martedì 4 novembre 2025

L’apprendistato XV capitolo. Il prato tra i collegi. Le ragazze sull’erba.


 

Non mi guardavano punto le giovani donne, ma io le guardavo lo stesso. Mi venne in mente “non io, non già ch’io speri vi ricorro allo sguardo”1, ma ricacciai presto il pensiero malato e lo corressi con il farmaco buono  che Fulvio, Luigi e Danilo mi avevano donato trattandomi da ragazzo, non da mostro orrendo, anzi quasi da amico. Non mi capitava da anni.

 

Osservavo dunque le femmine umane e pensavo: “la terra è in mezzo alle stelle e qui sulla terra ci sono tali creature variopinte come la vita, profumate non meno dei fiori che costellano i prati. Non cederò, non rinuncerò mai alla speranza di partecipare a tanta bellezza, a siffatta grazia di Dio.

Mi venne in mente di nuovo ouj lhvxw queste due parole, già citate, del’irriducibile eroe figlio di Tetide,  , “non cederò”2.

 Stava diventando il mio motto. 

     Sul prato davanti al collegio si trovava  un bel gruppo di fanciulle disposte in cerchio. Erano giovani femmine umane policrome poiché avevano non solo gli abiti estivi variopinti, ma di colori diversi avevano pure i capelli folti e le epidermidi, pur tutte lisce e splendidamente abbronzate.

Sembravano figure scolpite nel fregio di un tempio dedicato ad Afrodite, dea grande.

Le ragazze sedute o distese, o inginocchiate, o erette sull’erba venivano da varie parti d’Europa: dalla gelida Scandinavia, dalle grandi distese sarmatiche, dalle bianche, piovigginose scogliere del nord, dalle calde, brunite terre lambite dal mare nostro che immilla nell’acqua i sorrisi brillanti del sole. “Diverse –pensai- ma belle son tutte kalai; de; pa'sai 3 , creature di gioia e di poesia”.

Quel prato così variegato dalle ragazze e illuminato con forza dai raggi del sole, quel verde screziato dai fiori, perfino le dense e brevi ombre meridiane proiettate dalle fanciulle stesse, dai bassi cespugli e dalle alte querce, alberi antichi, di maestà dodonèa, vocali e profetici quando le foglie venivano mosse da un  vento di paradiso che accarezzava i capelli di quelle fanciulle, chiome folte simili ai fiore del croco o del giacinto 4, tutto quel luogo insomma sarebbe diventato nella memoria mia il recinto sacro del mito, della poesia di Debrecen e della mia gioventù.

Lì avrei giocato a palla e mi sarei abbronzato a mezzo il giorno dopo le ore di lezione, lì avrei cantato con gli amici  cari e le amate preziose sotto la luna rugiadosa che cospargeva di perle le nostre teste contente, di lì avrei guardato le donne belle e fini che volevo per me Helena, Kaisa, Päivi sopra tutte, prima con ansia, poi rassicurato dal loro comportamento, con gratitudine a Dio, a me stesso e a quelle creature. Ed ero felice.

Mi sarei trasformato da mostro a uomo umano, da larva, da forma svigorita e deforme, a una potenza benefica collocandomi dove potevo essere più utile agli altri.

 

Ma  questa meravigliosa situazione dovevo provocarla e costruirla con il tempo utilizzando le occasioni, impiegando l’intelligenza e la volontà.

 

Note

1Cfr. Leopardi La sera del dì di festa,  20

2 Omero Iliade, XIX, 423.

3Odissea, VI, 108

4Cfr. Odissea, VI, 231

Bologna 4 novembre 2025 ore 12 e 10, giovanni ghiselli

 

 

 

 

 

 

 


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