domenica 2 novembre 2025

L’apprendistato terzo e quarto capitolo.


 

Terzo capitolo Il viaggio fino a Graz. La mano nell’acqua del lago per levare il peccato

 

 L’assopimento, le visioni oniriche e la sbandata perigliosa.

 “Sollèvati dal suolo, infelice-mi dicevo- alza da terra la testa desolata e drizza la schiena curva: non è la fine del mondo  questa e tu  devi smettere di essere il ragazzo arciinfelice che sei divenuto finito il liceo. Dai Gianni, coraggio, puoi farcela. Devi arrivare a Debrecen presto, e cercare l’amore e trovarlo. Questo viaggio è il simbolo, la metà della tessera, della tua stessa esistenza: sei solo, sei coperto di nebbia, sei disgraziato e gravido di lacrime, ma ce la farai, poiché non sei stupido, né falso, né ostile alla vita. Ricordati come eri bravo e primeggiavi in tutte le scuole di Pesaro. Con la bicicletta in salita eri sempre il più egregio di tutti i competitori. Alumnus optimus e pure ajgwnisthv" a[risto". Allora non hai trovato l’amore perché impiegavi ogni tua energia per essere il primo nell’agonismo scolastico e ciclistico. In salita a dieci anni battevi i ventenni.

In seconda liceo hai vinto un viaggio premio assegnato ai trenta studenti migliori d’Italia. Quella volta incontrasti una gelataia a Lubiana e quando si fece toccare dove volevo, le dissi: “you are the great prize of my life. My Yellow-ship I call you”. Da allora ho sempre considerato le donne non renitenti a me, le mie vere borse di studio.

Ma allora, a 17 anni ero così pazzo e pretificato che il giorno dopo, seduto in una piccola barca sul lago di Bled tenni per diversi minuti immersa nell’acqua fredda la mano che aveva toccato il peccato. 

Poi la terza liceo, con le Troiane di Euripide. Poi la caduta.

Che caduta fu quella!

O grandi vanti umiliati! Presto però ti rifarai! Nessuno deve riferire a te il lamento di Ofelia per Amleto: “ O, what a noble mind is here o’erthrown !”[1]. A Bologna finora hai dovuto cercare di adattarti a un mondo esterno sconosciuto e imprevedibile finché stavi in quel mortorio di Pesaro[2] e in un ambiente domestico gravido di pregiudizi, infelicità e frustrazioni.

 

 

La fortuna è mutevole e capriciosa: cambierà ancora! Soffrire in questi ultimi anni è stato destino, ma vedrai che splendore avrà la vittoria! Se questa abissale infelicità non avrà la forza di ucciderti, ti renderà più forte, più forte di lei.”

 

 

Sceso dai monti, a un tratto, sulla sinistra, vidi una luce.

Per un momento credetti e sperai che fosse il sole sbucato di nuovo dalle nuvole occidentali. Invece era un lampione giallognolo, acceso contro il buio precoce. Saranno state sì e no le sette: in quel tempo la provvida ora legale non c’era. Certamente dal sole, che ho sempre adorato come l’immagine visibile della mente divina e del Bene, avrei tratto un  conforto maggiore. Quel fioco bagliore non era un segno del tutto propizio. Nemmeno sinistramente ominoso però. Era una luce triste, ma  pur sempre una luce.

“Avanti-mi dissi-avanti, ché ce la puoi fare. Non volgere la prua della tua navicella contro la corrente del destino!  Procedi con lei! Fatti portare sulla riva della rinascita! Devi armonizzare i movimenti del tuo cervello con le rivoluzioni del cielo, mentre prima hai dato di cozzo  nel fato che è il volere, la parola di Dio!”.

Verso le otto arrivai a Graz sotto un’acquazzone violento e il cielo più buio che mai.

 

L’apprendistato quarto capitolo. L’assopimento periglioso del guidatore non insonne

 

Le lampade elettriche illuminavano l’asfalto bagnato della circonvallazione dove scura dai campi o dal camposanto cattolico colava la terra disciolta e trascinata dalla forza dell’acqua che si infangava e rendeva scivolosa la strada.  Mi sembrò di vedere trascinati nel fango anche scoiattoli spelacchiati, dalla coda mozza, e pesci debosciati, privi di guizzi.

Infine intravvidi  un pesce salato del  Ponto appeso a un amo.

 Allora, nel dormiveglia compresi che si trattava di visioni oniriche pullulate da chissà dove. Difatti mi ero assopito mentre avrei dovuto fissare la strada a[upno~, insonne, e avvolgere con le mani e le braccia il volante come il drago della Colchide che custodiva il vello d’oro avvolgendolo con spire contorte speivrai~ poluplovkoi~[3].

Tanto mi ero assopito che in una curva sbandai e finìi fuori strada, su un prato. Così  mi svegliai.

Passato il terrore, mi dissi:“Tutta la vita così”.

 Avevo assunto una posa e un’espressione da attore  tragico. La tragedia greca mi è sempre piaciuta assai. Mi ci immergevo, ne traevo modelli e contromodelli.

 “Sarà dura arrivare in fondo, quando dirò: “non doveva finire così”.

Giocavo anche un poco con la sfortuna e con il dolore.

Cercavo di reagire alla stanchezza e alla paura. Quindi ricorsi al modello epico e  mi sovvenni di Achille che, incalzato dallo Scamandro temeva di fare la stessa misera fine di un bambino porcaio travolto da un torrente in piena[4]. Poi invece se l’era cavata.

Anche io ce l’avrei fatta sebbene non fossi un bambino porcaio, ma proprio un porco. Dovevo spogliarmi di quel rivestimento sconcio, di quella carne da troia, non mia.

Intanto dovevo trovare una camera dove passare la notte già cominciata.

Immerso nel buio  e nella solitudine profonda, guardavo le case lungo la strada, ma l’oscurità e la grande miopia mal corretta dagli occhiali appannati mi rendevano difficile la ricerca dell’asilo notturno. Ero ancora lontano dalle lenti a contatto che avrebbero contribuito a migliorare il mio aspetto. Mi ero allontanato da tutto ciò che poteva giovarmi. Tranne lo studio che non ho mai  abbandonato del tutto.

L’ho sempre visto come la mia stella polare. Ho sempre saputo che se l’avessi lasciato perdere avrei perso anche la vita.

Gli animali e pure gli umani potevano pure schifarmi e io provare disgusto per coloro, ma gli auctores, i miei accrescitori non li ho traditi mai, nemmeno per dedicarmi del tutto a una donna amata e desiderosa di un figlio.

 

 

 

 

 

 

  L’apprendistato. Quarto capitolo. Le sorelle fatidiche

 

Finalmente potei scorgere un cartello con la scritta Zimmer frei attaccato alla porta di una casa a tre piani.

 Mi fermai, scesi dalla Seicento, suonai. Una finestra del secondo piano si schiuse: ne sbucò una testa bianca che riserrò subito i vetri senza dire parola. Aspettai un poco con la voglia di cercare più avanti, ma l’anziana venne ad aprire il portone .

Zimmer frei?” chiesi. Quella disse solo: “Passport   e tese la mano. Glielo diedi. La vecchia lo prese e guardò la fotografia confrontandola, sospettosa, con la mia faccia da ragazzo sconciato dall’infelicità.

Poi disse “Einen moment , bitte!”. Quindi si mosse verso una piccola porta situata a metà del corridoio quasi buio che dall’ingresso menava a una scala. Aprì quell’uscio, disse qualcosa a qualcuno e tornò. Camminava piuttosto in fretta per la sua età. Subito dopo, dall’andito scuro arrivò un’altra anziana, somigliante alla prima, meno arcigna nel volto però. Al punto che mi sorrise. Me ne rincuorai. Parlarono un poco tra loro, mentre mi esaminavano guardandomi obliquamente. Infine si resero conto che non avevo intenzioni cattive. “ Forse hanno capito che non sono un epigono di Raskol’nikov”[5], pensai.

In effetti non ho mai premeditato di ammazzare due vecchie. Nemmeno una a onore del vero.

La meno aspra mi diede due chiavi: una della porta di casa che mi fece aprire e chiudere diverse volte per la paura tipica dei vecchi di non avere la casa serrata bene, l’altra della mia stanza, che mi indicò con un dito, al piano di sopra.

La più diffidente e dura, non condividendo, forse, l’atto della sorella, ritenuto affrettato, si mise ad agitare entrambe le mani: con la sinistra, più arretrata, accennava a restituirmi il passaporto, ma con la destra, tesa quasi fino al mio volto, manifestava il desiderio  di essere pagata in anticipo, e senza indugio, sfregando rapidamente l’indice con il pollice e dicendo: “Schilling, schilling, sofort!”, più volte. Poi scrisse un numero.  Un prezzo non esoso invero, e colazione compresa. Pagai, riebbi il passaporto, e salii nella camera. Era spaziosa, poco illuminata e fredda. Mentre sistemavo la roba, pensai cosa potessero significare quelle due donne che mi avevano dato ospitalità nella notte, ma con diffidenza. “Sono simboliche queste due ”, pensai, “forse addirittura fatidiche sorelle, ministre  del fato come the weird sisters del Macbeth [6],  intermediarie del destino!”

Gli auctores, i miei accrescitori mi aiutavano sempre: mi fornivano i verba per i pensieri che talora erano immersi così  profondamente nel mio cervello da non trovare  la chiarezza delle parole mie  emerse nella chiarezza cosciente. Talora perfino il Verbum, oltre i verba, mi suggerivano gli autori pagani e cristiani.

  Le anziane  di Graz dunque potevano significare la parte meno buona delle mie zie, le sorelle assai più attempate di mia madre, la Rina e la Giulia.

 Io dovevo fruire della loro ospitalità a Pesaro d’estate, e a Bologna nella casa che mi avrebbero regalato dopo la laurea, se l’avessi presa a pieni voti, e dovevo ripagarle, ossia ricompensarle facendo un poco di carriera nella scuola: se fossi diventato professore di greco e latino nel miglior liceo di Bologna, loro due, ex maestre elementari, all’estero, tra l’altro a Budapest quando c’era il fascismo, ne avrebbero avuto sufficiente soddisfazione.

 “E’ un lavoro già dignitoso” diceva la zia Rina, la più esigente.

Appena dignitoso, intendeva. Il loro nonno materno, Guglielmo Scattolari, facendo l’avvocato aveva messo insieme diverse centinaia di ettari di buona terra a Montegridolfo. Dopo di lui ero stato il primo della famiglia a fare egregiamente il liceo classico di Pesaro e a studiare nell’alma mater di Bologna.

 Se avessi insegnato all’Università, sarebbero state oltremodo felici.

 Dovevo rispettarle, accontentarle, ed essere grato per l’aiuto che già allora ricevevo, però non dovevo permettere alle due zie, più o meno ancora fasciste e  pretificate, di interferire nella scelta delle mie donne, del mio destino. Volevano che mi sposassi con “una brava collega”. Ossia auspicavano  una ragazza di famiglia borghese, vergine, che insegnasse, mi preparasse piatti digeribili, e tenesse ordinata la casa. Quando cominciai a insegnare, rifuggivo da tali zitelline in cerca di marito. Preferivo mille volte le straniere, le avventuriere, le già fidanzate o sposate con altri. A venticinque anni avevo già compreso e deciso di essere un antimarito. Quanto alla paternità cominciavo già allora a sentirla nei confronti dei miei allievi.

Io non volevo una moglie tratta dalla sesquiplebe[7], una torsola,  bensì un’amante bella, intelligente, sensibile, libera, colta, sportiva.

Una che vivesse d’arte e di amore.  Un’artista dotata di vis vitalis, una della mia levatura, quella che avevo perduto e nel ’68 stavo già ritrovando.

Diverse amanti volevo incontrare anziché una sola, e ciascuna più speciale dell’altra. I luoghi comuni, la gente ordinaria, la turba dei chiacchieroni e dei fanfaroni, mi disprezzava contraccambiata. Quelli che giocano a carte fumando e cianciando tra pettegolezzi, battute da frustrati sessuali, ripetitori di luoghi comuni.

 Quando avevo cercato di assimilarmi a coloro, mi ero degradato fino a sentire le strigi che stridevano schernendo lo strazio della mia identità. Ridicolo ero per gli usuali, gli sfortunati molti, perché non fumavo, non giocavo a carte, non seguivo le partite di calcio, non andavo a prostitute, non mi drogavo né cercavo la fidanzata vergine da sposare.

Se invece di essermi disperato, avessi continuato a tentare di adeguarmi a tale genìa dal carattere opposto e ostile al mio, sarei morto disprezzato e deriso anche da coloro.

Dovevo voltare la schiena a quei malviventi.

La vita dell’eterno marito di una donna insignificante non faceva per me.

Le zie d’altra parte mi  aiutavano e ancora più mi avrebbero aiutato in seguito. Mia madre le chiamava le “sorelle Materassi”.

Tutte e tre mamma e zie avrebbero aiutato ancora di più una volta che mi fossi sottratto alla loro oppressione, e pure la loro madre era soccorrevole, la carissima nonna Margherita molto simile a me: da ragazza diciottenne, nel 1900, minorenne dunque, era scappata dal palazzo di Pesaro dove viveva per seguire l’amato Carlino a Sansepolcro. Un giovane già ammogliato che studiava canto al conservatorio musicale di Pesaro. “Ti sorrida l’arte e l’amore” gli scrisse.

   Le donne di casa mia dovevano capire che una cretura di razza come Pegaso se viene messo a girare la ruota del mulino, si ammala e muore.

Con il loro aiuto dovevo ritrovare le ali che mi ero lasciato spennare da gente stupida, cattiva, priva di storia e di gevno".  

Mi mancava la compagnia di persone del mio stampo che sente, respira, vive le bellezza e l’arte. Dovevo trovarla.

 

Bologna 2 novembre 2025 ore 19, 48 giovanni ghiselli

p. s.

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[1] Shakespeare, Amleto, III, 1, o quale nobile spirito è qui distrutto! Nel gennaio del 1965 avevo dato un esame di letteratura inglese ricevendo la lode. Ricordo con affetto il professor Carlo Izzo che mi elogiò non solo con la lode aggiunta al trenta. Era un bravo professore e un prezioso educatore. Uno dei pochi, davvero pochi. 

 

[2] Cfr. Catullo, Carmina 81, 3 moribunda ab sede Pisauri

 

[3] Cfr. Euripide, Medea, 480-482.

[4] Cfr. Iliade, XXI, 281-282

[5] Il protagonista di Delitto e castigo di Dostoevskiy. Ammazza due vecchie appunto.

[6] Shakespeare, Macbeth, I, 3.

[7] Cfr. Vittorio Alfieri, satira IV, La sesquiplebe    

D'ogni Città voi la più prava parte,

       Rei disertor delle paterne glebe,

        Vi appello io dunque in mie veraci carte,

           Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe.  (vv. 31-34)

 


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