mercoledì 8 luglio 2026

Euripide quarta parte. Apollineo e Dionisiaco. Nietzsche e altri.


Vediamo intanto che cosa intende Nietzsche con apollineo e dionisiaco.

Sotto l'incantesimo del Dionisiaco non solo si stringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata, celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l'uomo. La terra offre spontaneamente i suoi doni, e gli animali feroci delle terre rocciose e desertiche si avvicinano pacificamente. Il carro di Dioniso è tutto coperto di fiori e ghirlande: sotto il suo giogo si avanzano la pantera e la tigre. Si trasformi l'inno alla gioia di Beethoven in un quadro e non si rimanga indietro con l'immaginazione, quando i milioni si prosternano rabbrividendo nella polvere: così ci si potrà avvicinare al dionisiaco. Ora lo schiavo è uomo libero, ora s'infrangono tutte le rigide, ostili delimitazioni che la necessità, l'arbitrio o la moda sfacciata hanno stabilite fra gli uomini. Ora, nel vangelo dell'armonia universale, ognuno di sente non solo riunito, riconciliato, fuso col suo prossimo, ma addirittura uno con esso, come se il velo di Maia fosse stato strappato e sventolasse ormai in brandelli davanti alla misteriosa unità originaria"[1].

“Tutti gli uomini saranno fratelli”  dice il testo. Questo inno alla gioia è stato adottato come canto ufficiale dell’Unione europea.   

 

 

"Con il termine "dionisiaco" si esprime: un impulso verso l'unità, un dilagare al di fuori della persona, della vita quotidiana, della società, della realtà, come abisso dell'oblio…un'estatica accettazione del carattere totale della vita…la grande e panteistica partecipazione alla gioia e al dolore, che approva e santifica anche le qualità più terribili e problematiche della vita

 

Con il termine apollineo si esprime: l'impulso verso il perfetto essere per sé, verso l'"individuo" tipico, verso tutto ciò che semplifica, pone in rilievo, rende forte… Lo sviluppo ulteriore dell'arte è legato all'antagonismo di queste due forze artistiche della natura così necessariamente come lo sviluppo ulteriore dell'umanità è legato all'antagonismo dei sessi. La pienezza della potenza e la moderazione, la più alta affermazione di sé in una bellezza fredda, aristocratica, ritrosa: l'apollinismo della volontà ellenica"[2].

 Poco più avanti Nietzsche aggiunge che il greco dionisiaco ha bisogno di divenire apollineo, ossia di spezzare la sua inclinazione verso l'immane e l'incerto mediante una volontà di misura e ordine: “ Nel fondo del Greco c'è la mancanza di misura, la caoticità, l'elemento asiatico: la prodezza del Greco consiste nella lotta con il suo asiatismo: la bellezza non gli è donata, non più della logica, della naturalezza dei costumi-esse sono conquistate, volute, strappate- sono la sua vittoria"[3].

L’apollineo è la giustificazione estetica della vita umana terrorizzata dai mostri del Caos primordiale e negata dalla cupa tristezza silenica che giudica non essere nati, non essere, la cosa più bella.

Nietzsche mette in rilievo, oltre al valore della bellezza, quello della misura nella sfera dell'apollineo:"Apollo, come divinità etica, esige dai suoi la misura e, per poterla osservare, la conoscenza di sé. E così, accanto alla necessità estetica della bellezza, si fa valere l'esigenza del "conosci te stesso" e del "non troppo", mentre l'esaltazione di sé e l'eccesso furono considerati i veri demoni ostili della sfera non apollinea, dell'età titanica, e del mondo extraapollineo, cioè del mondo barbarico"[4].

 

Per quanto riguarda il valore dell’arte che ribalta la triste sapienza silenica, sentiamo O. Wilde: “and that is the function of Literature to create, from the rough material of actual existence, a new world that will be more marvellous, more enduring, and more true than the world that common eyes look upon, and through which common natures seek to realize their perfection[5], e questa è la funzione della Letteratura, creare dal materiale grezzo dell’esistenza reale, un nuovo mondo che sarà più meraviglioso, più duraturo e più vero del mondo sul quale occhi comuni gettano lo sguardo e attraverso il quale nature comuni cercano di realizzare la loro perfezione.

 

 Sull’apollineo sentiamo anche Nilsson: “Sul tempio di Apollo in Delfi era scolpito il precetto famoso: Gnothi seauton! Conosci te stesso! Nessun altro è stato mai ripetuto tante volte. Per noi esso è un imperativo che ci richiama alla sfera della coscienza, per i Greci d’allora significava “Sappi che tu sei un uomo, soltanto un uomo!”. Questa massima riassume nella sua essenza quanto la religione apollinea insegna sul rapporto che è tra l’uomo e gli dèi. L’uomo deve avere coscienza della sua debolezza e della onnipotenza degli dèi e sottomettersi ad essi. Insieme con questo motto Platone[6] ne ricorda un altro: Meden agan! Nulla di troppo! E dice ancora che, entrando nel tempio di Apollo, ci si trovava di fronte l’ammonimento: Sophronei!   Il significato che un simile verbo ha è difficile a rendere; si potrebbe forse dire: abbi senno! E cioè, usa una saggia misura, renditi conto del posto che t’è dato nel mondo ed evita di essere superbo sia verso gli dèi che verso gli uomini! Questo monito ci riconduce, in altri termini, al medesimo ordine di idee che è presupposto al “Nulla di troppo!”. Pindaro esprime lo stesso concetto in maniera più incisiva ammonendo: Se la sorte ti è favorevole, “non volere essere Zeus. Ai mortali convengono cose mortali[7][8].

 

L’Istmica V di Pindaro celebra Filacida di Egina vincitore nel Pancrazio. Leggiamo le parole del poeta tebano: “mh; mavteue Zeu;~ genevsqai: pavnt j e[cei~,-eij se touvtwn moi`r j ejfivkoito kalw`n.-qnata; qnatoi`si prevpei” (vv. 14-16), non cercare di essere Zeus: hai tutto, se ti ha raggiunto la sorte di questi beni. Cose mortali si addicono ai mortali.

 

  Torniamo a Nilsson: “La medesima condanna di ogni eccesso è nella nota ostilità di Apollo contro i tiranni, che a quel tempo dominavano in diverse città. Erano uomini avvezzi a fare quello che loro piacesse, ostentando potenza e ricchezza e atteggiandosi volentieri a superuomini, il preciso opposto dell’ideale apollineo. Apollo non poteva non combatterli”[9].

 

“Nella tragedia dei Greci Nietzsche scopre il contrasto tra la forma e l’amorfo flusso della vita, tra pevra~ [10] e a[peiron[11]: tra l’essere finito, che, votato all’annullamento, ritorna al principio infinito, e il principio stesso, che produce da sé sempre nuove forme: questo contrasto egli lo chiama la contrapposizione dell’Apollineo e del Dionisiaco[12].

 

Su Apollineo e Dionisiaco torna  C. G. Jung:"Esaminiamo i concetti di apollineo e dionisiaco nelle loro caratteristiche psicologiche… Prendiamo in considerazione anzitutto il dionisiaco. Secondo la descrizione di Nietzsche è chiaro che esso indica un espandersi, uno zampillare e uno scaturire…E' una fiumana di sensazioni paniche di grande potenza che erompe irresistibile e inebria i sensi come un vino gagliardo. E' ebbrezza nel significato più elevato del termine…Si tratta quindi di una estroversione di sentimenti indissolubilmente legata all'elemento sensoriale

Per contro, l'apollineo è la percezione delle immagini interiori della bellezza, della misura e di sentimenti armonicamente disciplinati. Il paragone con il sogno chiarisce il carattere dello stato apollineo: è uno stato d'introspezione, di contemplazione rivolta verso l'interno, verso il mondo di sogno delle idee eterne, quindi uno stato d'introversione"[13].

 

L’Apollineo è l’affermazione dell’individualità che si manifesta somaticamente prima di tutto nella faccia: “ Pare che una volta Anna Magnani, la grande interprete del cinema neorealista italiano, avesse detto al truccatore che la stava preparando per una scena: “Non mi togliere nemmeno una ruga. Le ho pagate tutte care…Gli adolescenti ricorrono a frotte al chirurgo plastico per farsi cambiare la faccia…vogliono cambiare la faccia che ha incominciato a esteriorizzare la loro solitaria individualità”[14].

 

Infine Ortega y Gasset: “Apollo è la misura, la norma rigorosa della vita, il “restare in sé”, la severa condotta- la condotta conforme, “l’essere in forma”. Ma è anche, beninteso, la danza…Apollo è il dio danzatore per eccellenza, solo che la sua danza è un ritmo rigido e severo, e per questo il culto che gli si dedica consiste in danze moderate. Est modus in rebus, e Apollo è il modus, il logos della vita e delle cose[15].

 

Concludiamo, per ora, la parte relativa a Euripide in La nascita della tragedia. “Socrate, l’eroe dialettico del dramma platonico, ci ricorda la natura affine dell’eroe euripideo, che deve difendere le sue azioni con ragioni e controragioni, e che per questo rischia tanto spesso di non suscitare più la nostra compassione tragica”[16]. Nietzsche deplora il fatto che la dialettica, a partire da Sofocle, un poco alla volta abbia annientato il coro e la musica.

 "L'intellettuale tedesco è sempre stato un frondista contro la parola e contro la ragione e ha fatto l'occhiolino alla musica"[17].

“Come appare ora, di fronte a questo mondo scenico socratico-ottimistico, il coro e in genere l’intero sostrato musicale-dionisiaco della tragedia? Come qualcosa di fortuito, come una reminiscenza dell’origine della tragedia, di cui si può benissimo fare a meno. Noi invece abbiamo visto che il coro può essere inteso soltanto come causa della tragedia e del tragico in genere. Già in Sofocle appare quella perplessità riguardo al coro-un segno importante che già in lui il terreno dionisiaco della tragedia comincia a sgretolarsi. Egli non osa più affidare al coro la parte principale e più efficace, e ne limita invece a tal punto il dominio, che esso appare ora quasi coordinato agli attori, come se venisse sollevato dall’orchestra e portato in scena: con ciò certo la sua essenza è totalmente distrutta….Quello spostamento della posizione del coro…è il primo passo verso la distruzione del coro, le cui fasi si susseguono con spaventosa rapidità in Euripide, in Agatone e nella commedia nuova. La dialettica ottimistica scaccia la musica dalla tragedia con la sferza dei suoi sillogismi, cioè distrugge l’essenza della tragedia, che si può interpretare unicamente come una manifestazione e raffigurazione di stati dionisiaci, come simbolizzazione visibile della musica, come il mondo di sogno di un’ebbrezza dionisiaca”[18]. 

 Sulla negatività dell’ottimismo Nietzsche nel tempo si ricrederà, come abbiamo visto[19]; sulla rovinosità della dialettica invece il filosofo manterrà questa posizione: “Con Socrate il gusto greco si ribalta a favore della dialettica: che cosa accade realmente? Anzitutto con essa viene vinto un gusto aristocratico: con la dialettica la plebaglia rialza la testa[20].  

Bologna 7 luglio 2026 ore 10, 18

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[1] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, pp. 25-26.

[2] F. Nietzsche, Frammenti postumi, Primavera 1888-14, p. 216.

[3] F. Nietzsche, Frammenti postumi, Primavera 1888-14, p. 217.

[4] La nascita della tragedia, p. 37.

[5] The critic as artist, p. 63.

[6] Platone, Prot. , 343 A; Charm., 164 D.

[7] Pindaro, Istm., V, vv. 13 ss.

[8] Nilsson, Religiosità greca, p. 64.

[9] Nilsson, Religiosità greca, p. 64.

[10] Compimento, perfezione ma anche limite.

[11] Infinito, indefinito.

[12] Eugen Fink, La filosofia di Nietzsche, p. 20.

[13] C. G. Jiung, Tipi psicologici,  (1921), p. 156.

[14] J. Hillman, La forza del carattere, p. 198 e p. 203.

[15] J. Ortega y Gasset, Idea del teatro (del 1946) p. 93.

[16] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, pp. 95-96.

[17] H. Hesse, Il lupo della steppa, p. 181.

[18] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, pp. 96-97.

[19]F. Nietzsche,  Crepuscolo degli idoli, p. 22.

[20] F. Nietzsche,  Crepuscolo degli idoli, p. 14.


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