Dopo la festa della conoscenza, per due giorni interi non la rividi, né la sentii, ma non smisi di cercarla con gli occhi, con le orecchie e perfino con il naso, ovunque mi aggirassi, pensandola spesso, quasi sempre: sul prato, nel grande bosco, in piscina dove nuotavo di giorno, allo stadio dove correvo a mezzogiorno e al tramonto per rendere appetitosi il desinare, la cena e dopo tutto anche me stesso a quella donna; poi la pensavo di notte quando vagavo da solo per l’oscurità dei sentieri della grande foresta, e la mattina seguente dentro l’università, durante gli intervalli tra le lezioni, come facevo nei corridoi del liceo Mamiani di Pesaro quando, diciassettenne, ero innamorato di una fanese bionda.
Un amore mai contraccambiato, una triste smania da adolescente. L’insuccesso di allora si rivelò con il senno del poi, una fortuna grande.
La fortuna, come la sventura, è versatile.
I bersagli mancati non sono adatti a noi, e il successo vero è fallirli.
“Questa volta, però, guai a te se manchi il centro perfetto, l’ombelico del mondo e della tua vita”, mi dicevo nelle giornate che sto raccontando chiedendomi ancora come ho fatto.
Pure nella mensa cercavo Elena, tra lo schioccare dei piatti e il vociare delle inservienti. Non la incontravo, ma l’avevo in mente, e sentivo il bisogno ansioso di vederla, di parlarle ancora, di ascoltarla, per fare l’amore con lei e formare un modello dentro di me, un paradigma di vita trionfante con l’amore. Volevo entrare in comunione con quella donna per diventare migliore. Inaccessa tentare era il mio imperativo. Amare Elena per un mese valeva più di quanto avrei potuto apprendere dai libri studiando per anni: da lei avrei imparato più presto a migliorare me stesso. Comunque amare valeva più di un qualche sapere-sofo;n ti- appreso leggendo senza agire. L’avevo intuito già allora.
Mi avevano colpito gli sguardi di lei e i suoi atti appropriati alle parole che diceva, piene di senso e di stile.
Avevo invece dei dubbi sullo stile mio, sull’eloquio inadeguato alla sua persona augusta, e cercavo un’altra occasione per muovermi e parlare meglio: una sorta di esame di riparazione nella scuola dell’amore.
Parlare male fa male all’anima, avevo letto in Platone e con Elena avevo avuto la prova che le parole insignificanti danneggiano anche l’amore.
Alla donna che mi aveva messo nella fiamma di Eros per liberarmi dal sovrappeso di scorie e farmi diventare quello che sono davvero, dovevo significare con lingua non inerte ma diritta, con parole plastiche e piene di luce, che non ero un uomo volgare, nemmeno banale: dovevo accendere scintille d’amore anche dentro di lei, dirle che amavo la vita, credevo nell’educazione, volevo sapere di letteratura, di filosofia, di arte, di cinema, la più moderna e progressiva delle arti[1]; che avevo voglia di fare sport con metodo, per mantenere la migliore delle forme a me possibili. Questo e altro potevo realizzare, pensavo, se quella donna bella e fine mi avesse aiutato.
Dovevo incontrarla di nuovo per tentare ancora la sorte: dopo la sera della conoscenza, la certezza di cambiare in meglio la vita mia non c’era, ma “Cloto filando fa girare ogni fato- ripetei[2]- speranzoso e devoto.
“E se lei continuerà a non incoraggiarmi-conclusi- insisterò con dieci bocche, dieci lingue per bocca e con voce di miele, o di ferro[3]”.
La cercai per due giorno dappertutto. Oggi la cerco non più nei luoghi di Debrecen o di Yväskylä come avrei fatto tre anni più tardi, ma dentro di me e la trovo senza difficoltà.
Finché, due giorni dopo, la vidi di nuovo seduta nel Megaron, la grande sala centrale dell’Università. Parlava con una bionda. Eravamo al “ricevimento del Rettore”: la festa pomeridiana, fatale anche questa.
Nel mezzo della sala c’era un tavolo grande coperto di piatti con dolci, e irto di bottiglie con liquidi vari, per lo più alcolici. Mi sentivo meno insicuro che al primo incontro serale: questa volta ero entrato sapendo già chi cercavo e che cosa volevo; inoltre, nel pomeriggio estivo il salone veniva irradiato da un sole ancora alto attraverso il lucernario del soffitto, e quando sono evidenziato e rallegrato da una fonte luminosa, massime se naturale, mi sento più bello e meno insicuro che nella penombra, mi trovo più capace di comunicare simpatia a chi mi piace, forse perché amo la fiamma del dio che nutre la vita e la riempie di colori vari e vivaci. Sentivo rifulgere dentro di me la forza santa del primo tra tutti gli dèi, come lo chiama il primo fra tutti i poeti, il pio Sofocle nell’Edipo re[4], il libro che mi ha formato più di ogni altro.
Il lucore solare anche quel pomeriggio potenziava la mia bellezza, qualunque essa fosse, e la mia intelligenza.
L’eroica luce del sole illumina sempre e valorizza le opere buone con i buoni operatori del bene, mentre scopre e denuncia gli obbrobri dei malvagi che infatti, come svela l’apostolo dell’Apocalisse, preferiscono le tenebre.
Bologna 5 luglio 2026 ore 10, 32 giovanni ghiselli
p. s.
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