Il verso 523 dell’Antigone è emblematico dell’umanesimo di Sofocle. A Creonte che vorrebbe legittimare il suo editto che vieta di seppellire il suo nipote Polinice, morto da nemico della patria, la ragazza replica :" ou[toi sunevcqein, ajlla; sumfilei`n e[fun”, Certamente non sono nata per condividere l'odio ma l'amore".
Sul significato di "amore" in questo verso, sentiamo V. Ehrenberg:"Dobbiamo intendere il termine "amore" senza le posteriori implicanze erotiche o cristiane-come e[rw" o come ajgavph-, bensì concepirlo puramente come filiva,- ed infatti tale è la sua designazione in questo passo-, qualora intendiamo captare una delle componenti che agiscono in seno alle leggi non scritte di Antigone. L'amore come filiva, come opposto rispetto all'"odio" o all'"inimicizia" (in greco designati con il medesimo termine), è un vincolo umano che forse appare più vicino all'amicizia che all'amore; esso costituisce il vincolo che unisce gli uomini ed è uno dei fondamenti su cui poggiava la società greca"[1].
Fromm sostiene che "Antigone rappresenta l'umanità e l'amore; Creonte, il despota totalitario, l'idolatria dello stato e l'ubbidienza"[2]. Direi che Creonte è piuttosto un fanatico fautore della peiqarciva, la disciplina.
Inoltre:"Esiste un umanesimo greco, al quale dobbiamo opere come l'Antigone di Sofocle, una delle più alte tragedie ispirate a quest'atteggiamento; in essa, Antigone rappresenta l'umanesimo e Creonte le leggi disumane che sono opera dell'uomo"[3].
L'Antigone di Brecht afferma, come questa sofoclèa, di vivere per l'amore, non per l'odio, e al tiranno, che l'accusa di non vedere "il divino ordinamento dello Stato", ribatte:"Sarà divino, ma lo vorrei piuttosto/Umano, figlio di Meneceo, Creonte".
Antigone è una delle donne indomite della tragedia greca. “Elettra, Antigone, Ecuba, Giocasta, Medea, Fedra, Agave possono essere annientate, ma non sono mai né sottomesse né vinte. Creonte non ha mai vinto, non vincerà mai Antigone. E il potere che annienta, o persuade, ma che non vince, ha in sé, come dice Euripide, in una vertiginosa anticipazione di Simone Weil, qualcosa di malato. Così anche i discorsi più radicalmente contestatori del potere, non solo umano, ma anche divino, sono affidati a donne”[4]. Tra tali donne metterei anche la Clitennestra di Euripide che nell’Ifigenia in Aulide diffida Agamennone dal sacrificare la loro figliola e lo mette in guardia dal male che può ricadere su di lui .
La legge naturale dell'amore è così forte che la sente anche la parte buona di Edipo "tiranno":" ajll j eij povlin thvnd j ejxevsws j, ouj moi mevlei" (Edipo re , v. 443), ma se ho salvato questa città, non mi importa. Sono parole di risposta a Tiresia che gli profetizza la rovina (442)
Un'altra espressione di umanesimo è quella che il vecchio Sofocle attribuisce a Teseo nell'Edipo a Colono : "e[xoid j ajnh;r w[n"(v.567), so di essere un uomo. E' la coscienza della propria umanità senza la quale ogni atto violento è possibile.
Il sapere di essere uomo che cosa comporta? Significa incontrare una creatura mezza distrutta come è Edipo vecchio, provarne pietà, incoraggiarla ponendo domande:"kaiv s joijktivsa"-qevlw jperevsqai[5], duvsmor j Oijdivpou, tivna-povlew" ejpevsth" prostroph;n ejmou' t j e[cwn", vv. 556-558, e sentendo compassione, voglio domandarti, infelice Edipo, con quale preghiera per la città e per me ti sei fermato qui.
Poi significa ascoltare e comprendere con simpatia poiché siamo tutti effimeri, sottoposti al dolore e destinati alla morte. Insomma mettersi nei panni di chi soffre ricordando le proprie sofferenze.
"Anche io-dice il re di Atene al mendicante cieco-sono stato allevato fuggiasco come te"(vv.562-563)."Dunque so di essere uomo e che del domani nulla appartiene più a me che a te"(vv. 567-568). E’, di nuovo, il tw`/ pavqei mavqo~.
“Neppure in questo dramma domina un pessimismo cupo e senza speranza. L’energia creativa che per un favore degli dèi era stata conservata a Sofocle e gli aveva fatto trasfigurare la fine di Edipo, lo aiutava anche a superare i lati oscuri della vita. E se lo addoloravano le contese e le discordie dominanti nell’Atene del suo tempo, egli si rifugiava, come Platone in vecchiaia, nel passato, e nella sua opera creava un’Atene ideale, la città più pia e quindi più felice che, retta da un principe nobile e umanissimo, aiutava gli oppressi”.[6]
E’ la sumpavqeia , la partecipazione affetiva, della quale si ricorderà Virgilio, quando farà dire a Didone, rivolta al naufrago Enea: “ Quare agite o tectis, iuvenes, succedite nostris./Me quoque per multos similis fortuna labores/iactatam hac demum voluit consistere terra;/non ignara mali miseris succurrere disco” (Eneide, I, 627-630), perciò, avanti giovani, entrate sotto i nostri tetti. Anche me un destino del genere, dopo avermi sbattuta attraverso molti travagli, volle che finalmente mi fermassi in questa terra. Non ignara del dolore ho imparato a soccorrere gli infelici.
Tale humanitas , echeggiata dalle prime parole del Decameron :"Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti"[7], non verrà contraccambiata da Enea.
Sentiamo Leopardi: “L’uomo forte ma nel tempo stesso magnanimo, deriva senza sforzo e naturalmente dal sentimento della sua forza un sentimento di compassione per l’altrui debolezza, e quindi anche una certa inclinazione ad amare, e una certa facoltà di sentire l’amabilità, trovare amabile un oggetto, maggiore che gli altri. Ed egli suol sempre soffrire con pazienza dai deboli, piuttosto che soverchiarli, ancorché giustamente”[8].
Secondo Milan Kundera, la compassione è il motivo principale, o il motore di tanti miti, come di certi amori:" Egli provò allora un inspiegabile amore per quella ragazza sconosciuta; gli sembrava che fosse un bambino che qualcuno avesse messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume perché Tomáš lo tirasse sulla riva del suo letto… Di nuovo gli venne fatto di pensare che Tereza era un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente. Non si può certo lasciare che una cesta con dentro un bambino vada alla deriva sulle acque agitate di un fiume! Se la figlia del Faraone non avesse tratto dalle acque la cesta con il piccolo Mosè, non ci sarebbero stati l’Antico Testamento e tutta la nostra civiltà. Quanti miti antichi hanno inizio con qualcuno che salva un bambino abbandonato! Se Polibo non avesse accolto presso di sé il giovane Edipo, Sofocle non avrebbe scritto la sua tragedia più bella!"[9].
Nell’ultima tragedia di Sofocle, Edipo da cieco, impara ad ascoltare:"Egli chiede informazioni sul luogo in cui si trova, sulla natura e gli usi che sono propri di tale luogo, nonché sui modi di adeguarsi ad essi. "Nascondimi nel bosco, finché abbia sentito che cosa diranno" (vv. 114-115), dice ad Antigone. E il coro si rivolge a lui per la prima volta con queste parole:"Odi, o infelice errante? (v. 165). Antigone lo avverte:"E' meglio che entriamo ora, e che li ascoltiamo (v. 171). "Alla voce, vedo" (fwnh'/ ga;r oJrw' , v. 138). Essere vivi è ascoltare: il Coro descrive la morte come "senza imenei senza lira senza cori" (v. 1222). Edipo impara la preghiera dal Coro ascoltando (ajkou'sai bouvlomai[10], v. 485).
Se nel Tyrannos non riusciva a smascherare con lo sguardo l'inganno di Creonte, nell' Epi Kolonoi ci riesce con l'udito (ajkouveq', v. 881)"[11].
Bologna 5 luglio 2026 ore 19, 57 giovanni ghiselli
p. s.
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[1]Op. cit., p. 50.
[2]Amore, sessualità e matriarcato , p. 21.
[3]La disobbedienza e altri saggi , p. 63.
[4] F. Rella, Op. cit., p. 37.
[5] =ejperevsqai: infinito aoristo di ejpeivromai, domando.
[6] M. Pohlenz, La tragedia greca, p. 397.
[7] Che nella fattispecie sono in particolare le donne innamorate.
[8] Zibaldone, 941.
[9] L'insostenibile leggerezza dell'essere (del 1984), p. 14 e p.19.
[10] Ascoltare voglio.
[11] J. Hillman, Variazioni su Edipo , p. 129.
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