lunedì 6 luglio 2026

Elena tredicesima parte. Una salto nel tempo. Pellegrinaggio ciclistico. Il ritorno sotto quella finestra, deserta quaranta anni più tardi.



Nell’estate del 2011, sempre in luglio, quarant’anni dopo quella sera di gioia, che ricordo ancora come una  delle più belle e felici della  mia vita mortale, sono tornato a Debrecen in bicicletta, da Bologna, con Fulvio e con altri due amici più giovani, due quarantenni ex alunni, Maddalena e Alessandro, due novizi dell’Ungheria.
Ci siamo tornati, Fulvio e io, protesi alla giovinezza lontana come verso il sole al tramonto, quando cade nel mare con puro fulgore. Ho affrontato la grande fatica di mettermi al passo con la giovinezza e ho pure rischiato la pelle saltando dalla bicicletta gialla in un fosso verde per schivare un’automobile che mi veniva addosso quando costeggiavamo il Balaton. E dopo otto giorni sono arrivato a Debrecen, pedalatore tenace e annoso, quasi sessantasettenne. Tuttavia non canuto.
Non me la sono sentita di tornare in quel bosco incantato sopra un aereo o in treno, trasporti  funebri di una vecchiaia spenta nell’ozio,  risultato di una vita vissuta male, senza l’amore. Nemmeno in quell’aggeggio per paralitici o neghittosi che è l’automobile ho voluto fare l’ultimo viaggio a Debrecen.


Una notte del luglio del 2011 dunque, l’anno  del ritorno a Debrecen in bicicletta, andati a letto gli amici, sono tornato sotto la finestra dell’apparizione fatidica del 1971. Mentre camminavo in direzione del collegio numero uno dove alloggiavano le finlandesi, già da lontano vidi quella finestra e mi parve di scorgervi di nuovo affacciata Elena che rideva felice nel fulgore della sua gioventù. Il cuore mi balzò dal petto alla bocca e la chiamai tre volte. Ma la visione sparì,  simile a un sogno fugace[1], lasciando vuota  quella  finestra deserta, onde mesto riluceva il raggio della luna[2] dea dai tre nomi[3], compreso uno inquietante[4]. Arretrai desolato.
 Ho ricordato i sentimenti forti, pieni di gioia di quella sera remota e ho sentito la necessità di raccontarla, di renderla eterna, se il giudizio finale che è quello dell’arte, sarà positivo.
Le cose, come le persone, hanno una loro volontà. Questa pagina mi ha chiesto di essere scritta: lo ha voluto. Elena si avvia a diventare la mia posterità. Helena di Yväskylä farà concorrenza a Elena di Troia.

Donne libere, e belle, donne dalla femminilità di razza.
Ora noi due, i giovani amanti di quell’estate lontana, siamo due vecchi ultraottantenni prossimi al tramonto e ci avviamo verso quella lunga notte buia del tutto imprevista allora, in quel tempo fatato e felice quando  non potevo né volevo citarle Catullo, il poeta dei soli che possono tramontare e tornare, mentre noi, una volta spenta la nostra breve luce, dobbiamo dormire una notte eterna. A Helena non recitai queste parole ammonitrici tra le tante altre di autori. Mi sembrava fuori luogo e sinistramente ominoso.
 Nel 2011 il bosco sacro di quel tempo remoto non era più tutto pieno di dèi, il ponticello sul lago della foresta oramai  sconsacrata aveva il legno infradiciato, gli edifici simbolici erano stati abbattuti o profanati, come il ristorante della mia prima cena nel luglio del 1966 l’ottocentesco Hungaria, trasformato in un orrendo McDonald.
Metamorfosi abominevole.
 Elena forse è già stata disfatta dal suo precipitoso destino di donna mortale, e si è trasformata in qualche altra cosa dell’universo, in quanto tutto scorre e ogni immagine si forma fluttuando
[5]. Comunque la redimerò dalla morte  con quanto scrivo e scriverò di lei.
 
Io sono un vecchio, una testa non ancora del tutto intronata
[6], ma già isolata in uno spazio sempre più arido, scuro e deserto, eppure la strana, preziosa luce di quei giorni remoti continua a risplendere dentro di me, e con questa, e con questo racconto, voglio illuminare altre vite, prima che si spenga, presto o tardi di certo, ma forse non per sempre, la mia.

Avvertenza: il blog contiene 6 note e il greco non traslitterato.

Note

[1]3 fr. Virgilio, Eneide, II, 794

[1]4. Leopardi: “quella finestra, /ond’eri usata favellarmi, ed onde/mesto riluce delle stelle il raggio/è deserta”, Le ricordanze (vv. 141-144),

[1]5 Luna, Diana, Ecate.

[1]6 Ecate è la signora e la maestra di maghe e streghe, da Medea alle sorelle fatali del Macbeth di Shakespeare.

[1]7  Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi dà voce a Pitagora il quale vieta di sacrificare creature viventi agli dèi, e insegna che l'anima non muore ma trasmigra in altri corpi e altre regioni: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (v. 178).

[1] 8 Cfr. T. S. Eliot, Gerontion) , “ I am an old man, A dull head amog windy spaces". (vv. 15-16), io sono un vecchio, una testa intronata tra spazi ventosi

Pesaro 7 luglio 2026 ore 9, 45  giovanni ghiselli

p. s.

ieri sera la Norvegia ha dato una lezione di calcio al Brasile molto più titolato e reputato. Nello sport, quando l’agone è reso visibile a tutto il mondo,  il blasone vero o presunto e la fama  non contano  quanto la capacità reale data dal talento e dall’esercizio.

L’arbitro ha cercato di favorire la squadra più reputata concedendole un rigore per lo meno dubbio e protraendo  di altri cinque minuti il già lungo recupero di sette concesso prima. Ma i Norvegesi grazie al loro fantastico eroe, un biondone contento come un bambino e bravo come un artista nel suo campo, hanno vinto. Questo mio romanzo già ora riceve più lettori di tanti scritti pubblicizzati dalle televisioni. Probabilmente il mio successo più grande sarà quello dello scrittore postumo. Il più tardi possibile.

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 K significa moltiplicati per mille.

 



 

[1] Cfr. Virgilio, Eneide, II, 794

[2] Cfr. Leopardi: “quella finestra, /ond’eri usata favellarmi, ed onde/mesto riluce delle stelle il raggio/è deserta”, Le ricordanze (vv. 141-144),

[3] Luna, Diana, Ecate.

[4] Ecate è la signora e la maestra di maghe e streghe, da Medea alle sorelle fatali del Macbeth di Shakespeare.

[5] Ovidio nel XV libro delle Metamorfosi dà voce a Pitagora il quale vieta di sacrificare creature viventi agli dèi, e insegna che l'anima non muore ma trasmigra in altri corpi e altre regioni: "Cuncta fluunt, omnisque vagans formatur imago" (v. 178).

[6] Cfr. T. S. Eliot, Gerontion) , “ I am an old man, A dull head amog windy spaces". (vv. 15-16), io sono un vecchio, una testa intronata tra spazi ventosi


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