo seduto davanti a un muro. Me ne lasciarono una. La conservo. Ci vedo il volto oscuro di un ragazzo occhialuto, grasso, foruncoloso. Brutto, anzi imbruttito assai.
Nel viso si vedeva la peste dell’anima.
Con un aspetto tanto malconcio non sarebbe stato facile risalire la china. “Devo modificarlo-pensai- rimpastarmi, come diceva la madre mia benedetta. Liberarmi da quel laido groviglio di tormenti, dai ceppi che mi stendono al suolo rendendomi esclusivamente tellurico, già quasi sepolto. Ho il dovere di evadere, di sollevare la testa da quel fango di angoscia che mi toglie la visione della luce del cielo. Devo riprendere l’abbronzatura, l’ornamento del sole che accarezza il mondo e il nostro viso con i suoi raggi come fa Apollo quando tocca le corde della lira con il plettro, ed è necessario riprendere l’altra cosmesi buona: quella dello sport : corse, bicicletta, nuoto, e digiuni da asceta. Quindi le lenti a contatto per recuperare la significatività degli occhi che avevo grandi ed espressivi ma non si vedevano dietro quei vetri più adatti ai fondi di due bicchieri che a un volto umano.
Devo ritrovare il compiacimento e l’orgoglio di me stesso, la dignità antica che avevo quando studiavo al Mamiani e vincevo tutte le gare. Riprendere a primeggiare dovevo.
Generosamente però, non egoisticamente come prima della caduta.
Tornare all’accordo con la vita, la mia e quella delle persone buone.
Trovarle, riconoscerle, chiedere aiuto.
Dopo il liceo mi sono degradato con il cibo, con la pigrizia e con le lamentele: querimonie plebee, anzi servili.
Poi lo schifo degli altri, aliorum fastidium, genitivo soggettivo e oggettivo, e le solitudini da anacoreta sordido, non santo né pio”.
Ripartii consolandomi con il pensiero che in fondo avevo già dato parecchi esami e con ottimi voti. Questo non bastava: anche tanti imbecilli e ignoranti li prendevano da professori che a loro volta, nella maggior parte dei casi, erano solo dei funzionari della scuola, né la rendevano funzionale all’educazione umana dei giovani. Insegnavano un po’ di sapere quando andava bene, mai la sapienza, mai la curiosità, il desiderio di imparare oltre quello del voto, mai la meraviglia madre della filosofia.
Per farmi coraggio, pensai che il mio sovrappeso era di una ventina di chili, non di trenta: non ero ridicolo, non indicavano a dito la mia pancia. Quand’ero vestito non si notava. Però non potevo spogliarmi. Dovevo comunque rifarmi: il fondo oramai, il punto più basso, l’infimo mio l’avevo toccato. Se non risalivo, potevo morire laggiù.
La caduta doveva diventare uno stimolo energico per salire più in alto rispetto al momento nel quale ero precipitato in quell’abisso orrido e immenso.
Arrivai a Budapest verso le due del pomeriggio. Mi fermai un’ora per mangiare. Non avrei dovuto. Non ero abbastanza forte per la necessaria ascesi. La mia volontà era fiacca e malata.
Più avanti avrei trovato la forza di saltare il desinare al tocco o la cena alle 20. Ancora non avevo assimilato il divieto, quel vetitum che per alcuni anni sarebbe diventato il primo tabù del mondo occidentale, una volta sospesa la proibizione del sesso.
Buda Pest divisa in due dal Danubio, di fatto e anche nel nome, mi sembrò enorme e dispersiva, mentre è bella e magica non meno di Praga com’era una volta prima che la città boema si trasformasse in un mercato di bancarelle chiassose.
Budapest invece era diventata bella e fatata dopo le esperienze degli anni successivi ed era rimasta tale anche l’ultima volta che la vidi arrivandoci in bicicletta nel 2011 con i tre amici: Fulvio e i due ex allievi Maddalena e Alessandro.
Nel 1966 avevo gli occhi offuscati da tante paure.
Non trovavo la strada della mia redenzione. Né quella per Debrecen.
Dovetti chiederla una decina di volte. Finalmente, come il mio fato volle, riuscii a infilarla. Era, è, la Üllői út, la numero 4. La via della salvezza, l’avvio verso la vita nuova.
Seguendola per 220 chilometri si arriva nella città universitaria della mia emancipazione. La terra del riscatto, speravo non senza ragione. Erano passate le quattro. In quel momento prevaleva l’angoscia di non arrivare prima del buio. Il sole non era più tanto alto da rassicurarmi. Calcolai che il tramonto da quelle parti cadeva mezz’ora prima che da noi: entro le otto il dio[10] sarebbe sparito alle mie spalle, entro le nove sarebbe stato buio pesto. Calcolare, conteggiare, riflettere mi ha sempre aiutato a minimizzare l’angoscia, a difendermi dai colpi bassi della fortuna e dalle fregature dei farabutti. Un poco alla volta ho imparato a farlo con metodo. Avrei trovato anche questa strada- ojdov~- mevqodo~-, la methodos.
Bologna 3 novembre 2025- ore 9, 07 giovanni ghiselli
p. s.
Questa ennesima revisione non è vana. Riesco a ripulire a migliorare ancora il testo dal punto di vista musicale, estetico e logico. Correggendolo correggo me stesso. Perfino il mio femore rotto quasi quattro mesi or sono. Ogni fatto è pieno di nessi con tutti gli altri
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Note
[1] Ammiano Marcellino, Historiae, XXI, 1, ma il volo degli uccelli lo dirige dio.
[2] E’ una tautologia voluta: oJdov" significa “strada”
[3] Quindi saranno I buoni successi a guidarmi (cfr. Ammiano Marcellino , Storie, XXI, 5. Parla Giuliano Augusto
[4] Cfr. Shakespeare, Hamlet V, 2 there’s a special providence in the fall of a sparrow.
[5] Il sistro secondo Plutarco serve a mettere in fuga Tifone.
To; sei`stron o{ti seivesqai dei` ta;; o[nta kai; mhdevpote pauvesqai fora`~ (De Iside, 376D), il sistro viene scosso perché le cose che sono vanno mosse e non devono mai cessare dal moto, ma essere svegliate e spinte quando dormono. Il sistro può essere paragonato al campanello della messa. Attira l’attenzione dei fedeli e tiene lontano i profani[5].
[6] Cfr. Euripide, Baccanti: “tiv~ ojdw` ; tiv~ oJdw/` ;tiv~ ;” (v. 68), chi è per strada?, chi è per strada? Chi?
[7] Carducci, Il comune rustico, 10-11.
[8] Talete in Aristotele, Sull'anima, 411a 8.
[9] P. P. Pasolini, Dialoghi definitivi di “Medea”, scena 7. In op. cit., p. 544 e p. 545.
[10] “Lo ministro maggior della natura-che del valor del ciel lo mondo imprenta-e col suo lume il tempo ne misura” (Dante, Paradiso, X, 18-20)
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